Penso che se venissi rapito, o sparissi senza lasciare tracce, e un investigatore tentasse di ricostruire la mia personalità solo in base alle testimonianze di chi mi circonda, non approderebbe a nulla. Ecco, anche questo ho imparato da te: vivo soprattutto in quello che non ho. 

“Che tu sia per me il coltello” – David Grossman

Conobbe Valentina nel piazzale antistante allo stadio, appena pochi metri più in là rispetto al baretto che si trova sotto la curva nord. Quando la vide in lontananza, sentì le guance andargli letteralmente a fuoco; bruciavano come quelle strade di campagna del sud più profondo, strade polverose e assetate che – abbandonate a una vegetazione selvaggia – non hanno bisogno di acqua per sopravvivere alla siccità. Cosa gli stava succedendo? Restò fermo a fumare; una, due, dieci, cento sigarette. Quando si tolse il casco, lei era ancora nella stessa posizione con addosso quegli splendidi colori, gli stessi del cielo e della notte. Si nascondeva dietro a suo fratello, forse temendo che lui la sbranasse, oppure era solo intimidita da quella sua fama di sciupa femmine. Mentre l’incendio divampava e le fiamme languivano la corazza di ghiaccio, lui parlava di cose banali, ripeteva stupide frasi come un pappagallo ben ammaestrato.

– Non mi devi niente – diceva quella voce che ormai non gli apparteneva più, una voce lontana e irreale, uscita con prepotenza dal suo corpo per indossare i panni di uno sconosciuto. Decisero di fare insieme due passi divisi dal corpo estraneo e simpatico del fratello di Valentina, che si frapponeva fisicamente tra loro, fiutando l’aria come un segugio ammaestrato al ruolo di avvertire in caso di pericolo. Lui, casco in mano e mente altrove, faceva finta di ascoltare annuendo e sorridendo; in verità doveva guardare dove metteva i piedi perché le gambe non rispondevano più ai suoi comandi. Si erano trasformate in due tubetti di dentifricio: instabili e molli, gambe inadatte a reggere il peso del corpo spinto fortemente verso il suolo dalla forza di gravità. Casco in mano e mente altrove cercava una scusa elementare, anche la più banale e sconsiderata, per rimanere da solo con lei. Tutto inutile. Dopo la perdita della semplice capacità motoria, la paralisi si propagò fino alla gola, bloccando qualsiasi tentativo di sembrare naturale. “Meglio tacere” si limitò a pensare. Con lei voleva sedersi sopra una panchina qualsiasi, e parlare fino a quando quella panchina fosse diventata di loro proprietà, un luogo che nel tempo avrebbe ricordato come il posto del loro primo incontro, dove gli occhi di lei avevano cercato i suoi per staccarsi dalla sua vita precedente e cominciarne una nuova. Una panchina, anche se apparentemente anonima, nasconde mille storie da raccontare; da un primo bacio alla fine di una storia, da un gelato mangiato con un bimbo al vecchio che legge il giornale sputando qua e là imprecazioni che solo il vento avrebbe ascoltato portandole altrove.

La guardava, e mentre gli occhi di Valentina penetravano nel profondo facendosi largo attraverso la carne viva, riconobbe il suo viso. Era lei la protagonista dei suoi sogni, l’espressione dei suoi desideri, la donna ascoltata in migliaia di canzoni e dipinta nella sua stupida mente introversa, così distante dall’idea che rifletteva al mondo esteriore. Pensava solamente a lei quando correva felice nei parchi ed era lei a essere la sua privata confidente. Era forse inevitabile quell’incontro? Era stata l’assurda scommessa del destino a giocare con la loro fragilità? Si era innamorato?

Non era in programma.

No, non lo era per niente.

Una voce pacata lo spingeva all’isolamento e al silenzio, gli diceva di tacere impedendogli di urlare al mondo intero tutta la propria gioia, quella felicità che ti rende appagato anche stando semplicemente vicino a una persona. Non poteva urlare. Non riusciva neanche a parlare, bloccato nella più sporca e sublime delle sofferenze; un cuore che trova la propria anima gemella. Non cercava storie, spaventato da tutti i rumorosi fallimenti che si trovava di fronte, veri e propri tatuaggi indelebili nascosti sotto muscoli allenati di tutta quella gente che diceva di essere forte ma che in realtà dimostrava la propria immaturità e la manifestava celando la naturale paura dell’abbandono. Gente che temeva di rimanere sola senza sapere che è proprio nella solitudine e nel silenzio che si riesce ad ascoltare ciò che siamo. Spesso l’uomo sbaglia. E, a volte, per correggere gli errori si mettono delle pezze che diventano peggiori degli stessi sbagli commessi in precedenza. Forse era per questo motivo che lui non le disse niente. Che significato avrebbe avuto tentare di intraprendere una relazione? No, meglio tacere. Nessun legaccio a vincolarli, nessuna campana di vetro avrebbe rinchiuso un sentimento così libero e potente come l’amore puro che provava nei suoi confronti. Lasciò libero sfogo alla propria anima di viaggiare attraverso il pensiero fluttuando dolcemente, dondolando tra le emozioni. Immobile, paralizzato dai suoi stessi pensieri, non mosse un dito. Rimase fermo così per un tempo imprecisato, osservando quelle due ombre mentre si allontanavano lentamente dallo spiazzo antistante alla curva nord.

Come un dolce ritornello che ti entra in testa, e non riesci più a cancellarlo, lei non doveva essere presente fisicamente per regalargli la felicità. Aveva deciso così. Innamorato e stupido. Vedeva questo genere di cose solo nei film oppure le leggeva nei numerosi libri che divorava con assurda ferocia. Non succedeva mai nella vita quotidiana. Solo gli imbecilli amano a distanza, senza consumarsi lentamente e senza dover bruciare a tutti i costi la passione carnale.

­- Così impari – le scrisse mesi dopo, mesi passati vivendo un giorno dopo l’altro. Le aveva inviato una canzone sull’amore, il più irrazionale dei sentimenti, il pezzo che chiudeva un album per lui strepitoso e poco considerato.

- Sei in anticipo di qualche giorno – rispose lei, stupita nel ricevere notizie da quello strano amico lontano.

- Gli auguri si fanno solo nelle ricorrenze, mentre chi ti vuole bene, veramente, ti ama tutti i giorni – disse lui, provando ancora una volta quell’incredibile e inarrivabile sensazione che lei fosse la sua vera, unica, anima gemella.

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