Semplici accordi vengono ripetuti da una Telecaster modificata. L’amplificatore gracchia, raggiunto dal resto del gruppo. Sembrano una banda di vagabondi di periferia. Dei veri tamarri.
Piano, organo, basso, sax e batteria che picchiano in testa.
Mi sento meglio. Molto meglio…
Mi scuso con chi di Springsteen importa poco, forse un cazzo di niente, ma è il mio blog e ogni tanto ci vuole.
Parte un urlo passionale.
Non capisco il motivo, non conosco risposte, ma quando la sua musica risuona nelle mie orecchie diventa tutto più bello. Ha raccontato la sua esistenza attraverso personaggi straordinari, panorami di quel mondo che rappresenta un percorso, la scala della vita dipinta in ogni sua sfaccettatura. A me piace tutta la buona musica. Ma se devo essere sincero emozioni così forti e brividi illimitati li ritrovo solo con lui…
Mi piace il Sid Barret folle e visionario. Bob Dylan è un poeta moderno che nulla ha da invidiare ai “classici” della storia e Bowie un geniaccio elegante e raffinato. Con gli U2 son cresciuto, poi gli Who e i Clash, sono già nel mito. E che dire di Eddie e il suo gruppo, cazzo adoro quell’uomo dal vocione calmo e avvolgente…
Ma al suo confronto impallidiscono tutti. Perché ogni concerto del Boss è gioia infinita, migliaia di volti che si muovono a comando, un unico capo, tre ore che diventano uniche e irripetibili. C’è chi ha perso il lavoro, chi fa il cassiere sottopagato, chi studia, chi lotta e chi abbassa la saracinesca tutte le sere. Tra noi ci chiamiamo fratelli di sangue, l’amicizia è spontanea e dura per tutta la vita.
Quanti chilometri per corrergli dietro, per essere presenti e non tirarsi mai indietro. Nessuna ritirata, nessuna resa, lui l’ha cantato, noi viviamo l’impresa. E quando lo show volge al termine, gli occhietti si fanno stanchi ma rispecchiano volti felici e affamati. A volte mi domando perché mi piace tanto, ascolto il mio cuore, penso al suo onesto sorriso e basta l’espressione del mio volto per far capire cos’è quella cosa che…
In fondo che cosa sia l’arte è facile spiegarlo. Credo sia l’espressione di noi stessi manifestata in maniera diversa. C’è chi ha un dono e chi no. C’è chi suona uno strumento, chi dipinge una tela, chi scrive romanzi, chi sale sul palco per recitare e chi fotografa il mondo. L’artista è una persona che si mette in gioco e la sua arte diventa un po’ nostra. Rispetto tutti coloro che spiccano il “balzo”. Ma con lui sembra diverso, basta un biglietto per entrare a far parte di un mondo fatto di perdenti e di sogni aggrappati alla rivincita, di passioni taglienti e di amori sconfitti in partenza, dove se fai un passo in avanti spesso ne fai due indietro. Le grigie periferie dell’anima, le macchine e le ragazze nei retro dei locali, sarà quella sua origine italiana espressa in dosi massicce a spiegarci che non sempre si riesce a essere sinceri, nessuna frottola, non ci ha mai nascosto tutte le angosce vissute. Ma la speranza è sempre presente, trabocca e trascina, esplode nella gioia bagnata dai suoi semplici accordi.
C’è chi vive randagio, chi scappa per una vita, chi è ancora immaturo e del giudizio degli altri non gli importa un bel niente.
Una volta feci un colloquio di lavoro e mi chiesero di descrivermi con un solo aggettivo. “Springsteeniano”, risposi. Loro mi domandarono cosa significasse e io dissi:
“Ma non so, non so, non so…”
C’è chi lo adora perché bello, chi lo studia di professione, chi canta le sue note, questa nostra passione. Chi vuole ciulare, chi è un vagabondo, chi vota il Berlusca e non l’ha mai capito fino in fondo… Va tutto bene, nessun processo, se ti piace il Boss, può essere d’aiuto anche quando vai al cesso.
La verità è che quando l’ascolto, la scopa diventa una chitarra e non pulisco mai fino in fondo. Il mocio vileda non lo passo perché scivolo sulle ginocchia atterrando in un sogno. Milano, Firenze, Trieste stanno arrivando, si torna zingari e per me è uno sballo. Perché sono fatto male, del tutto diverso, la normalità mi spaventa, e non solo quello. Ho paura che non possa godermi le cose che ancora non conosco, tutti i posti che devo ancora vedere, i libri mai letti, oppure quei film che mi fanno godere… In questo tempo così difficile la rabbia non serve, mi godo il mio essere unico, senza giudicare nessuno, aspetto Giorgio e Renato, giù un whiskey d’un fiato, e torniamo a essere felici, il viaggio è appena iniziato.
Oh, sì. Voglio stare con te, voglio stare con te… perché ti voglio bene!
La scorsa notte ho fatto un sogno. Di quelli che sembrano più veri della realtà.
Ero in treno. Viaggiavo. E non ero solo. C’era anche lei. Ogni tanto mi voltavo a guardarla, così, per sentirmi bene, forse inutilmente visto che lei era lì, al mio fianco. Ma ne sentivo il bisogno. Inequivocabile. Quella voglia di percepirla, di sfiorarla, di tenerle la mano. Lei. Teneva la panza. Lei. Bella, tonda, morbida panza. Nel suo grembo c’era mio figlio. Cazzo, pensai, non ricordo quando ho ceduto. Non ricordo il momento in cui ho scelto. Devo ammettere che i bambini mi piacciono. Parecchio. Quando sto con loro mi sento bene. Non mi sforzo. Sono me stesso. Rotolo, gioco, urlo, mi sporco, colo candele snaricciose, sputacchio pernacchie bavose, dico stupidate. Come sempre. Solo che al loro fianco sono giustificato. “Lo faccio per farli ridere”, spaccio subdolamente agli adulti mascherando la mia immaturità. I bambini mi piacciono, punto. L’unico appunto che devo fare è questo: mi piacciono i bambini degli altri. Mai pensato di averne uno tutto mio. Troppa responsabilità. Troppo impegno. Troppi sacrifici. Perché quando diventi padre automaticamente passi a essere il suo primo educatore. E il nichilista che vive in me tutto ciò non lo ha mai desiderato. Già è difficile vivere così, egoisticamente, pensando solo a me, che il solo pensiero di diventare genitore mi blocca. Insomma, mi fa paura. Mai più zingarate, mai più rientri all’alba con addosso l’odore della notte. Mai più mutandine sfilate senza giustificazioni o pudore. Mai più frasi tipo: faccio il cazzo che mi pare…
Torniamo al sogno. Ero felice. Felice di generare vita, felice di prendermi le responsabilità, felice che lei tenesse la panza. E che panza. A occhio e croce avrei detto al settimo mese, forse l’ottavo. Mi sono voltato verso il finestrino per ammirare il panorama, rilassato, a posto con gli elementi, in sincronia con l’universo, contento. Un brusio alla mia destra mi chiama. La testa guarda in quella direzione e la vedo. E’ avvinghiata a un altro, tre metri di lingua che si fanno largo nella bocca di uno sconosciuto, baci dati con le labbra spalancate, leccandosi vicendevolmente, manco fosse un film porno. La mascella crolla sulle ginocchia, urlo senza gridare, cazzo succede, ero felice fino a due secondi fa e ora mi trovo lì come un magnifico cornuto a guardarla mentre limona avidamente con un uomo che non sono io. Cazzo succede, ripeto. Voglio scendere dal treno, ma sono bloccato, paralizzato, confuso, interdetto. E i miei occhi la fissano. Lei gode. Si spalma sull’altro. Scruta la di lui bocca con precisione chirurgica. Il subconscio mi avverte:”oi, pirlone, guarda che è un sogno”, ma io rimango lì, impalato, sconcertato e nello stesso impossibilitato a fare qualsiasi mossa. Manco mi viene da piangere. Nulla.
Al risveglio sento ancora addosso i postumi del tradimento. Dell’onta subita. Bevo il caffè, ma non passa. Faccio la cacca, ma ancora nulla. Mi sforzo, provo a inghiottire un biscotto, ma un conato di vomito, dopo un balletto nel gargarozzo, lo respinge con veemenza in superficie. Respiro. Calma, mi dico. E’ stato solo un sogno. Adesso acchiappi la moto, tiri su la saracinesca, spari le solite due cazzate giornaliere e poi vedrai che tutto passerà. Mentre elaboro questi pensieri un rumore di chiavi sferraglia nella serratura. La porta si apre e lei compare. Tiene la panza. Bella, tonda, morbida panza. Le corro incontro e le domando dov’era stata, ed è tutto naturale, come se fosse vero. Le dico che l’ho cercata al cellulare, che ero preoccupato, che nel suo stato deve stare attenta, avere cura del bimbo che porta in grembo. Forse parlo in modo ansioso, agitato. Beatamente dice che ha smarrito il cellulare, che era da sua madre, che io lo sapevo, che non mi devo preoccupare, che… Ma io conosco la risposta. “So bene dove sei stata, eri a slinguazzare, parla, puttana!” Non lo dico. Lo penso soltanto. Alla fine è la madre di mio figlio, è la donna che amo, è la mia dolce metà, è la persona che rispetto più al mondo. Infilo il casco, percorro a piedi i quattro piani che mi separano dal suolo, e mi scappa da ridere. Mi fido di lei.
Mi sveglio per la seconda volta. Corro in bagno a controllare eventuali invasioni femminili. Nulla. Odoro l’aria come un segugio per percepire un profumo di donna. Niente. Che bello. Sono tornato a essere solo o, per essere precisi, single. Adesso si dice così, no? Cantando mi dirigo al lavoro. Sorrido a tutti, anche a chi mi taglia la strada. Non importa. Sono felice. Manca poco ai concerti del Boss e la cosa mi eccita. Parecchio. Che bello, penso, una settimana insieme agli amici di sempre, ai vagabondi, agli zingari. Una settimana a corregli dietro come dei minchioni infantili. Che bello.
Giunto in negozio accendo il computer. Scarico la posta. Una mail mi insospettisce. E’ lei. Dice che è da sua madre e che ha perso il cellulare. Dice che il bimbo scalcia e che va tutto bene. Cazzo. Imbarazzo. Stupore. E poi, felicità…
Cazzone americano che non sono altro. A furia di sognare a occhi aperti, ho ceduto anche agli incubi, credendo per ben tre volte che fosse tutto vero. I sogni. Non possiamo dominarli. Possiamo solo viverli.
Generalmente, quando incontrava il suo amico Marco, finivano sempre a parlare di futuro e speranze. Amici da sempre, Lidia e Marco, non si curavano della presenza di altre persone, immersi com’erano nel raccontarsi gli ultimi anni in cui si erano persi di vista.
-”A me porti una media chiara?”, disse Lidia, sfiorando a malapena con lo sguardo la ragazza ferma alla sua destra con in mano il taccuino per le ordinazioni.
-”Io mi schiumo una Ceres”, disse gentilmente Marco, guardando in profondità gli occhi della cameriera, abbozzandole un sorriso, ottenendo come risultato un leggero rossore sul suo pallido viso. Fecero un brindisi alla felicità e Lidia domandò all’amico cosa nascondesse dietro a quel ‘tutto bene’ detto con denti serrati, forzato in un triste sorriso. Un sorriso stiracchiato al massimo per sembrare naturale.
-”L’anno scorso ho incontrato questa ragazza. Ho capito che mi piaceva. Non subito, però. Accadde dopo qualche settimana. Ti è mai successo che di colpo pensi a una persona? Magari la vedi tutti i giorni e non ti dice nulla. Poi, a sorpresa, la pensi. La pensi quando lavori, la pensi quando canti sotto la doccia, la pensi quando ti svegli al mattino. E quando esci con altre persone hai sempre in mente lei.”
Lidia assentì amichevolmente, erano molti mesi che non lo sentiva e le ultime notizie ricevute dicevano che Marco fosse in crisi profonda per colpa di un amore.
-”Sai come sono fatto. Niente di normale. Mai. Ho vissuto una vita a cercare, a credere, a sperare che esistesse l’anima gemella, la metà della mela perfetta, la combinazione esatta dell’altra metà del cielo. Tante ragazze e mai un vero amore in cui credere”.
Lei non voleva interromperlo, ma la sua leggendaria fiducia nelle idee platoniche dell’essere nati da un “uno” perfetto e poi scisso, dando ai “due” derivati la consapevolezza di non essere mai completi senza la riunione definitiva, le sembrava perlomeno bizzarra.
-”Così l’ho incontrata. Era lei. In tutto e per tutto. Dalla grazia delle movenze alla sensibilità della sue parole. Dal fascino della sua postura al profumo di zucchero filato che emanava. E in lei mi riconoscevo, mi sono trovato, pensavo. Finalmente. L’amore è spesso un salto nel buio. Peccato che non abbia mai avuto l’ispirazione che mi permettesse di spiccare il balzo definitivo. Forse si trattava di semplice timore, il non vedere dove si cade quando si è in preda a un sentimento. Tuttavia ho deciso di affrontare lo scoglio decidendo di buttarmi senza temere le conseguenze di un brusco atterraggio. Delusione o felicità, non faceva alcuna differenza, ‘bisogna aver coraggio’, mi ripetevo, e corsi incontro al mio destino. La invitai a cena, andammo a sentire un gruppo che si esibiva dal vivo e diventammo amici. Intimi amici.”
Le parole sgorgavano come un fiume in piena. Lidia non capiva come potesse essere triste una persona che elaborava tali pensieri sull’amore, soprattutto quando aveva culminato la propria ricerca. Domandò all’amico il perché del suo sguardo cupo.
-”Senza l’espressione artistica della realtà la crudezza della vita diventa insopportabile e così, dopo mesi di gioia assoluta, decisi di tatuarmi il suo nome sulla pelle. Spinto da chissà quale forza dovevo fissare sul mio corpo la felicità ricevuta, la sua naturale espressione, il logico fine di un viaggio chiamato ricerca.”
Detto questo, con un gesto repentino e deciso, Marco sfilò la maglia e si girò di schiena. Un tatuaggio enorme partiva dalla spalla sinistra per terminare al culmine della spalla opposta. Il nome era scritto in un elegante corsivo inglese, inciso sulla sua pelle, eterno ed indelebile.
“Quando lei lo vide tutto cambiò. Disse che non era pronta, balbettò qualcosa sulla propria libertà, il suo spirito, diceva, non era adatto a convivere con quell’idea, l’essere parte di un’altra persona, e decise di troncare la nostra relazione. Disse che non voleva vivere un amore ‘abrasivo’, di quelli totali, e sparì. Da quel momento sono entrato in crisi, non capisco che strada devo percorrere, le mie certezze sono state irrimediabilmente minate. Tutti questi anni passati ad aspettarla e un minuto per veder evaporare tutto. Non credo che proverò più questo sentimento. Anzi, non vorrò più provarlo. E’ troppa la delusione subita…”
-”Mi dispiace, – ribatté Lidia. Quello che temi è l’essere caduto nella banalità. Credevi di essere speciale e ti sei accorto che sei fottutamente normale. Guardati intorno, queste cose capitano a tutti. Sempre. Non rinunciare all’amore. Il sentimento che si prova è il segreto per proseguire, per andare avanti e dare un senso a questa vita. Il sentimento è follia. Il sentimento è fantasia. Solo attraverso gli occhi dell’amore trovi la bellezza delle cose. Non arrenderti. Solo chi non cambia mai idea rimarrà eternamente deluso.”
Il silenzio nacque come un’eco dalle ultime parole dette da Lidia. Marco sembrava accoglierle in sé, elaborarle, farle proprie. Il nome tatuato in corsivo inglese sulla sua schiena non sembrava procurargli più quel dolore insopportabile che aveva quando avevano fatto il loro ingresso in birreria. Forse aveva ragione la sua amica, tutti hanno diritto a una seconda possibilità, una seconda chance per essere felici.
Non aveva notato che la cameriera lo fissava con insistenza, esitante se portare il conto al tavolo oppure no. Non aveva notato i suoi occhi profondi e quel sorriso inviolato. Quando la chiamò per saldare il conto, chiese timidamente quale fosse il suo nome.
Lei rispose abbassando lo sguardo, regalando a Marco un brivido eccitante. Adesso che la stava osservando da vicino notava che i suoi occhi sprizzavano cultura e curiosità, forse talento e voglia di amare. Magari anche lei stava cercando l’altra parte della sua metà. L’altra parte del cielo, quella giusta, perfetta, del tutto combaciante alla sua. E poi, se lei avesse accettato un suo invito, non ci sarebbe stato nessun tatuaggio inciso sul proprio corpo da cancellare visto che si chiamava Manuela, come la sua anima gemella…
Chiusa nella stanza aspetti qualcosa che non arriverà mai. Attendi un messaggio o una telefonata che ridia la speranza per fuggire dal grigiore della vita. Ma il passato non è fatto per tornare come un dono, non è legale quello che chiedi al cielo. Conosci già le risposte ai tuoi mille tormenti e i miracoli non appartengono al tuo mondo. La luce del giorno è troppo reale per non farti soffrire. E’ un bagliore accecante e i raggi del sole danno fuoco ai tuoi splendidi occhi. L’oscurità è il tuo ambiente, parli con le stelle perché sai che da loro non sarai abbandonata. Loro non tradiscono, loro capiscono e condividono il tuo bisogno… e qualunque scelta tu faccia, ti senti abbracciata da quella cosa che senti serpeggiare nell’anima. Dimmi, sei sicura che nessuno ti capisca? Credi che un cuore affamato non possa rendersi disponibile se non è protetto dalla notte?
Dannazione, tu sei nata per correre ma nessuno sembra accorgersene. Conti i giorni da quando ti ha lasciata e il tuo bisogno d’amore rimane sepolto dietro alle numerose maschere che indossi per proteggerti. Intrappolata nei sogni, leggi mille libri per placare la fame, ami i poeti che cantano la bellezza, fotografi un mondo sempre più lontano dal tuo desiderio, ma se il giorno è un nemico, il tuo universo diventa glorioso quando arriva la notte.
Le considerazioni sul giusto o sbagliato le lasci agli esperti e agli istruiti, coloro che hanno scoperto l’elisir per una vita felice e sprizzano infallibilità da ogni poro. Mentre tu sai che ogni persona ha una giustificazione ai propri errori. Non ti importa se dicono che sei ubriaca, se devi cambiare registro per proseguire il cammino e far parte delle persone per bene che mandano avanti questa società. Non capiscono perché rifiuti le lusinghe degli amanti invisibili che bussano forte alle tue porte senza avere alcuna risposta. Il mondo dei dotti vive alla luce del giorno, hanno stipulato un contratto che non hai firmato, non vuoi fare parte della schiera dei normali, e una candela mi dice chi tu sia realmente, innamorata e inquieta, ricca di passione e cultura, e per ritrovare il tuo vero io non rimane altro che fuggire nel buio della notte.
Gli amici? Loro servono per distrarsi e divertirsi. I parenti? Come fanno a capirti quando sei un mistero anche per te stessa? Allora ti tuffi e trattieni il fiato. Riempi i polmoni di ossigeno e speri che basti, rimanere in apnea il più a lungo possibile fino a quando sarà tutto passato. Il mondo è in silenzio e sei in balia delle onde. Un pesce affamato si ferma a guardarti negli occhi e aspetta che tu faccia la prima mossa. Immobile e con le gambe piantate, sorridi e sputi fuori il dolore, perché sai che alla fine anche dalle macerie sorgerà un fiore che cercherà la linfa vitale per sopravvivere e dare vita alla vita. Il sole cade nel mare, è arrivato il tuo tempo, il rosso scarlatto del tramonto avvisa che puoi riaffiorare per buttarti a capofitto nella notte.
Corri, la notte è una sorella che non hai mai avuto. Scappa, il buio è un fratello con grandi braccia calde pronte ad accoglierti. La strada chiama il tuo nome, un nome che ancora non conosci e che cerchi disperatamente di trovare in quella strada che finisce nell’oscurità che appartiene a ognuno di noi…
Piccola, il Boss sta arrivando e io ti aspetterò. E quelle lunghe notti che passeremo insieme saranno notti di gloria. Sarai al mio fianco, cantando e piangendo, vivendo dentro le emozioni e rincorrendo quel sogno, mi stringerai la mano e io resterò per sempre al tuo fianco. Insieme aspetteremo il mattino e capirai che non è poi tanto male.
Un giorno cercai risposte da quello che tutti chiamano Dio. Arrivai fino alle nuvole e mi accorsi che il cielo non era poi così azzurro. All’entrata domandai:”Ma non esiste musica in questo posto?”. “No, mi risposero, la pace è una quiete che non deve essere disturbata e che durerà all’infinito…”
Che palle, pensai, nessun dolore e nessun patimento, niente passione e nessun turbamento. Ho fatto marcia indietro e son tornato a vivere nell’inferno della strada, la stessa strada che mi ha spinto a cercarti nel buio della notte.
Quando sarai al mio fianco capirai anche tu che per vivere bisogna anche saper morire ogni giorno, sfidare te stesso per trovare il giusto cammino, tornare a essere stupidi o, forse, viver per sempre come un bambino.
Quello che lo aveva stregato era stato il sorriso.
Un bellissimo sorriso, solare, che nascondeva un non so che di triste, qualcosa di malinconico e irrequieto.
Quel sorriso, a volte, gli sembrava assente e lontano, forse dimenticato da qualche parte nel passato. Oppure, molto probabilmente, non ancora interamente sbocciato nella sua fragranza al profumo di mela selvaggia.
In altre occasioni gli sparava in faccia frasi del tipo – “Sì, è vero, sto ridendo e mi diverto, ma ancora manca qualcosa per essere completa e felice; uno split d’affrontare e superare, un ultimo gradino da scavalcare, …un cazzo di mattoncino di lego per completare l’opera intera.”
Amava tutto di lei; le labbra gli apparivano morbide e carnose, cornice perfetta per denti bianchi e ordinati, così bianchi che la lingua, per contrapposizione cromatica, pareva color salmone norvegese, o irlandese, o canadese, a voi la scelta. E poi c’erano gli occhi. Marroni, grandi, profondi. Liquidi e trasparenti. Lui li preferiva senza trucco, diceva che l’assenza del bordo “matitato” esaltava maggiormente la loro bellezza e perfezione.
L’immaginava seduta sul letto, con lo schermo del pc aperto di fronte a lei, le gambe incrociate, calzettoni colorati e, anche se non era più la stagione, una sciarpetta a righe orizzontali annodata al collo. E poi quel sorriso.
Un sorriso bastardo che a volte per lui rasentava il limite della cattiveria, un sogghigno che lo aveva incastrato. Cosa diceva quel sorriso? Stava ammiccando? Forse con quel sorriso stronzo lei gli stava dicendo cose del tipo: sì, guardami, lo so di essere bella, ma tu non mi avrai mai… oppure: sei un ragazzaccio e con te, al massimo, potrei avere una storia epistolare d’amicizia e nulla più, un gioco virtuale senza reali coinvolgimenti tenendoti sempre a dovuta distanza?
Niente di tutto questo.
In quel sorriso lui guardava oltre. Vedeva i suoi desideri e le sue paure, i momenti felici e quelli tristi. Vedeva il futuro.
Il suo futuro.
Un domani che non sarebbe mai giunto.
Quante volte l’aveva pensata nei suoi momenti “romantici” della giornata. Un tramonto da togliere il fiato, una melodia che lo lasciava senza respiro, un libro che lo coinvolgeva e lo attraeva in un mondo immaginario, silenzioso e felice, una sensazione di gioia che è difficile rinchiudere in qualche stupida parola. Lei appariva ogni volta che lui viveva un momento “emozionante”, fosse stato da solo o con gli amici, ad un concerto o a teatro per assistere a uno spettacolo. Un brivido inatteso, lontano e spontaneo, scuoteva il suo corpo, forte abbastanza da fargli capire che non poteva rinunciare all’idea di lei. E in quei momenti sentiva inerpicarsi in lui un fortissimo desiderio di abbracciarla, di stringerla forte al suo corpo. Sentiva la voglia di lasciarsi finalmente andare. Ma era solo un teppistello da due soldi che veniva circondato da ragazze facili, tanto volgari nella loro ignoranza quanto arroganti nella loro impudicizia. Si comportava così per rimanere intatto, nessuna di loro poteva intrappolarlo, avvolte com’erano nella loro superficialità e nell’assoluta mancanza di classe e fascino. Nessuna sfiorava le corde giuste come aveva fatto lei; decise di rimanere protetto da pericolosi coinvolgimenti dettati dal cuore. Aveva scelto di mandare in avanscoperta il suo lato oscuro, una raffigurazione di se stesso uguale e contraria; l’immagine che proiettava era quella di un ragazzo dallo sguardo cattivo, orgoglioso e stupido nello stesso istante, uno sempre pronto alla rissa per difendere il proprio territorio, un vagabondo errante illuso di poter avere il controllo su quello che proprio non si poteva tenere a bada. Ma, in fondo, aveva solo paura. Temeva che, a quel sorriso, non potesse più rinunciare.
Che stupido quel ragazzo.
Aveva fatto tutto da solo.
Si era costruito un mondo tutto suo, illusorio e irreale, dove creare e distruggere amori invisibili e mai nati, un mondo fatto di poemi epici e scontri titanici tra il bene e il male. Un mondo fatto di idee inespresse e di parole mai pronunciate. Voleva essere il suo diletto, il suo uomo, ma in realtà era solo attratto da quel bellissimo sorriso e, ora che lo guardava con occhi sinceri, quel sorriso gli pareva sicuro, forte, senza nessuna traccia di dubbio o di timore.
Tornò a recitare la solita parte, chiuse le porte dell’anima e disse addio al proprio cuore.
“Non sempre nella vita possiamo ottenere ciò che vogliamo”, pensò. Immaginò per l’ultima volta quel sorriso, ora lo vedeva felice e appagato nella sua reale cornice, e una musica soave percorse il suo intero corpo.
Lei non gli avrebbe mai recitato il Cantico dei Cantici.
Nonostante non avesse dubbi che al mondo non ci fosse una donna come lei, decise di lasciarla correre via, lontana da lui.
Forse era meglio così.
“Sì, è meglio così”- pensò, “per entrambi, prima di soffrire per un sogno irrealizzabile…”.
Quella mattina sentiva il bisogno di fermarsi e contemplare il panorama. Accostò dolcemente la macchina sul bordo destro della carreggiata, mise le quattro frecce e scese dalla parte del passeggero; si sedette sul muretto e lasciò che il sole baciasse il suo bellissimo viso. Sotto di lei le rocce cadevano in picchiata nel mare, la luce del sole aggrediva i suoi splendidi occhi marroni e sentì la necessità di fumare una Camel. Le era sempre piaciuto fare il turno serale, poche rotture di coglioni, quella notte solo un giapponese l’aveva disturbata, i soliti problemi con i canali satellitari, e poi nulla. Nella notte, accompagnata dal silenzioso ronzio del condizionatore, poteva dedicarsi alla lettura. E poi giungeva il tanto adorato mattino.
Il mattino era per lei una speranza, un ricominciare che portava sempre con sé nuovi pensieri e vecchie abitudini; il separare le cose vere dai sogni, per esempio, o ammirare la maestosità del mare, il suo mare, intimo consigliere e amico discreto. Di fronte all’azzurro del mare il caos si trasformava in rigida chiarezza di orizzonti da raggiungere e il suo cuore le parlava con voce potente, senza lasciare alcuna possibilità di essere mal interpretato. Con ancora indosso la divisa di ordinanza pensava a quella proposta giunta come un fulmine a ciel sereno dal capoluogo lombardo. Aveva mandato in giro per il mondo molti curriculum, alcuni avevano risposto, altri non si erano degnati di comunicarle una decisione. Poi era arrivata la telefonata, inaspettata, da Milano, per prendere con lei l’appuntamento e fissare un colloquio. Desiderava quel posto, forse era l’ideale, voleva mettersi alla prova al di fuori della sicurezza di una vita guadagnata con tanto impegno e molti sacrifici. Ore passate china sui libri a studiare, giorni interi a imparare la parte, e gli amici con le loro risate a fare da sottofondo a una vita che, ora come ora, non le dispiaceva più di tanto. Il suo sogno era quello di cambiare aria e mettersi alla prova spiccando il volo: spesso, però, i sogni fanno a pugni con la realtà. La quotidianità delle cose non è contemplata nei sogni. Non sono presenti i bucati da fare e neppure i piatti da lavare. Nei sogni non c’è mai l’odore di piedi bagnati o il profumo del pranzo domenicale preparato dalla mamma. Nei sogni l’aurea è splendente; nella realtà, al massimo, si è avvolti dallo smog.
I dubbi e le incertezze. I timori e le paure. Doveva lottare contro tutti questi fantasmi, da sola, se veramente voleva realizzare il suo sogno. Ormai era una donna e nessuna scusa infantile avrebbe reso meno dolorosa la sua decisione.
Seduta sul muretto osservava il mare. Chiese consiglio all’amico di una vita, il suo scagliarsi continuo sugli scogli sembrava un applauso infinito, una standing ovation rivolta alla più bella di tutte. Lasciò le gambe libere di ciondolare come un’altalena e con l’indice balbettò due colpi sulla sigaretta stretta nelle dita per far cadere la lunga cenere rimasta aggrappata al braciere: solo in quel momento tutto le apparve chiaro. Quelli di Milano avevano detto che doveva salire il lunedì successivo e che avrebbero aspettato una sua risposta non oltre le diciotto di quella sera. C’erano altri candidati che scalpitavano e bramavano quel posto a cinque stelle extra lusso. E lei era la prima opzione, le avevano riferito, facendola barcollare come una gondola in balia delle onde, felice e orgogliosa, prima che i dubbi facessero capolino nei suoi pensieri e le abitudini bussassero alla porta della sua anima. Molti amici corsero subito in suo soccorso per convincerla a fare il grande salto. Ora, però, le sembrava la cosa più difficile da affrontare. C’era chi le aveva offerto ospitalità e chi le cercò una sistemazione in un alloggio in affitto. E chi le disse che a Milano non sarebbe rimasta sola: le avrebbero persino trovato una nuova compagnia dove proseguire la sua carriera teatrale, il suo vero amore, e altri ancora le avevano suggerito il nome di un ristorante dove ritrovare tutti i sapori a lei tanto familiari.
Ma quel mare, che maestoso si apriva senza fine di fronte a lei, nessuno poteva trasferirlo nella città delle mille luci: forse gli amici non l’avrebbero capita, ma ora non era più molto importante.
Erano giornate come queste a dirle che nella vita ci sono cose più fondamentali della scalata professionale; una famiglia che ti adora, un gruppo di amici che sinceramente ti vuole bene, una passione dove si può dimostrare tutta la propria bravura. Come avrebbe potuto rinunciare alla gente che applaude o a quel senso insostituibile di appagamento quando si esce dal teatro per andare a cena dopo lo spettacolo con tutta la truppa.
Il suo sogno era quello di spiccare il volo e andare lontano.
Pensò che non sempre i sogni, quando vengono realizzati, sono belli come il tragitto che ti ha portato alla meta, al sospirato traguardo.
Il sole baciava il suo bellissimo viso quando rientrò in macchina. Accese lo stereo e si diresse verso casa. Ci sarebbero state altre splendide mattine che avrebbero portato nuove occasioni da cogliere.
Aveva deciso che, in momenti come questi, tutto quello che la circondava fosse molto più prezioso che realizzare il suo stesso sogno…
Rosa osservava la sua mano disegnare nervosamente segni insensati sopra il foglio bianco. Ricercava in quei tratti convulsi la conferma di ciò che stava per avvenire. Il filo del telefono si era aggrovigliato al passato, la musica d’attesa proveniente dalla cornetta silenziosamente si allontanò e lo spazio del ricordo venne invaso dal calore.
Aveva ancora 18 anni quando l’aveva conosciuto. Quel ragazzo dai modi affascinanti, maledetti e gentili aveva catturato il suo sguardo sin dal primo istante, per poi inerpicarsi fino al cuore, cingendolo delicatamente in una morsa piacevole e fatale. Ricordava che quel giorno era uscita con le amiche per fare un po’ di shopping al nuovo centro commerciale, fiotti di persone erano accorse per aggiudicarsi la merce in esposizione; lei ci era andata soltanto per comprare le corde del suo amato violino, stava per diplomarsi al conservatorio, e non poteva sbagliare proprio gli ultimi esami che le avrebbero consegnato il diploma. Magari avrebbe preso anche qualcosa per la madre, una stupidaggine, tanto per farla contenta. Solo quando si ritrovò stesa sul letto e il tramonto le apparve in cielo con un color rosso fuoco si accorse della sua leggerezza. Il cuore l’aveva lasciato da qualche parte in quel negozio, impacchettato e spedito tra le braccia di quel ragazzo che le aveva sfiorato, forse per sbaglio, la mano. Quegli occhi di ghiaccio avevano congelato il suo improvviso rossore e smorzato il respiro dalla sorpresa, ogni parola aveva perso il suo semplice significato. Nulla avrebbe avuto più alcuna importanza.
Era passato tanto tempo del loro primo incontro e una lacrima scese solitaria sulla guancia come un apripista. Poi giunsero i ricordi, tutti insieme, selvaggi come una mandria di cavalli liberata dal recinto dell’anima, inondando i suoi occhi come un fiume in piena. Facevano più male di quella realtà. I mesi erano passati così velocemente da quel giorno che si accorse solo in quel preciso momento di non riuscire a cogliere i particolari delle singole emozioni che aveva provato negli anni successivi.
Dai brevi messaggi mandati per augurare la buonanotte alle telefonate che duravano ore, dai primi incontri imbarazzanti, per lei molto timida e riservata, ai gesti e le parole che acquisivano sempre più disinvoltura. Le mani di lui che si intrecciavano alle sue dita delicate, per poi scendere piano piano a toccare le sue giovani curve, lungo i fianchi fino a sbottonare i pantaloni e sfiorare l’elastico degli slip. Lui era stato il primo. E sino ad oggi, l’unico. Venti mesi di fidanzamento e poi la follia del matrimonio, forse prematuro per una ventenne, ma si amavano, e lui era stato così tenero quando le chiese la mano: “Tu sei mia.” le aveva detto, “ci penserò io a te”. Aveva dedicato la sua vita al marito, perdendo i suoi egoistici interessi e tutte quelle amicizie che non fossero legate al suo uomo.
Lo chiamavano Rosa. Proprio come il suo nome. La prima volta che ne aveva sentito parlare aveva sghignazzato ed esclamato: “Hanno fatto un numero apposta per me!”. Ora quel sorriso si era trasformato in lacrime amare, ed era così assurdo che fosse stata spinta, quasi costretta, a comporre quel maledetto numero. Sembrava fatto, forse per destino o per un brutto scherzo della vita, apposta per lei.
“Come posso aiutarla?” disse la voce dall’altra parte del cavo. Impietrita voleva agganciare subito, non poteva tradirlo, in fondo, forse, era stata tutta colpa sua. Sì, pensò, forse era colpa sua; come in quella occasione in cui le scivolò il piatto mentre lui riposava, oppure quell’altra volta che non stette attenta e inciampò nelle sue gambe mentre erano in pieno centro e la sera, nel buio delle mura domestiche, lui l’aveva punita, riempiendola di cazzotti, deformando il suo giovane volto. E quante volte aveva usato una scusa al pronto soccorso o a cena dai suoi genitori. Riempirsi bene la faccia col trucco per coprire i segni era diventata una dolorosa e triste abitudine. Spesso capitava che dopo, passata la furia, lui si placasse e la prendesse con foga, amandola e possedendola, cosa che la faceva tornare donna per qualche stupido istante.
“Vorrei denunciare mio marito.” Disse Rosa, innamorata di un uomo violento e manesco, vittima della sua stessa devozione. Temeva la solitudine, temeva di non trovare più nessuno disposto a dirle “tu sei mia”, ma la paura del dolore subito in anni di violenze e di soprusi ebbe la meglio dei suoi più reconditi timori…
CHE RAZZA DI SPRINGSTEENIANO SEI? (Brano tratto dallo spettacolo “NOI SIAMO SPRINGSTEENIANI”)
1) PURO
Springsteen per te si è fermato nel 1982 con Nebraska. Non accetti la commercializzazione di Born in the U.S.A. e di tutti i lavori che ne sono seguiti. Lo conosci grazie a una botta di culo (nel lontano 1976 un amico dell’amico di un tuo cugino ti ha prestato quel disco) e questo ti fa credere superiore ai nuovi adepti, come se fossi stato investito dalla luce divina. La tua frase preferita è: “era meglio prima, quando lo conoscevamo in dieci”. Odi profondamente sua moglie Patty Scialfa e scarichi su di lei tutte le frustrazioni represse! Complicato…
2) ROCKER (tipicamente maschile)
Porti le basette lunghe almeno 4cm e non ami i lenti, solo le ballate che evocano fughe in moto e paesaggi desertici. Adori correre e vivi il Rock and Roll a mille all’ora; per te ogni album dovrebbe contenere almeno un pezzo stile Rockabilly. Vorresti che facesse un disco di cover di Elvis perché… ELVIS è DIO! Easy Rider…
3) SOGNATORE (tipicamente femminile)
Quando ascolti il Boss chiudi gli occhi. I brividi che senti sulla pelle sono “reali” e ami la sua calda voce come se cantasse quelle parole solo a te. In camera tua hai ancora il suo poster (nonostante l’adolescenza sia passata da un ventennio), come desktop hai la foto che lo ritrae seduto sul sedile anteriore della sua decappottabile ed è voltato verso di te. Lo adori, è troppo bello. Il tuo sogno proibito è quello di “strusciare” la tua mano sulle sue chiappe in maniera disinvolta, quelle due perle racchiuse nei Levi’s 501 ti hanno fatto innamorare follemente di lui, e fino a quando Bruce in persona non ti dirà di “no” speri sempre che il tuo sogno si avveri. Credente…
4) LETTORE
Ti importa il messaggio che Bruce vuole dare, le sonorità degli album non sono poi così importanti. Solitamente possiedi una erre moscia e sfoggi la tua laurea in conoscenza springsteeniana ogni tal volta si presenti la giusta occasione. Interpreti tutte le sue parole e ne discuti pure con chi di Spvingsteen (come lo chiami tu) non frega un cazzo di niente. Compri qualsiasi libro che parli del “nostro” e aspetti con ansia che il Morozzi scriva qualcosa di nuovo, un libro, un trafiletto, un racconto… perché il Moroz è in forma, è in grande forma, in grandissima forma! Didascalico…
5) PASSIONALE
Il Boss ti emoziona. Veramente. Quando ascolti qualcuno che parla di lui cerchi di intrufolarti a tutti i costi nel discorso. Da dietro, dal davanti, da sopra o da sotto, nulla ti ferma. Sei iscritto a tutte le mailing-list che esistono sulla faccia della terra e in faccialibro hai modificato il tuo nome reale con quello di un suo personaggio cantato in qualche brano. Sei discreto e timido nel rilevare al mondo la tua passione e non reggi se qualcuno lo critica. E, quando per strada incontri un altro springsteeniano, saltelli sul posto perché il Boss, cazzo, mi ha cambiato la vita. Fedele…
5a) PASSIONALE FANATICO
Questa sottospecie la si incontra nei suddetti siti a lui dedicati. E’ facilmente riconoscibile da un semplice fatto: soffre di una rara malattia detta anche springsteenianus dementis: la suddetta “dementis” è molto pericolosa, trattasi di una malattia contagiosa, provoca irrimediabili stati di eccitazione continui, visionari scatti davanti alla tivì ogni talvolta Bruce appaia in schermo e irrefrenabili corse all’edicolante di fiducia per qualsiasi pubblicazione riguardante il nostro. Alcuni accurati studi della nuova università del Kazakistan descrivono la “springsteenianus dementis” come una nuova forma di licantropia moderna, a ogni novità su Bruce il viso si trasforma in una smorfia di dolore, e la sofferenza della BossDipendenza viene espletata con ululati isterici alle ore tre del mattino beccandoti insulti dal vicinato immune da tale patologia. Stare alla larga, ripeto, STARE ALLA LARGA! L’hai già contratta? Lo noti subito: se appena vedi una qualsiasi cosa riguardante Springsteen scatti sul posto, l’ascella diventa irrimediabilmente “pezzata”, zittisci tutti i presenti con rabbia assurda, emani uno strano odore molto simile alle chips del New Jersey, impugni una scopa a mo’ di telecaster e perdi l’appetito, ecco, non hai più scampo. Delirante…
6) INTIMO
Il tuo album preferito è Nebraska. Ti piace la svolta “pacata” di Devils & Dust e di The Gosht of Tom Joad e per non dare fastidio, quando lo ascolti, metti su le cuffie. Meeting across the River è la suoneria del tuo cellulare e speri di rivederlo in un concerto acustico. Nel mondo nessuno ti capisce, tranne lui, ovviamente. Tenero…
7) FESTAIOLO
Il Boss è il più grande front-man di sempre. I dischi sono solo una scusa per andare a vedere i concerti e far casino. Canti in italiano i suoi testi (aim autlov pit, aim autlov pit, chen iu ir miiiiiii) perché l’inglese è la lingua degli invasori. Preferisci SEMPRE le versioni live dei pezzi a quelle originali e quando esci dallo stadio (distrutto), anche se è la 83esima che lo vedi, pronunci sempre la stessa frase:”No, dai, veramente, questo è il più bello di tutti”. Birraiolo…
8 ) IMITATIVO
Vorresti essere LUI. Non ci sono cazzi. Il tuo sogno è cantare Dancing in the Dark e tirare sul palco la tipa che non ti ha mai cagato. Sì, sì, proprio la gnocca dell’università, la fiamma nascosta a tutti, quella per cui hai fatto corse assurde per incrociarla al bar dell’ateneo e, ancora col fiatone, sbiascichi cazzate tipo:”Che coincidenza, anche tu qui?”. Desideri ballare “I’m on fire” assieme a lei, ma lei impazzisce per gli ‘N Sync e capisci che non hai speranze. Fai la foto col giubbino in pelle e la chitarra con tracolla originale Fender. E se non ti vede nessuno, tiri fuori pure il mento, così, un pochino, per assomigliargli di più. Abbordatore…
9) FANATICO (ma discreto)
Lo ami. Mica cazzi. Basta guardare una sua foto che il cuore accelera, la pressione sale e rischi un collasso cardiaco ogni volta che immagini di incontrarlo. Hai tutti i suoi dischi, pure il meglio del meglio del meglio, pezzi che hai già in altri dischi, ma per il Boss si fa tutto e spendi il tuo stipendio per inseguirlo in giro per il mondo. Aspetti l’uscita ufficiale del disco per non rovinarti la sorpresa e fanculizzi chi ne parla prima. Ai concerti compri i biglietti più cari e cerchi di scoprire l’hotel dove alloggia, affitti una suite per incrociarlo e fare la scena, “toh, guarda chi c’è, Bruce Springsteen, mi faresti l’autografo?” Magari lo incontri nel bar e lui ti saluta (prima che tu svenga) e da quella firma sul braccio ne ricalchi un tatuaggio. La tua vita è irrimidiabilmente condizionata dal diavolo del Jersey, e lo dici come se fossi un eroinomane, quasi scusandoti con chi non lo conosce. Appassionato…
10) TIPO IL SOTTOSCRITTO
Gli vuoi bene come si vuole bene a un amico che è stato molto importante. Capisci la sua vita e non ti affanni a inseguirlo sempre e comunque. Prendi quello che Bruce ti offre e importa poco se Patty è invadente o se “le versioni del ’78 sono meglio” (effettivamente le sovraincisioni fanno cagare). In poche parole, la vivi bene. Ed è stupefacente constatare che va sempre bene, certo, va sempre bene, va tutto bene. Sai che, come con gli amici, a volte non ci si sente per un lungo periodo, ma quando chiama rispondi sempre presente! Ehm… Springsteeniano?
Dici che hai il cuore malato. Dici non vuoi essere guardata da occhi che non siano quelli che già conosci. Dici che non sei interessata ad osservare nuovi cieli perché vorresti ritrovare lo stesso identico stupore di un tempo ormai sepolto. Dici che preferisci la rassicurante monotonia della certezza alla paura di un nuovo abbandono.
Ehi, piccola, prova a respirare, cerca di uscire da questa notte silenziosa che ti ha avvolto in un abbraccio diventato ormai letale. I fantasmi che giungono al crepuscolo ti tormentano e avranno sempre buon gioco se continui a nasconderti.
Ehi, piccola, dimmi cosa c’è, cosa ti fa credere che quel dolore non si possa superare, come se fosse indispensabile passare attraverso la sofferenza per riuscire ad affrontare un giorno nuovo. E la ferma sicurezza di un paludoso stagno diventa inganno, un’immagine che non riflette più la verità delle cose di tutti i giorni.
Cosa ti spinge a rimanere aggrappata con tanta forza a una vita che si è dissolta nelle nere pieghe del passato? Immobile e con la mente affollata da spiriti danzanti, cerchi risposte a sconosciute domande lanciate con forza verso le stelle. Il tempo fugge, e continuerà a scorrere, mentre cerchi possenti braccia che ti consolino quando, in segreto, leggi nella tua anima che non è quello che realmente desideri.
Corri, piccola, corri e non ti fermare. Corri forte attraverso nuove strade, svela il mondo nuovo che ti circonda e non temere di sbagliare; percorri la via della scoperta con sguardo innocente e quello che è successo “prima” si trasformerà in pura esperienza, una cosa necessaria per non ripetere gli stessi errori.
Vola, piccola, vola assieme a me, chiudi gli occhi e prendimi la mano; afferrala, forte, e tienila ben stretta alla tua, quando saremo in cima capirai che nessuno ti potrà far male. Mai più.
Dimmi, piccola, dimmi cosa c’è, nessuno riesce a placare la tua dolce inquietudine? Hai scelto di rimanere ferma a guardare i treni che passano senza provare mai il brivido di salire a bordo?
Corrono veloci quei treni, non hanno destinazioni e le fermate sono a sorpresa. Questo è il mondo nuovo dove ti porterò, un paese affollato da volti sconosciuti e da gente mai incontrata in precedenza, persone dagli occhi poveri e sinceri, dove non ci saranno diseguaglianze.
La foresta, piccola, la foresta dove ti sei nascosta è colma di mastodontici alberi neri. Alberi che offuscano la visuale e non consentono alla luce di penetrare nel fondo del tuo cuore, fosse anche per un debole secondo, o per illuminare il tuo bellissimo viso, la meta di aspre battaglie combattute in altri tempi.
Sogna, piccola, sogna di scappare. Sogna un mondo migliore dove anche l’ultimo degli stranieri sia il ben venuto. Un mondo libero dalla paura che domina le anime, un timore a cui non ci possiamo ribellare se non affronteremo i fantasmi di una vita trascorsa ad aspettare. Aspettare che qualcun altro prenda le decisioni al nostro posto.
Afferra, piccola, afferra la mia mano, ho smesso di aver paura quando ho iniziato a sognare ad occhi aperti. Quei sogni sono diventati realtà, semplice e beffarda, da quando sei salita sul carro della mia semplice esistenza.
Gioca, piccola, gioca le tue carte, il rischio è che in questo giro di poker tu riesca finalmente a far saltare il banco, a trovare quello che in verità cerchi, senza più accontentarti di sopravvivere ai miserabili trucchi degli illusionisti, gli stessi che ti obbligano a rimanere incatenata a loro.
Prendi, piccola, prendi la mia mano. Afferrala forte e nessuna promessa verrà più spezzata.
La miseria, piccola, la miseria che ci circonda la leggi negli occhi delle persone oneste che giacciono sconfitte ai bordi delle strade.
Un nuovo giorno è alle porte, piccola, e spazzerà via gli ingiusti e gli avvoltoi.
Piccola, ho bisogno del tuo amore, non mi abbandonare proprio ora, un nuovo giorno è alle porte.
Piccola, ho bisogno del tuo cuore, della tua musica, della ribellione cantata per redimere la rabbia contro le ingiustizie, per fuggire dall’esilio di quella gabbia quotidiana, formata da invisibili sbarre, in cui siamo precipitati.
Muoviti, piccola, muovi le tue gambe, le porte del cielo ti attendono, basta attraversare la soglia per trovare persone disposte a condividere con te i dolori e le gioie, i fallimenti e i successi, i pianti e le risate. Nessuno conosce il domani e non aver paura ad affrontarlo. Libera la follia che è in te e prendimi per mano, conducimi nel tuo mondo, sento che il tuo cuore sta guarendo, stai prendendo la decisione giusta, piccola, e capisci che la ribellione alla tristezza è una rivoluzione che siamo obbligati a compiere.
Un nuovo giorno è alle porte, piccola, senza esserci mai sfiorati, senza più aver bisogno di soffrire.
Ridi, piangi, sogna e lotta. Quando l’onda spazzerà via tutto saremo in cima e canteremo del tempo in cui l’uomo prevalicava i suoi simili.
Un nuovo giorno è alle porte, e ho bisogno del tuo amore per essere finalmente libero.
Cara democrazia, cerca di capire che questo rimanere fedele a te stessa senza voler aprire gli occhi alla realtà ti sta lentamente uccidendo…
“Tu sei come un Dio. Tu sei Pan. Provieni dalle lontane terre dell’Arcadia. Scatena il panico tra gli umani, la paura è ciò di cui ti nutri…”
Eccole. Sono tornate. Le voci giungono dall’ombra, dalle tenebre. Mi chiamano. Questa sera esco, torno a respirare.
Mi presento: sono il male.
Prima che si impossessino di me vi racconto come tutto ebbe inizio.
Cominciò una decina di anni fa, al mare…
-”E’ inutile che neghiate l’evidenza”, disse il commissario. “Siamo stati avvertiti da una telefonata anonima e quando siamo giunti sul posto lei dormiva ‘beatamente’: in mano stringeva ancora l’arma del delitto, riversa in una pozza di sangue, insieme alla sua vittima. Alla fine delle indagini le prove che abbiamo in nostro possesso sono schiaccianti.” Mia moglie scoppiò a piangere, sinceramente sconvolta, voltandosi per guardarmi con occhi supplichevoli, come se io potessi fare qualcosa, lì su due piedi, al distretto di polizia, come se possedessi una bacchetta magica per riavvolgere il tempo e trovarle una via d’uscita da quell’orribile accusa. Crollò in un pianto isterico, due guardie si avvicinarono e la prelevarono; fui colto da una sottile meraviglia nel vedere che le fossero state allacciate le manette ai polsi. Quando la porta si richiuse alle sue spalle il commissario si avvicinò e mi prese sotto braccio.
-”Sono cose che succedono, il delitto passionale è forse il più comune, lei non sa quanti casi come il suo ho già incontrato nella mia lunga carriera”. Parlava come se dovesse rincuorarmi, uccidi, qui, subito, uccidilo, assapora il suo sangue, come se fosse obbligato a farlo, spinto da una sorta di compassionevole solidarietà tutta maschile.
-”Si rifaccia una vita, la dimentichi al più presto. Il giudice non sarà certo clemente, la pena andrà dai venticinque anni all’ergastolo. Ci sono le prove, le lettere, il coltello e quella sua rabbia nell’assassinarlo una volta scoperto che lui voleva troncare la loro relazione. Trattasi di omicidio premeditato. Aveva con se anche il cloroformio, per addormentarlo, per fare il ‘lavoro’ con calma. Ripeto, si costruisca una nuova vita, lei guadagna bene e il suo lavoro la porta a viaggiare. Si distragga, si diverta, si innamori… e questa volta le auguro di trovare una brava ragazza.”
In verità, in vita mia non ho mai amato nessuno, l’ho sposata solo perché era ricca e mi conveniva farlo. E brutta com’era non la voleva nessuno, così è successo che l’ho sposata io, ma è bastato un anno per non sopportarla più, lei e quel suo russare rumoroso, quando perdeva i sensi distrutta dal gin cadeva in catalessi e nessuna cannonata riusciva a destarla, non succedeva nulla neanche se la strattonavo, quel suo russare puzzolente e odioso mi aveva spinto ad andare a dormire nell’altra stanza, lontano da lei, e arrivarono le voci provenienti dall’ombra.
“E’ ora che tu scopra quale sia la tua vera indole: nutriti del loro sangue, bevi dai loro occhi la fonte sublime del panico, terrorizza l’umano essere inferiore…”
Per puro caso avevo trovato le lettere, la scema si faceva spillare una quantità assurda di denaro da quel Don Giovanni da quattro soldi del Carlino, i miei soldi, e a me non rimaneva che lavorare come un mulo. Taccagna com’era diceva che il suo patrimonio era gestito dal vecchio padre. Invece dalle lettere risultava che al Carlino versava mensilmente cifre da capogiro; prima la casa al mare, ‘il nostro rifugio d’amore’ gli aveva scritto la cretina, poi la macchina sportiva e gli abiti firmati, tutto intestato a lui, al Carlino. Col tempo pure lui aveva iniziato a odiarla, lei alcolizzata, lei gelosa, cattiva e possessiva. Alla fine l’aveva scaricata, scrivendole che non voleva rivederla mai più.
Alla demente avevo detto che quella sera sarei partito, per lavoro, e lei era corsa subito da lui, dal Carlino, nella sua casa al mare, per chiarire, per ubriacarsi, per illudersi che lui l’amasse ancora. E’ stato molto facile seguirla, aspettare la sera, avvolto nelle tenebre, ed intrufolarmi in casa, entrando dalla spiaggia, sapevo che lei adorava addormentarsi col rumore del mare in sottofondo, da vera snob del cazzo, e una volta spalancata la finestra mi sono diretto verso la loro camera. Dopo aver versato alcune gocce di cloroformio sul fazzoletto di mia moglie, quello con le iniziali ricamate che usava come una grande attrice quando fingeva di piangere, l’ho premuto sul volto del Carlino. Povero lui, non ha nemmeno lottato. Impugnato un coltello ben affilato, preso in precedenza dalla cucina, ho calato il braccio diverse volte sul suo corpo inerte, forse cento o forse più, preda di una strana eccitazione, il cuore pulsava a pieno, le endorfine a placare la mia sete, mi sentivo come un Dio invincibile, una goduria mai provata in precedenza, meglio di una chiavata, e non ho smesso sino al momento in cui i muscoli del braccio non si fecero indolenziti. Poi sono andato in bagno a lavare via gli schizzi di sangue che ricoprivano il mio corpo. L’ho anche assaggiato. Il sangue. Con la punta della lingua ne ho assaporato una goccia che si era depositata all’angolo della mia bocca e ho avuto una violenta erezione. Dolce il nettare del diavolo, meglio dello zucchero filato. Mi sono anche masturbato, in silenzio, in piedi davanti allo specchio, con un orecchio ben attento ad ascoltare i rumori provenienti dall’altra stanza, in caso che la troia si fosse risvegliata, ma nulla, dalla camera perveniva il solito assordante rumore del suo alcolico russare. Mi sono avvicinato e le ho messo in mano il coltello, la zoccola puzzava ancora di gin. Rapido ho raggiunto la stazione Centrale, l’alibi d’acciaio avrebbe retto, in fondo la polizia segue le tracce come succede nelle favole, briciola dopo briciola, pensai una volta a bordo. Appena sceso dal treno feci la telefonata anonima e tutto andò secondo i miei piani; era stato facile comprare due biglietti, uguali, ma con due date differenti, e io mi feci bucare quello del giorno dell’omicidio, regalandomi il tempo necessario per commettere il mio primo delitto mentre ufficialmente mi trovavo in un wagon-lit verso Parigi.
Mia moglie? Trapassò in carcere, travolta dallo scandalo, si lasciò morire di fame dopo che il padre la diseredò. Sono passati dieci anni. Da quel momento non mi sono più fermato. Ne ho freddati almeno cento. Vi domanderete a chi toccherà questa sera? Francamente non lo so, è bello improvvisare. Alla fine la morte è la sola certezza che abbiamo e non bisogna temerla, anzi, è una sorta di liberazione dalle seccature, dai problemi, dai dolori che la vita quotidiana ci offre. Bisogna farsela amica, la morte, non credete?
Fate attenzione, se una persona per bene vi chiede un informazione, o un uomo a modo si avvicina gentilmente e vi invita a prendere un drink o a scambiare quattro chiacchiere, fate molta attenzione, potrei essere io che vengo a liberarvi. Finalmente ho trovato lo scopo per rimanere vivo e fino a quando non sarò fermato, continuerò.
Ora vi saluto, sento che il nero è arrivato, vai e uccidi,
le voci dell’ombra mi parlano, non avere alcuna pietà,
meglio di una chiavata, non meritano la vita,
il sapore del sangue è il nettare del diavolo, e tu sei il braccio che li salverà.
Ed è l’unica via d’uscita per rimanere immortale. Per evitare di estinguermi lentamente, giorno dopo giorno, come fanno le persone normali…
L’immagine iniziale del video è il poster che ho in bella mostra a casa mia… Troppo figo, lui con dietro il cartellone pubblicitario di Born to Run. Nella mia mansarda ci sta da DIO!
Questo volta, però, il Boss non c’entra niente. Per una volta mi permetto di chiedervi pochi minuti del vostro prezioso tempo. E di condividere il più possibile questo progetto, fare un passaparola che sicuramente sarà utile allo scopo. Non per me, o forse si… Come dicevo in altre occasioni, da soli si può fare molto, ma se siamo in tanti è meglio! Ripeto, questa volta nessun racconto “esaurito”, quelli torneranno a breve.
Fare volontariato significa tutto e niente. Certe volte ci si domanda se è per aiutare realmente gli altri o solo per alleggerirsi l’anima e sentire la propria coscienza in pace con sè stessa. A me, di tutto questo, non interessa niente. Quello che importa, almeno questa volta, è raggiungere lo scopo, l’obiettivo. Ho partecipato a un corso di volontariato serio (con attestato e tutto il resto) e ho avuto ulteriore riprova che al mondo la parte “positiva” è silenziosa, non urla, non usa parole di odio, lavora in modo discreto, è PRESENTE ed è… FORTE. Possiede braccia grandi e costruisce senza chiedere nulla in cambio. C’è gente che ogni giorno dedica il proprio tempo, le proprie energie e i propri soldi agli altri. E non importa molto per quale motivo lo faccia. Questa è la Fondazione con cui ho deciso di cooperare. Si chiama “Aiutare i bambini”. Trasparenza al 100%, entusiasmo da parte di tutti, dagli operatori al Presidente fino alla sciura che ci ha preparato i pranzi; fine ultimo è dare un concreto aiuto ai bimbi. Ovunque essi siano. Dalla periferia di Milano alla landa dimenticata del Nepal, dalla discarica in cui è costruito l’orfanotrofio in Serbia (e non parlo in senso metaforico, è realmente lì, in una discarica abbandonata!!!) alla costruzione di un pozzo per regalare l’acqua potabile in Uganda. Per non parlare dell’America Latina dove sono presenti moltissimi “volontari” a sostenere piccoli/grandi progetti. Qualunque colore abbia la loro pelle (nessun bambino si sceglie il colore) o la fortuna/sfortuna di nascere in luoghi dove per un bimbo è “realmente” difficile, dove se si mangia una volta al giorno è già una festa. Senza nessuna bandiera politica. Ci sono momenti nella vita in cui non ci si può voltare dall’altra parte sperando che ci pensi qualcun altro. Ho conosciuto persone meravigliose e disponibili al dialogo e pronte ad ascoltare qualsiasi esigenza o problema. Ci sono diversi modi di collaborare: si può sostenere donando qualche euro, si può participare attivamente alle iniziative, si può fare un corso per diventare volontario (quello fatto dal sottoscritto: ENTUSIASMANTE! Ne approfitto per salutare le “colleghe” del gruppo… 12 ragazze, un solo ometto… Cazzo, super coccolato. Baci a tutte voi!), si può adottare un bimbo a distanza, “diventare” Babbo Natale per un giorno, aprire un punto raccolta nella vostra città o collaborare se è già presente e molto altro ancora. A breve aprirò una pagina dedicata alla raccolta fondi, prima però volevo farvi conoscere la Fondazione, perché anch’io ho sempre temuto che certe offerte venivano “spartite” dai soliti volponi. Sono certo che anche in questa occasione sarete presenti, attenti e non lascerete cadere il mio appello nel vuoto. Capisco che siamo “invasi” da associazioni, onlus, ricercatori e altro che chiedono denaro. Ma, per me, è importante seguire questo progetto in cui credo molto. Ho deciso di portarmi dietro la cassetta delle offerte in ogni concerto che seguirò, ogni volta che sarò presente a qualsiasi evento, sarò portavoce di questa Fondazione. Questa volta ci metto la faccia, fidatevi del Konte…
Per informazioni: scrivere a ilkonte1970@tiscali.it – facebook: il konte Quantestorie o consultare il sito www.aiutareibambini.it
Per chi si rispecchia nei valori e nei codici di comportamento sotto indicati, non rimandi a domani ciò che oggi può salvare le speranze e i sogni di innocenti…grazie
I VALORI
Nel perseguire la propria missione, “aiutare i bambini” si ispira ai seguenti valori:
Libertà
Giustizia
Verità
Rispetto degli altri
Solidarietà
L’applicazione di questi valori genera un Codice di comportamento che “aiutare i bambini” propone ai propri collaboratori, ai volontari e a tutti i portatori di interesse (stakeholder) con cui entra in contatto.
IL CODICE DI COMPORTAMENTO:
Riconoscere e rispettare i diritti e le aspirazioni dei bambini senza alcuna discriminazione di sesso, razza, fede religiosa o cultura.
Assicurare ai bambini il diritto alla vita, alla salute e all’educazione. Contrastare ogni forma di violenza, maltrattamento o sfruttamento.
Scegliere i progetti di aiuto ai bambini con totale libertà ed indipendenza di giudizio. Favorire i progetti in cui è più grande la povertà ed il bisogno dei bambini.
Operare nei progetti con un approccio concreto e pragmatico valutando l’adeguatezza e l’efficacia degli sforzi rispetto all’obiettivo da raggiungere. Valutare la soddisfazione dei bambini beneficiari al termine del progetto.
Controllare l’avanzamento dei progetti con visite sul luogo dove si svolge il progetto con il contributo di persone esperte e dei Volontari. Erogare i fondi ai progetti gradualmente nel tempo in funzione del reale avanzamento del programma previsto.
Sollecitare le donazioni dai privati (Persone, Società, Organizzazioni) dando massima trasparenza sui fondi raccolti. Assicurare al donatore la massima riservatezza ed il rispetto della privacy.
Assicurare ai bambini la massima parte dei fondi raccolti mantenendo i costi di gestione della struttura organizzativa entro livelli minimi.
Mettere i Collaboratori e i Volontari in condizione di sviluppare appieno le loro potenzialità umane e professionali. Valorizzare il lavoro dei Collaboratori e dei Volontari anche attraverso interventi di formazione.
Valutare i Collaboratori sulla base di criteri di responsabilità e di merito sul lavoro.
Certificare ogni anno il bilancio della gestione economica e finanziaria dando evidenza degli obiettivi perseguiti, dei risultati raggiunti e dei fondi impiegati.
IL RAPPORTO CON L’AMBIENTE:
Per “aiutare i bambini” il rapporto con l’ambiente ha una notevole importanza. L’attenzione all’impatto ambientale avviene sia nella fase di valutazione dei progetti, sia nella gestione delle attività quotidiane, nei modi di seguito indicati:
nella valutazione dei progetti: la sostenibilità ambientale e il rispetto dell’ambiente è una condizione propedeutica all’approvazione dei progetti di “aiutare i bambini”. Infatti, all’interno dei parametri per l’approvazione dei progetti, un significativo peso ha l’analisi della sostenibilità economica, gestionale ed ambientale dei progetti presentati.
nelle attività correnti della sede di “aiutare i bambini”: nel corso del 2006, “aiutare i bambini” ha cercato di diminuire l’impatto ambientale dell’attività della propria sede centrale, grazie all’attuazione di alcune azioni positive, quali la riduzione dell’utilizzo di carta (attraverso un procedimento di archiviazione elettronica dei documenti) e l’adesione completa alle campagne di riciclo e riutilizzo dei materiali, obbligatorie per legge.
È stata inoltre realizzato un progetto per l’installazione nella sede centrale della Fondazione di un impianto fotovoltaico collegato alla rete elettrica di distribuzione. Sotto, se volete, c’è l’indirizzo del video ufficiale della Fondazione, lì troverete altri video che spiegano meglio il tutto… Grazie, il Konte.
p.s. un grazie particolare va a Christian, come cazzo hai fato a sopportare le mie minchiate? Occhei, a volte sto zitto, ma quando parlo sono dissacrante, come dici tu…
A Matteo Palaia, tieni duro Bro’, io ti aspetterò…
Tu sei quello che mi ha illuminato, quello che: “Cazzo, Konte, andiamo nel New Jersey, andiamo a prenderci il Boss”. E io ti avrei seguito, ovunque. Non ti preoccupare, fratello, quella terra rimarrà sempre lì. Quello che importa è che tu guarisca con calma, senza fretta, per dare il tempo al tuo corpo di riprendersi. Queste poche e confuse righe le ho scritte per te, di getto, senza pensare, ispirato dalla panza, dove nasce il sentimento, dove nasce l’amicizia, dove nasce tutto. Un messaggio ha bloccato il mio cuore. Ho temuto il peggio, ho pensato a cose brutte, ero spaventato. Poi la notizia che eri fuori pericolo. Bruce è con noi, è con te, seduto al tuo fianco in un triste ospedale di periferia…
…
Fratello, abbiamo la stessa inquietudine dentro, guardiamo spesso nel vuoto per cercare qualcosa nell’orizzonte. Ma entrambi sappiamo che quel qualcosa è sempre stato sotto il nostro naso anche se non riusciamo mai a identificarlo. Rimane sospeso, quel “qualcosa”, è una sensazione, uno stato, sembra che il suolo sparisca di colpo sotto i nostri piedi. Forse ci manca l’Amore, forse ci manca la calma, forse siamo solo stupidi o forse siamo semplicemente “malati”. Inseguiamo una cosa che non sappiamo neanche definire…
Lei rimane lì, bella e splendente, come una vecchia Chevy da ammirare. E sappiamo entrambi che la gloria ce la giocheremo a dadi. Oppure tireremo in aria questa moneta e se verrà testa rinunceremo ai nostri sogni per tornare a respirare la polvere.
Ma non è detto, fratello. A volte la sorte ti è fedele più delle persone che si dichiarano amiche. Perciò, anche se non crediamo all’aldilà, amico mio, monta su e andiamo a gareggiare su questa strada; male che vada ci avremo provato, avremo fatto tutto il possibile e non potremo rimpiangere nulla delle nostre scelte.
Stanotte, stanotte, questa notte i motori rombano lontani, sembra che ci stiano aspettando. Giù alla Thunder Road saremo io e te, con la radio che spara il Boss a palla e le ragazze del Finger Bar a fare il tifo per noi. E che dire di quella con la bandana color rosso fuoco, quella che tiene i capelli legati dietro la nuca. Lei ti guarda come se fossi un eroe e credo ti voglia regalare venti minuti di felicità.
L’armonica di Bruce urla di non mollare, strilla di non arrenderti. Il Boss canta la sua tristezza, la sua voglia di un mondo migliore, la nostra voglia di vivere, di essere sempre noi stessi, nonostante tutto quello che sta vita di merda ci toglie.
A volte penso che i nostri sorrisi sono tristi come lo sguardo di un soldato che ha visto gli orrori della guerra. Abbiamo perso ciò che amavamo ma non abbiamo mai voltato la testa, siamo ancora vivi e siamo pronti, stasera non correremo per soldi ma solo per la gloria. Quella gloria negata dai più, quel miraggio chiamato felicità, quel senso di appagamento che questa musica ci trasmette.
Non siamo soli, fratello. Abbiamo i nostri sogni con noi. Per alcuni possono sembrare carta straccia, per altri una moneta fuori conio, ma non ci importa molto delle loro opinioni. Quello che sentiamo è questa voglia di scappare da questa città piena di perdenti. E non è obbligatorio vincere, quello che importa è partire e lasciarsi alle spalle il grigio che ci ha impedito di respirare, di volare via, di scappare lontano dagli sconfitti che si spacciano per vincitori!
Ora dicono che sei conciato male. Dicono che sei immobilizzato al letto di un ospedale. Dicono che ti è impossibile voltare la testa. Fratello, tieni duro, non mollare. Questa musica ti trasmetterà l’energia necessaria per “credere”, perché entrambi sappiamo bene cosa ci ha insegnato il Boss, che la musica è magia. Allora prego che questa magia avvenga realmente, prego che le tue ossa si rinsaldino, prego che le tue ferite si rimarginino, prego che le cicatrici si cancellino il prima possibile, prego che il tuo spirito mi segua correndo con me verso la terra promessa.
Stanotte, stanotte, questa notte è perfetta. E’ una notte magica, l’estate si è presentata in anticipo e, Teo, ci divertiremo parecchio. Voleremo attraverso la stratosfera dell’anima, rideremo dei nostri errori, ci abbracceremo felici di essere SPRINGSTEENIANI, ascolteremo questa voce urlare la nostra vita, i nostri sogni, le nostre paure. Stanotte, fratello, stanotte non temiamo nulla. A noi basta un po’ di vento in viso, un finestrino abbassato e queste note per essere in altre strade, in altri posti, dove saremo assieme ai nostri fratelli di sangue.
Altri ci vogliono dare le risposte. A noi non servono le risposte, noi continueremo a farci domande, perché non siamo nati per accettare scampoli di vita regalata da “altri”. Noi che la passione, il Rock, il Boss, l’essere randagi l’abbiamo dentro, a noi ci è stato tolto pure il solo e semplice diritto di sognare, di pretendere quel qualcosa migliore del nostro semplice stato di cittadino-cliente-tele-dipendente.
Fratello, quella promessa è scritta, i giochi sono fatti, non c’è bisogno di aggiungere nulla. Questa musica dice quello che abbiamo dentro, questa cazzo di Cameo la faremo “cantare”, ascolteremo il fratellone del Jersey chiamarci per nome, voleremo alti e nessuno ci potrà fermare. Questa notte è nostra, l’abbiamo guadagnata a furia di sconfitte e di cadute. Guidare tutta la notte per raggiungere quel fiume, il fiume della felicità, il fiume della gloria, il fiume della passione. E non ci fermeremo a giudicare nessuno, rispettosi e fieri, orgogliosi del nostro essere nati con le pezze al culo, nati con errori sistematici, nati per correre. Stanotte, fratello, stanotte è la notte giusta. Se non riesci a muoverti è solo per adesso, se riesci a volare sarà per sempre. Stanotte, fratello, stanotte il Boss canta solo per noi. E’ un concerto privato, quel suo sguardo “grintoso”, quella sua voce “roca”, quel suo alzare e far parlare la Telecaster è un regalo che farà solo per noi. Magari non potrai spostare neanche il mignolo del piede, ma ascoltando questa musica sarai assieme a me, ora e sempre, amico mio!
E sarà esaltante percorrere questa strada, senza nessun dubbio, l’adrenalina sparata in vena, gli occhi gonfi e il petto in fuori. Stanotte, stanotte è perfetta, ho appena battuto il record, nessun limite di velocità ci potrà mai fermare, infrangiamo le nostre paure, i nostri timori, i nostri dubbi. Stanotte, stanotte è già adesso e ora scendiamo in strada a gareggiare, facciamoli saltare tutti dai loro sedili, stiamo sfidando tutto il mondo, stanotte andiamo a gareggiare per “questa” strada chiamata vita. Volevi accompagnarmi a Fidenza, volevamo andare a Freehold, volevamo correre sulla strada. Fratello, chiudi gli occhi, lo stai già facendo…
Noi siamo fatti di carne, sangue, ossa, di materia… Ma abbiamo lo spirito indomabile, la grinta necessaria, la voglia di non arretrare mai, di difendere fino allo stremo le nostre passioni, le nostre scelte. Il tuo tatuaggio è lì, reale, presente, quel corsivo inglese dice che sei Nato per Correre, io mi fido di te, tu fidati di me… Correremo insieme, assieme ai personaggi di questa nostra vita parallela col Boss. Nulla ci spaventa, abbiamo un sogno e lo realizzeremo.
Stanotte, stanotte il tempo è bellissimo, la musica ci accompagna in questo viaggio che faremo assieme. E’ arrivato il momento e io sono pronto, pronto per gareggiare sulla strada della vita. Il tempo è adesso e non temere, io ti sarò al fianco, non posso viaggiare da solo…
Ti saluto e, ti prego, tieni duro. Ora che ti ho trovato non voglio più perderti, sei un VERO amico, mio fratello di sangue…
Pezzo scritto assieme alla mia incredibile, infallibile, insostituibile, indispensabile socia Erika… ti voglio bene! Una canzone del genere meritava un pezzo del Konte…
…
C’erano dei ragazzi che giocavano giù in strada.
Alcuni sparavano a salve verso una lattina abbandonata alla ruggine.
Altri preferivano passare il pomeriggio a provare il loro tasso di coraggio.
Li osservavo dalla finestra e pensavo che nessuno conosce il proprio destino.
C’è chi diventerà un grande imbonitore,
chi invece trascorrerà la maggior parte del tempo viaggiando.
Ci sono poi i grandi sognatori a occhi aperti,
quelli che guardano sempre al giorno che viene dopo il domani.
Ma non c’è scampo se continui a respirare la polvere del deserto.
Nessun futuro a chi respira questa polvere che arriva dal deserto…
…
Una coppietta di adolescenti scherzava dietro la porta.
Lui le faceva promesse bizzarre,
lei rifiutava dicendo di sì con la testa…
Tutti i ragazzi sognano di trovare l’amore.
Pensano che prima o poi incontreranno la loro anima gemella.
Ma quando ti trovi a vivere la realtà di un rapporto,
c’è sempre un conto che non torna.
E i sogni che facevi da ragazzo sembrano delle fotografie scattate in movimento.
Allora capisci che è entrata quella maledetta polvere…
La polvere del deserto che inceppa l’intero ingranaggio.
…
Il circo ha appena levato le tende.
Lasciando a terra dei cocci spezzati e anime piangenti.
Chiunque ha diritto a essere felice, diceva il parroco del quartiere.
Ma lui non aveva questi problemi.
Ora è fuggito con la cassiera del Bar che frequentava.
Le campane suonano a lutto e anche gli angeli sono volati via.
Bisogna trovare la forza per andare avanti, il coraggio di non arrendersi.
Anche se sta arrivando la polvere del deserto.
Questa maledetta polvere del deserto che ci rende soli e diffidenti.
…
Le famiglie si spostano a bordo di carovane stracolme.
A volte perdono i bagagli ma non se ne preoccupano troppo.
C’era una bambina truccata da donna.
Sentivo la madre correre verso la disperazione.
Scappava dalla tristezza, diceva che nessuna persona la capiva.
E si arrendeva sfinita sul bordo del marciapiede.
Dimenticandosi sua figlia nella bettola del paese.
Il padre stava al bancone pretendendo un ultimo giro.
Troppe volte ho respirato questa polvere del deserto.
Rovina tutto, questa polvere del deserto.
…
Canzoni gitane giungono in lontananza.
La triste allegria della boria autunnale.
Due fidanzati vivono i loro segreti amori.
Lei vorrebbe una famiglia e lui vorrebbe solo respirare.
Salgono su una vecchia Ford per trovare la libertà.
Per non farsi raggiungere dalle anime dei morti.
Non sanno che non c’è nessun posto, nessun riparo.
Da questa folata gelida che ti avvisa,
che sei fatto solo di polvere del deserto,
ecco cosa siamo, polvere del deserto…
…
Una ragazza passeggia sulle rotaie della ferrovia.
Vorrebbe prendere un treno, trovare una via di fuga.
Ascolta l’acciaio gridare la sua rabbia, la sua sofferenza.
E i riflessi di felicità non riescono a riscaldarla del tutto.
Ma è sola e sta camminando in un binario morto.
Non è convinta di piacere alla gente,
mentre ha il talento e la bellezza di una Star.
Ma non ha ancora imparato a guardare oltre il giudizio delle persone che sono già morte.
E non riesce proprio a respirare con questa polvere del deserto…
Sempre la stessa maledetta sporca polvere del deserto…
…
Una volta avevo un amico che viveva con la sua donna.
Quando è finita lei si è presa il suo cuore.
A lui è rimasto semplicemente il ricordo di se stesso.
Faceva dei discorsi strani, inseguiva l’utopia.
Gli ho detto:”Fratello, lascia che ti aiuti”.
Lei è scappata e lui si è appeso al palo più alto.
La sua anima dondolante mi viene a trovare quando chiudo i miei occhi.
E ha la medesima espressione del pellerossa cacciato dalla sua stessa terra.
L’ultima cosa che mi ha detto è “sono stato cancellato”.
Forse si è perso dentro questa fottuta polvere del deserto.
“Questo racconto è dedicato alle persone che vivono un Amore “malato” ma, nonostante tutto, non si arrendono…” Il Konte.
…
Ramon aveva resistito tutto il giorno. Era stata dura non correre a casa, aprire la cassetta della posta fatta di latta riciclata, prendere la lettera, strapparne il bordo e leggerne il contenuto tutto di un fiato. In quella dispersa cittadina peruviana non succedeva mai niente di nuovo tranne qualche folata di vento troppo “invadente” che spostava quelle assi di legno che fungevano da pareti di casa sua.
Paracas era un piccolo borgo situato sulle rive dell’oceano; alle prime ore del mattino era silenziosa, quasi assonnata. Così il postino del paese aveva urlato a suo zio che aveva chiamato la madre che aveva raccomandato al fratello di avvisare il figlio di dire al nipote che la lettera era arrivata. Ramon aspettò l’orario di chiusura del piccolo supermercato di don Juan, dove lavorava, e corse a casa. La busta era sul tavolo, lasciata lì direttamente da qualche premuroso parente. A Paracas non esistevano serrature. E poi, a dire il vero, non possedeva niente da “chiudere” con la chiave. La sua era l’ultima baracca del paese, dopo c’era il nulla. Anche i precari piloni della luce erano piegati in due dalla fatica e gli improvvisati fili elettrici pendevano stanchi formando una curva che sfiorava il terreno.
L’ attendeva da tempo.
Era bianca con strisce rosso e blu. Arrivava dall’ Italia. Da Milano.
Era lei.
Aveva un solo francobollo. C’era scritto ‘posta prioritaria’. Ramon quasi si commosse. Era forse lui a essere la cosa prioritaria? Chissà. In quella busta c’era la risposta. Con mani tremolanti l’aprì e ne estrasse il contenuto. Nel petto il cuore gli batteva forte, come impazzito da tanta eccitazione. Dentro c’era un foglio scritto a penna e una foto. Lesse.
“Ramon, mi querido amor.
Finalmente ho da darti buone notizie. Ho trovato lavoro presso dei signori molto ricchi. Sono diretti discendenti di una famiglia che una volta si poteva definire “nobile”. Mi occupo delle faccende domestiche e mi prendo cura dei loro figli. Hanno una casa talmente grande che ci sono dieci stanze. In quella vicino al bagno ci vivo io, così risparmio i soldi del pernottamento alla vecchia pensione. Mi pagano molto bene. A Milano la vita è molto più cara che da noi; ho calcolato che, risparmiando il più possibile, tra un anno avremo i soldi per comprare il supermercato di don Juan, e pure di ristrutturarlo. Potremo sposarci, finalmente. Ora basta che mi viene da piangere.
Ti Amo.
A presto.
p.s. Io sto contando i giorni che mancano al nostro matrimonio, tu?”
“Anch’io, mi amor!” Disse commosso Ramon, rivolgendosi al vuoto. Erano quasi tre anni che era partita, guardò la foto e vide la sua amata, sempre più bella, forse meno bambina ma più donna, comunque la più carina di tutte. Dietro di lei s’intravedeva la cattedrale, quella famosa. Il simbolo di Milano. Ancora un anno di sacrifici e avrebbero coronato il loro sogno.
Milano, viale Porpora. Ore 23.30.
Lei stava pensando al suo paese, nei suoi occhi piazzale Loreto era disperso in lontananza, come fosse una fotografia scattata in movimento. Guardava distrattamente nel vuoto, le sembrava di fissare il “suo” mare e lei camminava in quella direzione, immersa nel suo bellissimo pensiero che la proiettava attraverso l’oceano Atlantico, giù di volata verso il Perù, per terminare quel viaggio mentale nella sua terra, nella sua casa, quella spiaggia rossa dove fare il bagno era per lei così “rigenerante”. Si vedeva tra le braccia del “suo” Ramon, unico vero amore della sua vita.
Una macchina di grossa cilindrata rallentò l’andatura fino a camminarle al fianco. Il finestrino elettrico si abbassò. A guidarla era un uomo dai capelli brizzolati. Sembrava molto ricco.
“Quanto?” Disse la voce dell’elegantone che era al volante.
Lei, persa nei suoi sogni, fu letteralmente disturbata da quell’ uomo.
“Duecento euro in macchina, trecento a casa”. Rispose. Secca.
Gli affari sono affari. Sapeva di aver triplicato la tariffa, quando pensava al suo Ramon diventava scorbutica, quasi indolente.
“Va bene, andiamo a casa”. Disse il tizio in macchina.
Lei salì velocemente sull’auto lussuosa, meno seccata, quasi sorridente.
I pezzi di ricambio e i cuori infranti sono le cose che mandano avanti il mondo, diceva una canzone del suo cantante preferito.
Lei canticchiò il ritornello, godendo del fatto che in una botta sola sarebbe riuscita ad accorciare l’attesa di quasi due settimane…
“Il problema è che abbiamo paura, basta guardarci. Viviamo con l’incubo che da un momento all’altro tutto quello che abbiamo costruito possa distruggersi. Con il terrore che il tram su cui siamo possa deragliare. Paura dei bianchi, dei neri, della polizia, dei carabinieri. Con l’angoscia di perdere il lavoro ma anche di diventare calvi, grassi, gobbi, vecchi, ricchi. Con la paura di perdere i treni, di non arrivare in orario agli appuntamenti. Paura che scoppi una bomba, di rimanere invalidi, paura di perdere un braccio, un occhio, un dito, un dente, un filo, un foglio. Un foglio su cui avevamo scritto una cosa importantissima. Paura dei terremoti, paura dei virus, paura di sbagliare, paura di dormire. Paura di morire prima di aver fatto tutto quello che dovevamo fare. Paura del vicino di casa, paura delle malattie, paura di non sapere cosa dire. Paura delle donne, paura degli uomini, paura dei germi, dei ladri, dei topi e degli scarafaggi. Paura di puzzare, paura di votare, di volare. Paura della folla, paura di fallire, paura di cadere, di rubare, di cantare. Paura della gente. Paura degli altri.” dal film “Happy Family” di Gabriele Salvatores
Anche questa volta il Boss ha cantato un pezzetto della mia vita… Ora, non in un tempo indefinito. Ora, questo treno è reale. Ora, questo treno è stato preso. Ora, questo treno mi ha portato a Trieste… In fondo ci sarà la traduzione del testo di questa canzone. Come posso non riconoscermi appieno!
Il tour per promuovere la fondazione “aiutare i bambini” attraverso il libro “Io sono SPRINGSTEENIANO” ha fatto tappa a Trieste.
Cazzo. Io AMO quella città. E’ bellissima, ricca di storia, terra di confine, palazzi e piazze che ti tolgono il fiato. Intima e allo stesso tempo “europea”. Ma oggi voglio parlare della gente. Le persone di Trieste. In particolare dell’Associazione culturale “Trieste is Rock”. Persone che fanno della passione la benzina che fa “rollare” il motore. Ci smenano il loro tempo, il loro denaro, la loro salute. Ma non mollano… mai!
Abbiamo questa linea che ci unisce, MAI PAURA!
La gente “comune” sempre più spesso si nasconde, teme il peggio, considera solo il lato negativo delle cose. Io non vivo più così. Magari è un difetto, lo ammetto, ma buttarsi in quello che credi senza nessuna garanzia e senza nessuna certezza ti riempie. Cosa mi fa prendere un treno, viaggiare verso delle persone che non ho mai incontrato di persona, parlare della Fondazione “attraverso” il mio “ridicolo” libretto, finire a letto quasi all’alba per poi riprendere il treno l’indomani con le ossa rotte ma con il cuore gonfio di emozioni. Cosa mi spinge a rimetterci dei soldi, a perdere due giorni di lavoro e qualche chilo di sudore “evaporato” allo strepitoso concerto di Jesse Malin?
La passione. Ecco la semplice e banale risposta.
E questi ragazzi di Trieste sono la conferma che non sono solo. Che non siamo soli. Anche loro inseguono il miraggio di trovare dentro noi stessi la “terra della speranza e del sogno”.
Vorrei ringraziarli tutti, uno a uno, ma ne cito solo alcuni in rappresentanza di tutto il numeroso gruppo.
Partiamo dagli Udovicis… Veri “fenomeni” nell’organizzazione e nella logistica.
Mastro birraio, fratello di sangue, il suo locale mi ricorda una “taberna” basca… Ora ho l’aperitivo pagato, neh?
Gary Baldi, cazzo, sono senza parole, l’amore verso il Boss ci porterà a raggiungere la terra promessa.
E poi mio FRATELLO, Matteo, un ragazzo VERO, un amico sincero e una persona stupenda e potrei andare avanti per ore, SEI UNICO! Non smetterò mai di ringraziarti…
Infine, ultima ma non l’ultima, Dorina. GRAZIE DI ESISTERE! Oltre al “talento” riconosciuto da tutti, ho incontrato una ragazza colta, ispirata, curiosa, intelligente, simpatica, cazzuta, RANDAGIA! Una persona incredibilmente BELLA. In tutti i sensi. Una nuova stella brilla nel firmamento, avrai sempre un amico pronto a sostenerti e a “ringraziarti” per le cose che hai fatto per me!
A lei, a Tahnee, a Daniele, alla libreria Knulp, ai ragazzi dell’ETNOBLOG, a Martha della Fondazione di Trieste e a tutti i ragazzi che per problemi di spazio non ho citato, va il mio più sincero, spontaneo e interminabile GRAZIE. Prossima tappa, 15 e 16 aprile a TORINO, sarà da spaccarsi in due… ma siamo CALDI!
p.s.: Dory, cazzo, non sò chi era più sudato tra te, Jesse e il sottoscritto… Salutami i gatti, ne porto il loro “simpatico” ricordo sulla giacca…
p.s.2: il video è della serata è del Light of day tenutosi a Muggia, appena ci sarà la versione della libreria Knulp lo cambierò…
Testo di “LAND (Trieste) of Hope and Dream” Bruce Springsteen (Fonte Loose Ends)
Afferra il tuo biglietto e la tua valigia
Il tuono sta rombando giù sulle rotaie
Non sai dove stai andando
ma sai che non tornerai indietro
Bene, mia cara, se sei stanca
Distendi la tua testa sul mio petto
Prenderemo ciò che potremo portare
E ci lasceremo alle spalle il resto
Grandi ruote rombano attraverso i campi
Dove si riversa la luce del sole
Incontrami in una terra di speranza e sogni
Bene, Io avrò cura di te
Si, e starò dalla tua parte
Tu avrai bisogno di un buon compagno, mia cara
Per questa parte del viaggio
Lasciati alle spalle i tuoi dolori
Si,questo giorno sarà l’ultimo
Domani saranno cieli splendenti
E tutta questa oscurità passata
Grandi ruote rombano attraverso i campi
Dove si riversa la luce del sole
Incontrami in una terra di speranza e sogni
Questo treno
porta santi e peccatori
Questo treno
porta perdenti e vincitori
Questo treno
porta prostitute e giocatori d’azzardo
Questo treno
porta girovaghi notturni
Questo treno
porta cuori-distrutti
Questo treno
porta anime morte
Questo treno
I sogni non saranno ostacolati
Questo treno
La fiducia sarà ricompensata
Questo treno
porta buffoni e re
Questo treno
Ascolta le grandi ruote cantare
Questo treno
Le campane della libertà stanno suonando
Quante volte mi ci hanno mandato a “Quel Paese”? Ora che ci penso, troppe. E io cosa facevo? Nulla. Mai avuto un dubbio, sempre fermo, immobile, come un semaforo. Ora basta! Ho deciso, varco la soglia e mi incammino. Dovrà esserci pur qualcosa di speciale a “Quel Paese” se tutti mi ci mandano. Magari è un grande bazaar, un mercato collettivo di profumi e sensazioni. Forse è l’inferno, con le fiamme che ti bruciano le chiappe e forconi guidati da braccia invisibili ti inseguono per infilzarti il deretano. Non saprei, l’incognita è il sale della vita e non temo nulla. Forse…
Seconda stella a destra, questo è il cammino…
Minchia, ho sbagliato strada, senza il navigatore stavo andando verso l’isola che non c’è! Mah, lapsus freudiano o bisogno di rimanere per sempre Peter Pan? Non saprei, intanto continuo a camminare. La strada è bella, l’asfalto è stato appena rifatto, credo per il fatto che a breve ci saranno le elezioni e il SignorSindacoDonna “deve” riguadagnare la fiducia degli “sfiduciati”; come sempre con un ritocco superficiale, stile Photoshop, quel trucchetto illusorio che ti cambia i connotati per risultare più attraente.
Manca poco, vedo il cartello sulla strada, dice “Benvenuti a Quel Paese”, e sotto, molto più piccolo, quasi illeggibile, è riportata le seguente dicitura: “Quel Paese” è gemellato con “Bete a Tomar por Culo” in Spagna e un malinconico paesino dell’entroterra inglese… “Fuck You” mi sembra si chiami. Bene, penso. Sono uno che ama la fusione di razze, il miscuglio di culture, l’amalgama tra diverse tradizioni, l’insalata di riso e i maccheroni al ragù. Cammino per un po’ e sono letteralmente pervaso dal profumo che percepisco. Sa di buono, mi ricorda i profumi di casa mia alla domenica mattina, magari prima delle feste, quando la mamma dalla cucina creava i suoi capolavori culinari. Proseguo e dopo appena cento metri vedo alla mia destra il Municipio, un palazzo stile liberty con balconi enormi e reggi aste per infilare le bandiere alla festa patronale. Il Sindaco stesso mi viene incontro per darmi il benvenuto. Dice che non vede “forestieri” da tanto tempo. Che molta gente ormai si rifiuta di venire sin quà perché troppo impegnati a rimanere ancorati ai loro piedistalli, alle loro sicurezze. E tutto ciò avviene nonostante ci siano milioni di persone che quotidianamente vengano “gentilmente” invitati a recarsi nella loro cittadina. C’è una nota di rammarico nelle sue parole, lo consolo rispondendo che io, a “Quel Paese”, mi sento bene, mi sento a casa. Sembra contento, mi abbraccia calorosamente e comincia a snocciolare le notizie inerenti alla storia di questo posto. Parte dalla struttura giuridico-politica, dice che tutti i funzionari pubblici lavorano a gratis (dice proprio così, a gratis…), e la loro ricompensa è suddivisa tra gli abitanti del posto. Cioè, se l’assessore alla cultura ha bisogno di un lavoro idraulico in casa, l’artigiano di turno si arma di chiavi, di pinze e di tubi per aggiustare il guasto o per risistemare la vasca che perdeva acqua. E così è per tutti. Il pane viene distribuito porta a porta, il cibo è sano e viene direttamente dai campi, l’allevamento di bestiame permette ai fanatici della carne (a dire il vero pochini) di non privarsi delle loro succolente bistecche e via dicendo. Inizio a essere entusiasta di questo modo di vedere le cose, l’unica moneta in circolazione è il vecchio gettone del telefono, sapete, molte volte mi ero chiesto dove fossero finiti, quelli con le scanalature, quelli che erano spariti come per incanto dal mio mondo. A “Quel Paese” vale come un credito, o un debito, dipende dai punti di vista. E, cosa fondamentale, non esistono Corporazioni o Lobby obbligate a “generare” profitto…
Sempre più incuriosito, domando il numero di abitanti e la risposta è al quanto enigmatica… “Basculante”, afferma. E che vorrà dire? Stile porte dei saloon? Tipo altalena? Il Sindaco legge sul mio viso i dubbi creati dalla sua parola e si affretta a chiarirmi le idee. Dice che c’è chi viene e chi và, sopattutto si và, soprattutto in questo periodo. Questo non è un posto di “stagnazione”, asserisce, quì la gente viene per un periodo, si rigenera e poi torna nel posto da dove è venuto. Rimango sorpreso dalle mie stesse parole… che escono dalla mia bocca senza nessun filtro da parte del cervello, del pensiero. “STUPENDO!” è quello che ascolto dire alle labbra. Noto che la gente parla sottovoce, che non c’è una televisione in nessuna casa, che la comunicazione avviene in maniera diretta, tra persone, e che l’educazione è ancora un valore assoluto. A “Quel Paese” la RES pubblica viene prima di qualsiasi personalismo, di ogni egoismo, donarsi agli altri è il verbo e il motto del popolo che abita quà…
Forse è solo un sogno. Uno strattone mi fà tornare immediatamente alla realtà…
E’ il Sindaco. Chiede se va tutto bene, dice che ero imbambolato con la bocca aperta e un rivolo di bavetta cominciava a colarmi dall’angolo sinistro. Rispondo di sì, va tutto bene, ma chiedo perché un paese dove la persona viene messa in primo piano, al centro della vita della città è così poco pubblicizzato, nel mondo “reale” nessuno si immagina che sia tutto così… perfetto!
Vedi Konte, prosegue il Sindaco, tutti noi torneremo al nostro mondo, presto o tardi. In questo posto siamo solo di passaggio, un transito dove possiamo lavare le nostra colpe, il luogo per purificare le nostre anime. Ti racconto la mia storia. Io ero il Sindaco di una grande città, una stupenda città del nord Italia. La città degli amanti, dove le cose belle erano molto di più delle cose brutte. Ma ero cieco. Vivevo con l’odio nel cuore, marciavo con chi difendeva un passato oscuro, cantavo con il braccio teso ai loro raduni. Conosci Bruce Springsteen? Si, certo, proprio a te lo domando? Hai presente Badlands, il testo? “Il povero vuole diventare ricco. Il ricco vuole diventare Re. E il Re non è soddisfatto finchè non ha il potere su ogni cosa…” Ecco, io ero così. Mi ero perso nelle mie stesse opinioni. Le idee che avevo mi hanno trasformato in una persona “diversa”, avevo smarrito la strada e dimenticato il vero motivo per il quale mi ero impegnato nella vita pubblica. Non che non avessi successo, quello è facile da ottenere. Basta lasciare che il narcisismo ti invada, dire le cose che la gente vuole “sentirsi” dire. Poi la strada è tutta in discesa. Si continua a diffondere la “paura” e la gente ti segue. Stanne certo. Poi ho incontrato una persona “speciale”. Una donna che mi ha allargato gli orizzonti. Un Angelo che mi ha mandato a “Quel Paese”. E quì ho imparato che tutti abbiamo bisogno degli altri. Tutti, nessuno escluso, abbiamo bisogno di contatto umano. Di una carezza, di un gesto amorevole, di un bacio silenzioso. Senza chiedere nulla in cambio. Ora mi capisci, Konte?
Sì, sì, mi affretto a dire. Ma, come per magia, di colpo tutto svanisce, evapora come un miraggio nel deserto. Mi ritrovo in piedi in mezzo al nulla. Per chilometri e chilometri non c’è anima viva. Cerco di ricordare se ho mangiato un Peyote, il funghetto allucinogeno che cresce negli altopiani del Messico. No, no, sono anni che non assumo nessun tipo di droga. Allora? Cosa cavolo è successo?
Tornando verso la mia città canticchio “Human Touch” del Boss quando il ricordo del passato incombe come una pietra pesantissima legata al mio esile collo. Cavolo, ripeto, quante volte mi sono comportato male, quante volte ho “imposto” agli altri la mia visione delle cose, quante volte la maleducazione ha travalicato il limite tollerabile del fondamentale rispetto verso gli altri. E allora capisco la magia di questo posto e la faccio mia. E’ impossibile vivere senza errori, questo è sicuro, ma bisogna cercare di migliorarsi, sempre e comunque. La perfezione risulta antipatica, questo è certo, ma cercare di avvicinarsi a quello che vogliamo essere realmente è un buon inizio.
“Dimmi, in un mondo senza pietà, pensi che sia troppo quello che chiedo? Io voglio solamente qualcosa a cui attaccarmi. E un pò di quel tocco umano. Solo un pò di quella umanità..” Canta Springsteen nella sua canzone…
E a tutti coloro che vengono mandati a “Quel Paese” dico una cosa: ogni tanto è bello andarci e levarsi di dosso le nostre sicurezze e azzardare che possiamo trovare negli altri la cura per continuare a percorrere la nostra strada.
Dedicato a Sarah, grazie e … buona vita!
Per A.M.R., queste parole sono per te… (Fonte Loose Ends)
TOCCO UMANO
Tu ed io eravamo i pretendenti
Abbiamo fatto in modo che tutto svanisse
E alla fine ciò che non vuoi perdere
Bene, è il mondo che te lo porta via
Ragazza, non c’è dolcezza sul volto degli stranieri
Non troveremo alcun miracolo qui
Bene, puoi aspettare un dono benedetto, mia cara
ma io ho un affare da proporti in questo istante
Non sto cercando preghiere o pietà
Non sono venuto alla ricerca di un gruccio
Voglio soltanto qualcuno con cui parlare
E un pò di quel tocco umano
Solo un pò di quella umanità
Non c’è pietà sulle strade di questa città
Niente manna dal cielo
Nessuno che trasformi in vino il proprio sangue
Siamo solamente tu ed io questa notte
Dimmi, in un mondo senza pietà
Pensi che sia troppo quello che chiedo?
Io voglio solamente qualcosa a cui attaccarmi
E un pò di quel tocco umano
Solo un pò di quella umanità
Oh ragazza quel senso di sicurezza che desideri
bene, viene con un alto prezzo da pagare
Non puoi eliminare il rischio e il dolore
Senza perdere l’amore che rimane
Siamo tutti passeggeri su questo treno
Così sei stata distrutta e colpita
Mostrami qualcuno che non lo è stato
Si lo so, non sono un affare per alcuno
Ma perdio,un piccolo ritocco
E un pò di vernice
Potresti aver bisogno di qualcuno a cui aggrapparti
Quando tutte le risposte non ti dicono molto
Qualcuno con cui semplicemente parlare
E un piccolo di quel contatto umano
Bambina, in un mondo senza pietà
Pensi che quello che stò chiedendo sia troppo?
Voglio solamente sentirti tra le mie braccia
Condividere un pò di quel tocco umano
Sentire un pò di quel tocco umano
Dammi un pò di quel tocco umano
“…la benzina è sempre più cara, i pedaggi autostradali sono sempre più costosi, i cachet per le Band sempre più bassi… Sapete cosa ci spinge a fare tutti questi chilometri, a fare tutti questi sacrifici? La passione per il Rock&Roll!!!!”
Lorenzo Semprini (Miami & The Groovers)
Springsteeniani di tutto il mondo unitevi.
La tourneé di promozione del libro “Io sono SPRINGSTEENIANO” (http://ilmiolibro.kataweb.it/schedalibro.asp?id=594600) ha “sbancato” Torino. Fiero della spilla “Trieste is Rock” appuntata sulla giacca, ho vissuto una seconda “magia”. Una due giorni incredibile nella città della Mole, una “full immersion” nelle atmosfere, nelle passioni, nei cuori e nei sogni dei fratelli che condividono questo mio/nostro mondo. Il venerdì sera, alla libreria LEGOLIBRI (via maria vittoria 31, Torino), si è parlato, si è riso, si è “giocato” con la musica. Al mio fianco la “statuaria” presenza di Gianluca Morozzi. Un GRANDE scrittore, un VERO amico e un SUPER appassionato di musica. (Beh, il Boss come Faro, ma non solo Bruce…dove lasciamo gli WHO?) Parlare con lui è SEMPRE una goduria. Chiacchere intervallate dalla “nostra” musica, un set acustico con Renato Tammi, Giorgio Bancale e Diego Alloj della Spring Street Band e con super ospite il “mitico” Paolo Ambrosioni. Abbiamo passato un paio d’ore bellissime, tra una battuta, una canzone di Bruce, una birra e tante tante risate.
La seconda serata è stata una vera e propria “gemma”. Al Magazzino di Gilgamesh (P.zza Moncenisio 13/b, Torino) si è fatta la storia…
Cazzo, cazzo, cazzo! Perché non ci si accontenta… Perché non basta… Perché abbiamo il Diavolo in corpo… Ho una domanda da porvi… Do you like good music? Yeah, yeah!!!
Locale fantastico, gente stupenda, entusiasmo straripante… La serata è iniziata con la Spring Street Band (Renato “The Boss” Tammi – Lead Voice, guitars, Harmonica. Sergio “Garry” Origlia – Bass and Violin. Diego “Big Man” Alloj – Sax, Percussions and Back Vocals. Mario Zita – Drums. Antonio “Steve” Tedde – Guitars and Back Vocals - Giorgio “Roy” Bancale – Piano, Hammond and Accordion. Lorenzo “Nils” Morra – Guitars. Luca “Danny” Dantis – Hammond). Cosa dire di loro… ECCEZIONALI, come direbbe Giorgio (il Professore, grazie del divano… a te toccherà la parte sinistra del mio letto, ahahahahah). A parte le stronzate, devo dire che mi hanno commosso. Il concerto è iniziato con una scommessa: riproporre la versione di “Incident On 57th Street” del 1975, violino, piano e voce… I brividi suscitati nella platea hanno confermato che la scommessa è stata vinta. Il resto del concerto è stata una botta per chi “adora” il periodo di Springsteen del ’78. Quel sound teso, quelle chitarre “urlanti”, quei suoni “arrabbiati” che hanno reso irripetibile e unico il Darkness Tour. Ero in fondo alla sala, coi miei libri, e mi è stato impossibile non scalare la sedia, cercare la vetta, tenere ferme le mani e non far ballare i piedi. E’ così, succede da solo, devi solo “sentire” le vibrazioni e lasciare scorrere l’energia… Ora, poi, sono amici veri, e ci tengo a dire a tutti coloro che li incroceranno di non perdere il loro concerto… vivrete un paio d’ore incredibili e rigeneranti!
Cambio palco, qualche attimo per regolare i suoni, un paio di jeck da reinfilare e l’esplosione dei Miami & The Groovers mi ha travolto.
No, dai, veramente… I “Groovers” sono composta da: Lorenzo “MIAMI” Semprini: vocals, harp, rithym guitar – Beppe “CITY ROCKER” Ardito: lead guitar, back vocals – Claudio “CLAY” Giani: saxophone – Marco “BOOM BOOM” Ferri: drums – Luca “SPIDERMAN” Fabbri: bass, Alessio Raffaelli: piano and accordian… e ci tengo a citarli tutti (anche gli assenti) perché la loro musica è la “mia” musica. Partire dal Boss, fare tappa nelle atmosfere di Tom Petty, sfiorare i Clash (sigh!), perdersi nei Ramones per poi ritornare al punto di partenza: una Drive all Night da spezzare il cuore anche all’uomo di ghiaccio che stava in fondo al salone. Finale “sudato”, cominciando da una versione super di POINT BLANK - LOCAL ROCKING BAND (w/ Rock and roll/Wipeout/Proud Mary) - HONKY TONK WOMEN - MERRY GO ROUND - NO SURRENDER (tiratissima e “straripante!), minchia, come fare a non scappare sotto il palco a farsi “invadere” dalla loro forza, un ritmo da lasciare i partecipanti allo Show senza energia, felici e contenti. Quando hanno attaccato Surfin Bird ho raggiunto il “famoso” orgasmo musicale. Era da tempo che li “inseguivo”, ora posso dire di averli visti dal vivo e devo solo confermare che sono una GRANDISSIMA band!!!
Queste parole sono scritte direttamente dal treno che mi riporta a casa, su un foglietto di fortuna trovato tra i libri e i volantini della Fondazione (www.aiutareibambini.it), e mi scuso se c’è qualche inesattezza… Ma volevo imprimere queste “emozioni” immediatamente nella memoria, tatuarmele nella mente, nell’anima. Sono giorni incredibili, ricevo dichiarazioni d’affetto inimmaginabili, incontro persone che non mai visto prima e che, per magia, sembra di conoscere da tantissimo tempo. Forse è solo questo il segreto: avere a che fare con gente “veramente” stupenda e sincera.
Grazie a tutti, sinceramente.
Prossima tappa venerdì 22 aprile a FIDENZA (Parma) con ospiti “Joe Fandango” e il talento a cui non posso più rinunciare “Stefano Lombardo”: faremo “baccano”, proveremo a trasmettere buone vibrazioni, cercheremo di non “arrenderci” al piattume televisivo che ci circonda. E, finalmente, conoscerò di persona la “sorellina” che non ho mai avuto… Heather, stiamo arrivando!
p.s. un saluto “speciale” a Renato e Giorgio: fratelli, siete sangue del mio sangue!
p.s.2: non posso esimermi di dare un bacio virtuale alla Fede… Sis, solo starti al fianco mi faceva sentire bene…
Eccoci! Volume a palla, questo pezzo va letto con la musica sotto… Finalmente un secondo per aggiornare il blog… No, veramente, troppe cose. Troppi treni, troppi concerti, troppi appunti, troppi… chilometri!
Ma…
Ad oggi ho venduto 112 libri e ricavato 388,20, che arrotonderò a 400,00 euro, ho distribuito oltre 800 cartoline della Fondazione (www.aiutareibambini.it) e l’impegno di otre 60 persone di donare il 5per1000 alla loro causa.Venerdì li andrò a donare per sostenere il progetto per aprire uno spazio gioco presso il nido di via Sordello, a Milano, di fianco all’UONPIA che può indirizzare bambini con diagnosi di disturbi dello sviluppo, autismo, disturbi del linguaggio, sindromi ipercinetiche, ritardi mentali medio/lievi…
Basta ascoltare questa canzone che le forze ritornano, la stanchezza sparisce… e allora personalizzo questo testo del Boss, lo rendo “mio”… diciamo lo “Kontizzo” un pochino per aggiornavi sulla situazione…
…
“Io sono SPRINGSTEENIANO” (http://ilmiolibro.kataweb.it/schedalibro.asp?id=594600) è uscito da poco più di un mese…
Sono un po’ malconcio, ma mi sento A POSTO!
Ho qualche soldo in tasca da donare alla Fondazione “Aiutare i Bambini”, e una lunga e diritta strada da percorrere,
devo riuscire ad arrivare a Trieste per assistere al concerto di John Waite entro venerdì sera ma non so se ce la farò…
…
Beh, sono un po’ sottosopra, devo andare in Fondazione, ma mi sento OK!
Mi sono perso un pò lungo la strada, ma
Sono galvanizzato e contento di donare i soldi alla LUCE DEL GIORNO!
Io sono SPRINGSTEENIANO e lo sono alla LUCE DEL GIORNO!
…
Ho viaggiato per più di mille chilometri e altrettanti mi aspettano,
nell’Ipod ho la musica di questo stupendo Rock’n'roll cantato dal Boss…
Ho un fratello di sangue che mi aspetta a Trieste…
lui dice che le ragazze di laggiù sono veramente il massimo
(lo sò per esperienza diretta, solo a pensarci… Brrrrrrrrrrrrr!)
…
Beh, sono un po’ sottosopra, ma mi sento OK!
Mi sono perso un pò lungo la strada, ma
Sono galvanizzato e contento di donare i soldi alla LUCE DEL GIORNO!
Cazzo quant’è bello fare qualcosa di concreto per “aiutare i bambini” e farlo alla LUCE DEL GIORNO!
Io sono SPRINGSTEENIANO e lo sono alla LUCE DEL GIORNO!
Cazzo quant’è bello fare qualcosa di concreto per “aiutare i bambini” e farlo alla LUCE DEL GIORNO!
…
All’organo… assolo strapitoso di Danny The Phantom Federici, l’uomo che ha seguito il Boss dall’alba della Band, l’amico insostituibile, il suo vero e unico fratello di sangue per eccellenza… Cazzarola ci manca parecchio!
Boss falla “urlare” quella telecaster che mi passa la stanchezza, mi ritornano le forze, il mio corpo si nutre di questo sound, di questa energia, di questa grinta, di questa voglia che hai di metterti sempre in gioco, di non sentirti mai appagato, di voler scendere in strada e accompagnarmi in questo viaggio…
…
…I can’t get no, Satisfaction…
…I can’t get no, Satisfaction…
…
Assolo di Nils, chitarrista fenomenale, strepitoso, tecnicissimo, stupefacente… Ragazzi, questo è puro Rock! La musica che ti salva, la musica che ti carica, la musica che…. IO AMO!
…
Apro una parentesi per ringraziare ufficialmente Gianluca Morozzi… Un ragazzo eccezionale, una guida, un vero intenditore, un GRANDE, uno che mi ha aiutato a superare i timori nell’affrontare la “platea” e… ultimo ma non per ultimo, un grandissimo SCRITTORE… I suoi romanzi sono veramente, genialmente, realmente, letteralmente belli… Vi invito a correre in libreria e comprarli, tutti. Esagerato? No, meglio avere un libro in più che pagare per noleggiare un DVD della saga Bimbiminchia-contro-Vampiri-di-sta-cippa!
Un secondo ringraziamento va al fratello Marco Attila, per l’appoggio, le sempre incoraggianti parole, per la pubblicità e visibilità che ha dato al mio progetto dalla sua pagina fb (https://www.facebook.com/pages/Bruce-Springsteen-E-Street-Band-Tour-italiani/61732853160). E mi fermo altrimenti potrei andare avanti per un giorno intero.
L’ultimo ringraziamento è per STEFANO LOMBARDO (http://www.myspace.com/555642092), il più grande talento della musica rock italiana… Fidatevi, è FENOMENALE, ha le idee, il carisma, la voglia, e, soprattutto, le CAPACITA’! Straripante, assolutamente da sostenere se non vogliamo lasciare che in Italia abbia successo solo chi suona melodie morbide o commerciali che possano passare in radio. Appena ci sarà il video ufficiale del suo nuovo brano scriverò una storia interamente dedicata a lui…
ho percorso mille chilometri, duemila chilometri, tremila chilometri, quattromila chilometri, cinquemila chilometri, seimila chilometri… (beh, non esageriamo!)
…
Uff uff uff uff uff uff, sono partito da Bollate, un grazie al fratello Teo Palaia, ho attraversato il Veneto, son passato dal Friuli, sono stato a Trieste, ho incontrato l’altro Teo, gli amici di Trieste is Rock, Raphael, Franco Stogaus, la Dory e Tahnee, il Mastro Birraio, poi il ritorno e via in Piemonte, a Torino dai fratelli Renato, Giorgio e la Spring Street Band, Paolo Ambrosioni, Lorenzo e i suoi Groovers, poi di corsa in Emilia, a Fidenza per ringraziare Annalena e SisterHeather, Luca, Joe Fandango… per poi tornare da Davide e dalla sua JERSEY DAVILS BAND a MILANO CITY!!!
…
Questa piccola e smarrita cittadina… dispersa nella terra desolata dalla padania… una volta capitale morale di questo paese… ora capitale del nulla, dove a meno di quattro anni dall’Expò ancora stanno litigando per la lottizzazione dei terreni… sembra gestita direttamente da cosa-nostra questa cosa… una mazetta a te, un permesso a me…
…
e ovunque sono andato,
ho visto gente persa, senza sapere quando il Boss torna in concerto.
Ma solo a Milano ho visto gente persa, nella selvaggità della giungla di cemento…
Ma solo a Milano ho visto gente persa, nella solitudine della Metropolitana…
Ma solo a Milano ho visto gente persa, eh eh, nell’INVIDIA! Anche a Torino ho visto gente persa nell’invidia… per il fatto che l’INTER abbia vinto la coppa dei Campioni…. (ahahahahah, Ranato e Luca, quest’anno è l’anno dei cugini, magari il prossimo sarà il vostro… magari no…)
Ma solo a Milano ho visto gente persa, per il fatto che non esiste un posto del cazzo dove ascoltare del buon rock’n'roll (BLUES HOUSE escluso!)
Ma solo a Milano ho visto gente persa, perché sono rimasti agli anni delle televisioni private, della pubblicità, della moda, dell’effimero, dell’inutile, del vuoto assoluto! Ragazzi, quelle cose potevano andare bene negli anni ottanta, ma non tutti hanno capito che siamo nel 2011!
Ma solo a Milano ho visto gente persa, che si sbatte a manifestare “contro” chi vuole che la legge sia rispettata da tutti.
Ma solo a Milano ho visto gente persa, che si agita “contro” l’ugualianza.
Ma solo a Milano ho visto gente persa, che “urla” il proprio odio appeso a manifesti “deliranti”…
Ma solo a Milano ho visto gente persa, che insiste a spacciarci come informazione il telegiornale di Minzolini e di Emilio Fede…
E allora, cosa dire…
prendete queste parole come un gioco,
ma forse no…
Io sono qui con una missione. Tirare su più soldi possibili per chi ha voglia di creare e non di distruggere,
sono qui per tirare su più soldi possibili per chi cerca punti di unione e non solo lo scontro,
sono qui per tirare su più soldi possibili per chi vuole fare qualche cosa di concreto per aiutare i più deboli,
sono qui per tirare su più soldi possibili per dare un segnale a me stesso…
Sono qui per portare un messaggio di pace, amore e fratellanza.
Quando mi incontrerete, saprete che sarò lì quella sera…
sarò lì quella sera,
sarò lì quella sera,
sarò lì quella sera,
sarò lì quella sera,
sarò lì quella sera,
sarò lì quella sera,
sarò lì quella sera,
sarò lì quella sera,
per resuscitare la vostra compassione,
per rigenerare la comunione di spiriti,
per riassemblare il vostro altruismo,
per reindottrinare la vostra mente,
per rieccitare i vostri stimoli sociali,
per riconvertirvi alla passione,
per riliberarvi da qualsiasi pregiudizio,
per trasmettervi il messaggio che siamo “tutti” delle persone e abbiamo “tutti” bisogno di aiuto!
E lo farò…
col potere e la gloria,
col potere e la gloria,
con la promessa di portare con me la potenza di questo UOMO,
di questa slpendida persona,
di colui che ha cantato la mia/nostra vita,
di quello che sarebbe l’unico politico che voterei volentieri…
il BOSS, l’unico capo assoluto che riconosco…
il BOSS del rock’n'roll!!!!!
BRUCE BRUCE BRUCE BRUCE BRUCE
E so di non piacere a tutti,
ma chi vive la mia stessa passione mi capisce e sa…
che quest’uomo ci regale sempre grandi EMOZIONI!!!
E non posso fermarmi proprio ora,
sono un prigioniero delle mie stesse passioni,
e non mi arrendo al piattume televiso,
ma sento queste EMOZIONI dentro, vivere, pulsare in me,
E a me le sta regalando proprio ORA!
E tutti quelli che mi seguono alzino le mani e dicano…
Aah!
Il Konte segue il Boss e dice…
Aah!
Aah! Aah!
Aah! Aah! Aah!
Aah! Aah! Aah! Aah!
Aah! Aah! aAh! Aah! Aah!
Aah! Aah! Aah! Aah! Aah! Aah!
Aah! Aah! aAh! Aah! Aah! Aah! Aah!
Aah! Aah! aAh! Aah! Aah! Aah! Aah! Aah!
(DELIRIO ASSOLUTOOOOOOOOOOOOOOOO)
…
Domani (2 Maggio 2011) è il compleanno della settantenne più bella che ci sia sulla faccia della terra… La settantenne che ha affrontato a testa alta la perdita del migliore di tutti… La settantenne che mi supporta e che mi fa sentire amato… La settantenne che rimane l’unica vera donna della mia vita…
AUGURI MAMMA! TI VOGLIO BENE!!!
Questo pezzo l’ho scritto prima di assistere al meraviglioso 100° concerto della Jesrey Davils Band… Tre ore di DELIRIO assoluto, di canti, di balli, di fratellanza, di vero ENTUSIASMO! Chi era presente sa che ha assistito a qualcosa che rimarrà nelle nostre menti e nei nostri cuori per lungo tempo… Un saluto a tutta la Band, avete fatto “esplodere” il Bleus House…
Il prossimo appuntameno col Konte sarà sabato 14 maggio a Rezzato (Brescia) presso il Parco acquatico Spiaggia 91 con la JERSEY DEVILS BAND! Non mancate… (Un grazie a Ivan per lo sbattimento e la passione dimostratami… SEI UN MITO!)
Ultimo saluto a LaSocia, devo farlo per forza, non posso resistere, sei “troppo” importante… Un bacio Erika!
…
Mi son beccato una diffida e il motivo non l’ho ben capito!
Gli avvocati dicono che è carta straccia, beh non lo so…
Spero che stesse scherzando quando mi ha mandato quella lettera…
Le cose non possono essere peggio di così, si può solo migliorare, e di parecchio!
…
Beh, sono un po’ sottosopra, ma mi sento OK!
Mi sono perso un pò lungo la strada, ma
Sono galvanizzato e contento di donare i soldi alla LUCE DEL GIORNO!
Cazzo quant’è bello fare qualcosa di concreto per “aiutare i bambini” e farlo alla LUCE DEL GIORNO!
Io sono SPRINGSTEENIANO e lo sono alla LUCE DEL GIORNO!
Cazzo quant’è bello fare qualcosa di concreto per “aiutare i bambini” e farlo alla LUCE DEL GIORNO!
Io sono SPRINGSTEENIANO e lo sono alla LUCE DEL GIORNO!
Cazzo quant’è bello fare qualcosa di concreto per “aiutare i bambini” e farlo alla LUCE DEL GIORNO!
Io sono SPRINGSTEENIANO e lo sono alla LUCE DEL GIORNO!
Cazzo quant’è bello fare qualcosa di concreto per “aiutare i bambini” e farlo alla LUCE DEL GIORNO!
Io sono SPRINGSTEENIANO e lo sono alla LUCE DEL GIORNO!
Cazzo quant’è bello fare qualcosa di concreto per “aiutare i bambini” e farlo alla LUCE DEL GIORNO!
E dico Ah!
E dico Ah!
E dico Ah!
E dico Ah!
E dico Ah!
E dico Ah!
E dico Ah!
GRAZIE GRAZIE GRAZIE GRAZIE GRAZIE GRAZIE GRAZIE A TUTTI!
Pezzo dedicato ai miei BLOOD BROTHERS; grazie per l’aiuto, reale, concreto e tangibile, nel sostenere il mio progetto. Grazie per l’affetto che mi avete dimostrato, siete unici!
Il cantante di un gruppo dal nome “simpatico” ha pubblicato un libro dal titolo alquanto esplicito: “Odio Springsteen e gli U2″. Questa è la risposta del Konte…
…
Bruce, non ascoltare le voci che ti giungono da uno che farebbe bene a pensare prima di scrivere. Io che sono un piccolo signor nessuno rispondo a un “grande” artista che crede di sapere cosa sia la nostra passione, cosa sia la nostra emozione, cosa sia il nostro impegno!
Era appena venuta giù la fine del mondo, un diluvio che solo l’estate milanese ti regala. Nessuno di noi si è spostato, abbiamo mantenuto le nostre posizioni, tutti fermi ad ammirarti. Perché ogni tuo concerto è un’evento sempre unico, e non importa quale sia il disco da promuovere. Noi che ti abbiamo visto nel lontano millenovecentottantacinque, e da quella volta siamo rimasti ACCECATI DALLA LUCE! (Gianluca Morozzi, Fernandel editore, 224pag.)
Ti abbiamo seguito, ti abbiamo aspettato, ti abbiamo sempre amato. E non siamo stupidi fans da collezione, tu non sei un culto visionario o una religione! Tu sei quello che ha cantato la nostra vita, hai urlato la nostra solitudine e le nostre inquietudini. Ci hai descritto il tuo universo complicato, e quell’America sconfitta, operaia e piangente è diventata la nostra terra!
Noi che fino ad allora ci eravamo nascosti nella rabbia confusa della folla, dopo averti incontrato quando ci dicono “stai giù”, noi ci rialziamo!
Ooh, ooh, stavamo crescendo…
Le promesse fatte, le corse a perdifiato, gli amori e le delusioni. Il valore dell’amicia, della fratellanza tra i popoli e il rispetto verso chi non conosciamo! Avere un sogno e inseguirlo, vivere con orgoglio ed euforia, ballare il Rock’n'Roll fino a tardi rimanendo sempre fedeli a se stessi. Tu forse non lo sai, ma quì ci sono persone vere che ti vogliono e ti vorranno sempre bene, perché quello che ci hai dato è più che una semplice emozione. Ci hai accompagnato su questa maledetta strada che ci porta fino alla terra promessa… Siamo partiti da un molo di Asbury Park per attraversare l’intero pianeta e arrivare fino a casa nostra! Noi che cerchiamo dentro noi stessi la forza per attraversare a piedi il Nebraska, che balliamo assieme a Rosalita e che non ci siamo fatti schiacciare dalla Giungla d’Asfalto!
Noi che fino ad allora ci eravamo nascosti nella rabbia confusa della folla, dopo averti incontrato quando ci dicono “stai giù”, noi ci rialziamo!
Ooh, ooh, stavamo crescendo…
Avevo 15 anni e non hai più smesso di essermi amico, e se adesso sei un uomo, beh, lo sono anch’io!
Quanta strada abbiamo percorso insieme e a tutt’oggi non ci siamo arresi, proseguiamo sempre con la tua stella in cielo a farci da guida…
Big Man è diventato come il colosso di Rodi, gigante, inarrivabile. Little Stevan è il mio zingaro preferito, Max è di gran classe e Gary tiene alto il ritmo col suo elegante basso. Alcuni li abbiamo persi per strada, altri si sono aggiunti alla formazione storica. Ma nessuna Band sarà mai paragonabile a quella locomotiva, quella macchina da guerra, quell’insieme di amici e fratelli, quegli scatenati componenti della mitica E-STREET BAND!
La musica rallenta, il piano del “Professiore” fa da tappeto alle tue parole…
In italiano, escono dalle casse, raggiungono i nostri cuori…
L’emozione è palpabile, i tuoi occhi sono spiritati…
“Eccomi qua!
Eccomi qua!
A Milano!
Nel mille…novecento…ottantacinque (e io C’ERO!), e per la prima volta ho suonato in Italia.
Mille fans, mille fans italiani, pazzi, molto pazzi!
Gridando: Bruce Bruce Bruce Bruce.
(Bruce Bruce Bruce Bruce)
E’ bello essere tornato a casa. Siamo cresciuti insieme. Grazie!”
Brucebrucebruce… E’ l’urlo che ci accompagna da una vita. Nuove leve ti hanno preso a modello, altri se ne aggiungeranno. Abbiamo trattenuto il fiato assieme a te, catapultati nella stratosfera.
Abbiamo imparato ad amare le nostre Jersey Girls, siamo venuti con te nella Lucky Town, ti abbiamo visto attraverso gli occhi di Tom Joad.
E ogni tua canzone la sentiamo sempre un pochino nostra, da Prove it all Night a Lift me Up!
Sentirti dire che sei tornato a “casa” è il regalo più bello che ci potevi fare, e che si fottano quelli che parlano di “odio” nei titoli dei loro libri…
Noi che abbiamo guidato tutta la notte per raggiungere le nostre donne, per farci stringere nelle loro stupende braccia! Ma cosa vuoi che capiscano gli altri, loro non sono Nati per Correre!
E io che ho scritto un libro in cui dichiaro la mia fierezza di essere SPRINGSTEENIANO, perché in qualche modo mi hai salvato da una vita piena di strade oscure e di difficoltà, al caro uomo che “odia”, dico semplicemente che vuole solo farsi pubblicità!
Se è veramente un artista come ci vuole fare credere, allora perché non devolve la sua parte di guadagno in beneficenza, a me mi hanno aiutato tutti i MIEI FRATELLI, che sono persone “vere”, mica “bau bau, micio micio”!
Noi che fino ad allora ci eravamo nascosti nella rabbia confusa della folla, dopo avere incontrato il Boss, quando ci dicono “stai giù”, noi ci rialziamo!
Yeah, yeah, yeah, siamo cresciuti…
“Brucebrucebruce…”
Se accetta la sfida, io non mi tiro indietro, perché come ho imparato da Bruce, quando ci dicono “stai giù”, noi ci rialziamo! Questo messaggio arriva dal cuore di uno sconfitto, uno a cui la musica del Boss ha svoltato la vita. Caro Federico, fare l’alternativo è molto più facile che mantenere le promesse fatte a milioni di persone, e poi cerca di crescere anche tu, visto che la tua è solo una furba operazione commerciale! E, come cantava Manuele, “L’alternativo è il tuo papà!”
“…molto pazzi!”
Grazie a te… Bruce. Di vero cuore!
www.aiutareibambini.it
Il libro “Io sono SPRINGSTEENIANO” lo trovate qui: http://ilmiolibro.kataweb.it/schedalibro.asp?id=594600
Non saprei definire la situazione. Era una favola? Era un sogno? Cos’era? Era un gioco?
C’era una volta una Principessa. Bella, nobile, di gran classe, uno spirito puro che ancora non aveva intrapreso la propria strada. Ma sapeva già che l’avrebbe percorsa fino alla fine. Inseguendo il suo dolce sogno…
C’era una volta un brutto anatroccolo. Ma proprio brutto. Era in cima alle classifiche di bruttezza. E non solo. Era cattivo, permaloso e… nero. D’animo, intendo. Era sempre pronto a criticare, infiammare, dividere, obiettare, provocare e non si fermava davanti a niente. Forse tutta la sua rabbia aveva proprio nel suo essere “oggettivamente” brutto la fonte inesauribile per trovarsi sempre in mezzo ai guai.
Lei non alzava mai la voce, lui urlava sempre.
Lei chiedeva, lui prendeva.
Lei domandava, lui affermava.
Lei voleva tanti amici, lui non ne voleva più.
Lei era bianca, lui era nero.
Lei meritava il successo, lui aveva un successo che non meritava.
Lei era la “bella”, lui era la “bestia”.
Forse era una favola, forse l’ho solo sognato, ma non importa. La verità è che i due vennero a contatto. Si conobbero. Si avvicinarono. Si parlarono… e fu subito magia.
Strano, ma sembravano felici, almeno a un primo sguardo, camminavano fianco a fianco. Strano, davvero. Lei era proprio bella, cosa ci facesse un essere angelico tra le braccia di una bestia famelica, un bruto dall’animo nero come il carbone, nessuno lo capiva. Le cortigiane della “bella” Principessa l’avevano avvisata, quel tipo “brutto” non è adatto a te, dicevano. Cosa la spingeva tra le sue braccia, tra le sue spire argentee, tra i suoi denti grigi, denti sempre pronti a mordere la preda? La magia? Non saprei, le favole non hanno un percorso lineare, una trama definita. Inutile domandarsi perché i draghi volino, no? Oppure perché i maghi hanno sempre la barba bianca e lunga? Tant’è, era così e basta, forse come nelle più belle favole della buonanotte doveva succedere, punto e a capo.
Cioè, doveva accadere che prima o poi la “bestia” venisse salvata dalla “bella” di turno? No? Quel “ti amo” che risolve i problemi agli orchi, quel “ti amo” che li salva dalla catastrofe, appena un attimo prima che tutto finisca. Come nei film americani, dove il filo rosso viene tagliato solo un decimo di secondo prima dell’esplosione, il timer si blocca a un battito di ciglia dall’irrimediabile. Ma noi spettatori sappiamo che ciò accade, anche se sentiamo crescere la tensione, in fondo al nostro cuore siamo ben consci che il “buono” non può morire, altrimenti che favola sarebbe…
Così, forse per caso, forse per fortuna, la “bestia” si ritrovò a partecipare a questa favola. All’inizio lo stupore lo placò, estraneo alla coscienza di sè, la “bestia” trovava normale che succedesse proprio a lui, dall’alto della sua arroganza non si stupì dei fatti che gli stavano capitando. Per lui non c’era alcun dubbio sul perché la “bella” avesse scelto proprio lui. Anche se il tarlo continuava a gracchiargli nelle orecchie un dubbio che il suo lato oscuro cancellava immediatamente. Era fatto così, presuntuoso, orgoglioso e sicuro del suo essere il più forte di tutti.
Ora non ricordo bene come si sviluppò tutta la faccenda.
Fu rapido, veloce, inatteso.
Già in sala occhi dolci preannunciavano il finale tanto sospirato. Già, quel bacio che avrebbe trasformato la “bestia” in un bel ragazzo. L’immaginario collettivo è questo che si aspettava. E pure la “bestia” dava per scontato il vissero felici e contenti come conclusione, giù il sipario e tutti a casa.
Ma non andò proprio così…
Lei incontrò il “suo” Principe Azzurro. Di quelli belli, ricchi, cristiani. Di quelli che abitano in un castello. Di quelli che hanno una stanza intera come armadio dove provare gli infiniti e costosissimi abiti che lui le avrebbe donato ogni santo giorno. Un amazzone eroico sempre pronto a salvare la sua principessa, a proteggerla e a raccoglierla da terra con un gesto elegante e perentorio. E fu così che andò…
Lei, la “bella”, si era fermata un secondo a pensare alla sua situazione. Si era ficcata in una strada senza via d’uscita. La “bestia” si era rilevata infettiva, pericolosa, e pure quel poco di bello che lei aveva visto in lui nel momento del loro incontro, era sparito. Aveva sbagliato favola. Ed è lì che con una semplice decisione fece tornare le cose nel loro posto “naturale”.
Con un balzo elegante la “bella” si issò nella parte posteriore della sella del suo amato Principe Azzurro. E cavalcarono felici, corsero via, eternamente legati, sparirono alla vista inghiottiti dalla folta vegetazione. Il castello era pronto, si poteva dare via ai festeggiamenti. La Principessa aveva trovato la sua metà, correva in contro alla meritata felicità, era nettamente superiore a tutte le altre, e guai a mettersi contro il destino.
Per quanto riguarda la “bestia” non saprei dire che fine abbia fatto.
C’è chi dice che ancora sia fermo ad aspettare la sua “bella”. C’è chi narra di viaggi epici che lo videro protagonista di svariate avventure. Un tale, forse inventando, mi ha detto che la “bestia” abbia gettato via il proprio cuore e che si aggiri come uno spettro tra la nebbia.
Altri credono che abbia lottato con Dio e si sia arreso e ora, ogni volta che viene giù il diluvio, siano le lacrime della “bestia”, ormai incapace di provare sentimenti veri, fuggito da questo mondo per non riscoprirsi ogni mattina a maledire la sua stessa immagine. Ma non saprei a chi credere. La verità è che a volte è meglio che ci siano i Principi Azzurri in circolazione, altrimenti si corre il rischio che le “belle” Principesse vengano divorate dalle “bestie” cattive.
Ci sono dei casi in cui è meglio non fermarsi ad aspettare chi è rimasto indietro, e se sei una Principessa, devi proseguire sulla tua strada, forse è l’unica via d’uscita che ti resta.
C’è un cerchio rosso, oltre il quale non si può più proseguire. Noi l’abbiamo già oltrepassato.
Questa città è piena di problemi, la gente non esce più di casa e la paura è diventata la padrona assoluta delle nostre vite. Ora come ora non abbiamo neanche la forza di guardare avanti, tanto siamo rincoglioniti nell’ascoltare parole d’odio urlate contro tutto e contro tutti. Donna Letizia promette tutto quello che si possa promettere, ma chi ci crede più, è solo una bugiarda, un piccolo ingranaggio del sistema fortemente voluto dai suoi padroni. Hanno paura che l’affare EXPO’ gli venga scippato da sotto il naso, e poi chi lo spiega a Don Vito Corleone che bisogna essere trasparenti negli appalti pubblici? Certo, se venisse riconfermata questa giunta di governo filerebbe tutto liscio, vero?
La mia città è in rovina…
La mia città è in rovina…
Il dinamismo l’abbiamo perso da quando il Cavalliere si è impadronito del nostro futuro spingendoci sempre più giù, per lui siamo solo spettatori inermi del suo tubo catodico. Sono vent’anni che sono sempre le stesse persone a governare il municipio, e nulla è cambiato. Solo che allora questa palude non l’avevamo mai sperimentata, ci sembrava nuova. Il verde è quasi sparito, recintato come fosse un genere in via d’estinzione. I grattacieli crescono sempre più alti, ma non è simbolo di efficienza, visto che sono lottizzati dagli “amici” degli “amici”. La MAFIA è REALE, a Milano ha la sua base economica, mentre la Padania è solo una sensazione, un prurito di chi vuole “frustare” la sua stessa gente. Dovete urlare perché non avete argomenti, l’unico vostro obiettivo è il potere, e dovete averlo a qualsiasi costo; dovete trovare un nemico su cui scaricare la vostra anomalia, siete falsi e ipocriti come pochi altri. Adesso è ora di cambiare, perché bisogna trovare punti di intesa e non stare sempre a scavare solchi profondi tra le differenze che ci sono in una città europea, multirazziale e moderna.
La mia città è in rovina…
La mia città è in rovina…
Dai, risolleviamoci…
Dai, risolleviamoci…
Dai, risolleviamoci…
Dai, risolleviamoci…
Dai, risolleviamoci, cazzo!
A ogni angolo spuntano nuovi poveri, anche chi era sicuro, chi aveva un posto di lavoro onesto, ora teme ad aprire un mutuo per comprare casa. Gli affitti sono i più alti di tutt’Italia e tenete vuoti gli appartamenti per far crescere il loro valore. Giocate su questa parola, la sicurezza, mentre noi subiamo sulla nostra pelle la guerra tra i poveri, una battaglia persa in partenza. L’orgoglio di questa città esiste ancora, lo sapete? Non sono solo i ricconi a comandare, c’è una parte sana che vuole riprendersi i suoi spazi, senza prevaricare nessuno. Il bene pubblico non esiste, dimenticato, schiacciato, volgarizzato dal miraggio della ricchezza personale. Un miraggio, appunto. Casa facciamo, ci arrendiamo? Mai più!
A breve ci saranno le elezioni. E’ il modo diretto per dire no. Dire no alla privatizzazione del bene pubblico. Dire no a chi ci vuole chiusi in casa con il telecomando in una mano e la carta di credito nell’altra. Dire no a chi cerca sempre più di scaricare le proprie responsabilità di un fallimento verso i più deboli, siano essi i Rom o gli extracomunitari. Dire no a chi investe i soldi pubblici in affari “privati”, dando alle Corporazioni la giusta causa di produrre “utile” sulla nostra pelle. Dire di no a chi grida “no alla droga” e poi senza una riga di cocaina è “imballato”, non si diverte. Avete tacciato di comunismo pure il Cardinale, povero Tettamanzi, lui che è sempre stato dalla parte dei giusti… siete proprio penosi!
La mia città è in rovina…
La mia città è in rovina…
E con queste mani prego,
prego che alle prossime elezioni ci siano delle sorprese,
prego che ci sia una rinascita,
prego per gli ultimi,
prego per i dimenticati,
prego per le procure che da sempre lottano per la GIUSTIZIA, contro chi di quella giustizia se ne sbatte altamente,
prego che chi ci governerà domani abbia il coraggio di dire “sì, se quella cosa non ha funzionato è colpa mia”,
prego che ci sia un futuro per i nostri figli,
prego che ritorni la speranza,
prego che la gente capisca che l’ODIO verso il prossimo è il primo passo verso il baratro,
prego perché le differenze sono una risorsa e non una condanna,
prego che Milano torni a essere quello che è sempre stata: la capitale MORALE e produttiva di questo paese.
Spargete il sale, amici. Questa è un’occasione unica, forse l’ultima, che abbiamo per cercare di cambiare, veramente. Tappiamoci il naso e via al seggio, la politica sarà sempre “cosa loro” se non facciamo valere il nostro diritto a esercitare il potere che la democrazia ci dona. Poi, da lunedì, torneranno tutti amici, questo è certo. Ma il segnale che deve provenire da Milano deve essere forte e chiaro, e non voglio cadere nel “partitismo”, questa politica è lontana dalla gente, ma voglio sperare che gli abitanti di questa BELLISSIMA città tornino a essere il centro di un progetto. Forza, regaliamoci un sogno…
Credo che ci sia anche gente di destra che non si riconosce più in questa giunta, in queste persone “arroganti” che sanno tutto, capiscono tutto, risolvono tutto… Risolvono tutti i loro affari privati!
Quello che conta, comunque, è non rivedere più quella faccia sorridente della maestrina Moratti. Anche lei caduta nel giochino del “se vincono loro aumenteranno le tasse…”
Insopportabile, quasi come la Santanchè.
Quasi, perché quella lì, quella che dichiara apertamente “che il fascismo non è un male assoluto”, è veramente inarrivabile…
and come on…
and come on…
and come on…
and come on…
and come on…
and come on…
and come on…
and come on…
dai RISOLLAVIAMOCI, perché essere MILANESI deve tornare a essere un vanto, e non una vergogna.
Dai RISOLLAVIAMOCI, perché questa è la città del “fare”, dell’agire, non della spartizione e della lottizzazione.
Dai RISOLLAVIAMOCI, perché, come cantava Fortis: “…Mi piacciono i tuoi quadri grigi, le luci gialle, i tuoi cortei; oh Milano, sono contento che ci sei.”
Dai RISOLLAVIAMOCI, perché AMO questa città.
dai RISOLLAVIAMOCI, cazzo! Facciamo vedere a tutta l’Italia che non siamo schiavi di nessuno, ricordiamo la cinque giornate, la resistenza, la protesta della società civile ai tempi di tangentopoli.
Ecco. Sono in una città che non conosco, in una squallida, anonima e sterilizzata stanza d’albergo e ho sonno. Per fortuna c’è la vasca da bagno, ne approfitto all’istante. Prima di andare a letto ripenso alla serata appena trascorsa e a quel tipo che, fuori dalla libreria, si è avvicinato e mi ha chiesto: “Ma ti piace bruspristing?” così, tutto attaccato.
Cioè, ho parlato per circa un’ora del mio libro e questo tipo con barba-folta-capelli-arruffati-occhialini alla John Lennon mi sputa questa domanda. Così, su due piedi, mi è venuto da sorridere, pensavo scherzasse. La mia scena muta l’ha spinto a proseguire…
“No, sai, perché a me non piace. Cioè, non è il genere di musica che ascolto. Cioè, no, sì, insomma… Hai dell’emmesssecrì?” Dice il tipo con barba-folta-capelli-arruffati-occhialini alla John Lennon. Penso che mi stia facendo una supercazzola, l’antani, la trinilaconfraternita-pulitina di Monicelliana memoria… E invece no, si avvicina sempre più e ripete la domanda…
“Konte, hai dell’emmessiamndì?”
Occhei, sono rincoglionito, sono sordo, sono tardo, sono gnucco, ma non ho ancora capito… Gli domando se vuole chiedermi se faccio la spesa al SuperDì…
“No, no. Volevo sapere se hai (e questa volta scandisce le parole) dell’ELLE ESSE DI” ripete lettera per lettera come se fossi uno scemo…
Mah, ora mi vien da ridere, ma a ripensarci non c’è niente da ridere. Ho sempre avuto la faccia da cazzo, occhei. La faccia da teppa (come diceva mio padre), occhei. Ma pensare che vado in giro per l’Italia con in tasca degli allucinogeni mi sembra un pochino forzato. I trascorsi del Konte sono lì, tutti li possono leggere. Un passato difficile, una vita difficile, ma è da tempo che evito con cura qualsiasi sostanza stupefacente. Allora?
Allora mi faccio un bel bagno. Sono in ammollo nella vasca, gioco a stare appena sotto il filo dell’acqua, tipo bolla e rumori attutiti, e penso.
Penso che questa serata è stata una grande minchiata. Nessuno degli organizzatori aveva letto il mio libro e mi sono trovato al fianco di uno scrittore serio, professionista, che fa quello come lavoro, il creare storie e svilupparle con tecniche del racconto che il sottoscritto si sogna. Sapete, quegli scrittori che hanno la foto nel retro del proprio libro? E sono lì, di trequarti, bellissimi, con i loro capelli brizzolati, con la faccia da professori universitari che la sanno lunga. Quella faccia che sottointende che si fottono le studentesse più fighe del corso (suscitando l’odio e l’invidia dei compagni di corso affamati). Quelli che sanno tutto di tutto, dal terzino sinistro del Catanzaro all’epoca di Palanca all’intera opera drammaturgica di Eschilo. E tutte queste informazioni le hanno nel cervello. Impresse nella memoria. Quelli che non fanno fatica a ricordare, a memorizzare, a schematizzare.
Cazzo ci faccio al fianco di un tale personaggio? Me lo domando mentre, nascosto dagli occhi dei più, elaboro la famosa teoria cartesiana del cappero. Cos’è la teoria cartesiana del cappero? Ve la spiego subito. La teoria cartesiana del cappero è la semplice spiegazione di come un qualsiasi cappero (sì, sì, proprio un cappero del naso) dopo minuti di accurata lavorazione tra l’indice e il pollice diventi come pongo. Crostosi, a stella filante (quello con la coda, n.d.r.), morbidi, snariggiosi, appiccicosi; se ci si impegna e si ha cura nella lavorazione, tutti i capperi diventano palline grigio scuro (color antracite). Palline da attaccare sotto le sedie, sotto le scrivanie, sui pulsanti degli ascensori, sui citofoni; alcuni li usano come veri e propri proiettili. Io lo sconsiglio vivamente perché possono realmente fare male, soprattutto se finiscono negli occhi di una vittima ignara. Ho visto gente perdere la vista, quindi, per favore, non fatelo.
Ecco, io ero lì a maneggiare con cura la pallina con il pollice e la domanda del moderatore mi coglie leggermente impreparato…
- Come si pone una Rock star come Bruce Springsteen di fronte al problema dell’immigrazione clandestina?
Tutti mi guardano… “Chiedetelo a lui” rispondo. La sala esplode in un’applauso, credono sia una battuta. Sorrido, leggermente imbarazzato. Stringo tra le dita un cappero che si è sommato a un primo cappero precedentemente estratto dal sottobosco nasale e la pallina inizia a essere ingombrante. In quel preciso istante ho capito che la gente pensa che io abbia scritto un libro su Springsteen. Ma non è così… Ho scritto un libro che parla di me, di come sono diventato e del perché sono Springsteeniano. Ma non voglio rovinare la festa, sono stati così gentili da pagarmi anche l’Hotel, non posso sputtanarli e dire che “evidentemente nessuno ha letto il mio libro”… No, sono quì per tirare sù soldi per la Fondazione, profilo basso e sorrisi sparsi a destra e a manca. Spiego che, secondo me, il Boss non è il tipo da soluzioni, è quello che pone le domande, ecco, sì, è così, lui si fa domande a carattere sociale, ma non credo voglia trovare le soluzioni per forza… mica è un politico.
Me la sono cavata. La platea dice sì con la testa, anche il tipo con barba-folta-capelli-arruffati-occhialini alla John Lennon sembra convinto. Tralascio il resto della conferenza ma devo ammettere che in quel preciso momento ho sentito la reale assenza del Morozzi, le nostre minchiate, le nostre improvvisazioni, telepaticamente lo cerco (mi illudo che tra Blood Brother funzioni): “Gianluca, Gianluca, tu che sei scaltro, tu che esci sempre brillantemente dagli inghippi, tu che con un sorriso e una sillaba lasci stupefatti i tuoi ammiratori…dove cazzo sei?”
Verso la fine della lunga serata mi si è avvicinata una bella e appariscente ragazza, sorriso quarantotto denti, profumo spruzzato in dosi industriali, spacco alla gonna, rossetto pesante, seno prosperoso, sguardo penetrante, sì, insomma, un bel troione. Di quei troioni che scelgono i maschi. Di quei troioni che captano il testosterone. Di quei troioni che dopo aver captato il testosterone maschile lo afferrano al lazo. Di quei troioni che dopo aver captato il testosterone maschile e averlo afferrato al lazo lo trascinano e lo trattano come una marionetta.
Il troione mi si avvicina e, sospirando, chiede: “Konte, sei speciale. Sei una persona particolare. Ti impegni nel sociale, sei splendido… Sai che scrivo anch’io? Ho un blog e vorrei chiederti alcune cose…” La Scarlett Johansson de noantri parla come se avesse in bocca un chupa-chups. E, man mano che parla, si avvicina sempre più al sottoscritto. Indietreggio il più possibile ma la mi crapa pelada ha toccato la parete e dice stop! Non posso cadere in questo tranello. Rispondo che se mi manda, via mail, qualche esempio di storia, qualche racconto, sicuramente lo leggerò e le farò sapere. Come ai colloqui di lavoro. E’ solo un modo gentile per dire vaffanculo. Lei insiste, sfoggia il sorriso più smagliante che ha in repertorio (si vede che è una che non tollera un rifiuto) e mi dice:”Li ho con me. Alcuni manoscritti, intendo… Se vuoi possiamo salire in camera d’albergo e li leggiamo assieme.”
Cosa devo fare? Cosa devo dire? Penso a Jhon Travolta in Pulp Fiction, quando è in bagno e parla davanti allo specchio. Dai Fabio, rifiuta. L’ultima volta che ti sei scopato una tipa che non ti convinceva del tutto ti ha combinato solo gran casini. Sento il calippo aborrire questa mia idea ma è il cervello che comanda e ciccia. Il calippo protesta con tutte le sue forze strappandomi una promessa: quando sarò in stanza mi faccio una bella, sana e generosa sega. L’autoerotismo come ultima soluzione. Magari uso pure la destra, così, per gioco, per creare quell’illusione che per un mancino come me è fondamentale.
Ora, sdraiato in questa vasca, in ammollo tra i saponi finti e schiume sintetiche della catena alberghiera mi pento. Solo un pochino. Sono rilassato, sono single, non ho obblighi verso nessuno, una leccata al calippo potevo pure farmela fare…
No, no, no, no. Meglio di no. E’ vero che stare in vasca ha suscitato fantasie erotiche smarrite nella memoria. E’ vero che il caldo della vasca ha trasformato la sacca scrotale in due borse della spesa (penso che se mi alzassi ora da questa vasca troverei i miei coglioni abbracciati alle caviglie), è vero che la tipa era oggettivamente carina, sinuosa, affascinante. Ma…
Perso nei miei pensieri, mi chiedo chi sia la mia tipa ideale. Nessuna? Impossibile. E allora chi? E se fossi omosessuale? No, no. L’idea di baciare un uomo non mi accarezza. E allora?
Allora un cazzo. Io voglio perdermi dentro occhi trasparenti, dentro sorrisi liquidi, sentirmi abbracciato da mani sensibili, baciare labbra carnose, parlare con donne curiose, viaggiare facendo l’autostop, filosofeggiare ridendo, cenare con sensibilità, sognare di volare, l’esplorazione gentile dell’anima. Ecco cosa cerco. Una donna che sia elegante dentro. Elegante nel cuore. Una donna che magari divide il cibo nei piatti perché non vuole mischiare i sapori. Una donna che “senza il dolcetto è come non mangiare affatto” (io non sono uno che ama i dolci, viva il salato!). Una donna che sia diversa da me in tutto tranne che… Voglio una donna che ora, mentre me ne sto sparapanzato in questa vasca, in una squallida, anonima e sterilizzata stanza d’albergo, pensi a me, a Fabio, e non voglia anche lei un pezzo del Konte. Intanto l’amore è anche sofferenza, e tutti, prima o poi, soffriamo per amore.
E il tipo con barba folta-capelli arruffati-occhialini alla John Lennon che fine ha fatto? Semplice, appena fuori dalla libreria mi ha seguito per farmi l’ultima domanda…
“Konte, oltre a Springsteen, che gusti musicali hai?”
“Difficile. A me piace un po’ tutto. Dal Punk dei Clash al metal dei Metallica. Dall’opera lirica al serialismo di Steve Reich. Dalle origini del Ritmen Blues allo Ska giamaicano degli Skatalites. Dalla dolcezza della chitarra di Jhon Mayer alle colonne sonore di Morricone e dei film di Kubrick. Per non parlare dei vari Who, Perl Jam, Mano Negra… Forse è più facile dire quello che non mi piace…”
“Occhei, sai com’è, pensavo facessi parte di quelli che o il Boss o muerte! Ma di gruppi italiani?”
“Ora come ora mi strippa Giuliano Palma con i suoi Bluebeatters… Ma ai tempi ho seguito i Ritmo Tribale, i primissimi Litfiba, gli Afterhours e i già citati Casinò Royale di Giuliano Palma (solo i primissimi pezzi, niente dub o rap!). Ma anche i 99 Posse e molti altri, l’elenco diventerebbe infinito.”
“Bene, sei uno che la sa lunga… Il mio gruppo preferito sono i Diaframma… Sicuramente li conosci, vero?”
“Ehm, sì, certo… Ma non sono il genere che ascolto o che ascoltavo. All’epoca preferivo di gran lunga i C.C.C.P. e i loro spettacoli fuori di testa…”
“Ma guarda che i Diaframma erano e rimangono mitici…”
Per fortuna ogni persona ha i propri gusti. Io rispetto chiunque, ma, sinceramente parlando, a me i Diaframma hanno sempre fatto cagare. Ma non lo dico al tipo con barba-folta-capelli-arruffati-occhialini alla John Lennon, magari si offende.
Gli stringo energicamente la mano e mi congedo con una pacca sulla spalla.
- Magari, se chiedi a quei ragazzi là, loro hanno da passarti del fumo o altro. Di più non saprei dire.
Il tipo con barba-folta-capelli-arruffati-occhialini alla John Lennon si dirige felice verso il boschetto. Ignaro del mio enorme cappero appeso sulla sua spalla sinistra…
Cosa succede alle persone quando perdono la propria anima gemella?
Cosa passa nella loro capoccia?
Come fanno a rialzare la testa?
E tutti i sogni, i progetti, le speranze, che fine fanno?
L’Amore è così, arriva, ti invade, stagna, poi si stanca e sparisce.
Cercare di sforzarsi a trovare una soluzione è praticamente impossibile.
Allora? Che fare?
Nulla. Ci si nasconde. Si sparisce dalla circolazione, inglobati da pensieri sempre più negativi, da viaggi mentali che ti trascinano sempre più giù, verso lo sconforto, il nero più profondo, verso l’autodistruzione.
L’altro giorno ho incontrato una persona fantastica, una ragazza strepitosa, una di quelle persone che ti illuminano il viso, quelle persone che il solo stare al loro fianco ti fa sentire pieno, realizzato, appagato.
Ora lei è in crisi.
Dice che la persona che Ama non l’Ama più.
Dice che era la sua anima gemella.
Dice che le incontri solo una volta nella vita, le anime gemelle. Ed è come un treno che passa. Se salti giù, impossibile risalire mentre corre veloce. E quel treno passa solo una volta nella vita.
Cita l’esempio di Platone, della creazione, dice che all’inizio siamo uno e poi siamo stati divisi. L’Amore è la fusione delle due metà che si rincontrano.
Io, che di Amore non ci capisco nulla, dico di sì con la testa, come a confortarla.
Lei parla poco. Strano. E’ sempre stata una molto loquace, al limite del logorroico. Ora le parole devo tirarle fuori con forza, forse è solo restia a esporsi. Credo tema a farsi vedere senza veli, ha paura che se apre il rubinetto poi sarà impossibile fermare il pianto.
Ed è così che quella che pensavo una super forza della natura, si è trasformata nel più tenero e indifeso essere che madre natura ci abbia mai regalato.
Io non so cosa chiedere, quali punti toccare. L’Amore per me è come l’arabo, due parole e via, ma capisco che, magari sbagliando, devo dire qualcosa.
Domando: “Ma da quand’è che sei così?”
“Nove mesi…” è la sua risposta.
“Come una gravidanza…” e capisco subito di aver fatto la solita stronzata, meglio che mi tappo la bocca.
Dopo nove mesi sei ancora così… depressa? Cosa succede a una persona per far sì che non superi questa fase? No, dico, nove mesi! Nove mesi a cercare in qualcun altro gli occhi del suo “lui”, nove mesi a fare finta che la vita è fatta così, di alti e bassi, nove mesi a mascherare questa sua angoscia, nove mesi a cercare di respirare anche quando non c’è più ossigeno nell’aria.
Nove mesi.
“E ancora stai così male?”
“Sì, mi vergogno a dirlo. Ma tutto quello che ho fatto in questo periodo non vale neanche un minuto passato assieme a lui.”
…azz!
“Mmm, interessante, cioè, voglio dire, ehm, potrei scriverci una storia…”
Lei mi fulmina con gli occhi, gelata dalla mie parole.
“Stai tranquilla, stavo scherzando. E’ che questo lato dell’Amore non l’avevo mai visto. O forse facevo finta di non vederlo. O forse l’ho visto, ma ho preferito voltarmi dall’altra parte. Tipo quando ci sono scene “forti” in televisione e ti metti la mano davanti agli occhi per sottrarti all’immagine violenta… Tipo l’uccisione delle foche, quelle dalla pelliccia immacolata, con il sangue che imbratta la neve candida…”
“Fabioooooooooo”
“Sì, scusa. Scusami, veramente. No, dai, veramente. Scusa…”
“Occhei, scuse accettate.”
“Posso farti una domanda?”
“Spara.”
“Ma tu ci speri ancora? Intendo dire, visto che sei molto carina, sono sicuro che sarai uscita con “altri” uomini… Anche solo per noia, per distrazione.”
“Certo.”
“E allora?”
“Allora cosa? E’ stata una tragedia. Ho conosciuto persone belle, veramente belle. Interessanti, intelligenti, spiritose e dinamiche.”
“E allora?”
“E’ proprio in quei momenti che capisci che non ti passerà mai. L’intesa, il contatto, la scossa, il profumo… sono cose uniche. Nessun altro potrà mai averle uguali.”
“Appunto, se cerchi in altri quello che è unico, non troverai mai la soluzione.”
“Ehi, Fabio. Come sei ingenuo. A volte penso che sei tenero nella tua visione delle cose. Sembri un bambino che crede ancora nei super-eroi. Per te la somma di due più due è sempre quattro.”
“Perché? Quanto fa? Mi sono distratto un secondino e hanno cambiato le regole della matematica?”
“Ecco, vedi che sei ingenuo? Nei rapporti umani non sempre valgono le regole in cui credi, ci sono le famose incognite…”
Io d’Amore non ci capisco un cazzo, di matematica men che meno… Incognite? Variabili? Mancano le equazioni di secondo livello e poi un bel tre in pagella che sono tornato a scuola. Non capisco la situazione, veramente, non la capisco.
“Ma tu non hai orgoglio? Sì, quella parte in te che si arrabbia, quella grinta che ti spinge a dire: non mi vuole, vada a fare …?”
“Certo che ho orgoglio, e tu lo sai benissimo. Ma la faccenda è ben diversa. Una cosa è dare una visione di sè, altro è quello che si prova realmente dentro. L’Amore, come ti dicevo, non ha regole. Non ci sono cure. Non è come una malattia a cui ti rivolgi alla bellissima farmacista e ti fai dare la medicina…”
“Ah, capito…” Mentivo.
Non capivo un cazzo di niente. Capivo solo alcune cose, tipo: avevo di fronte una bella persona, di successo. E lei non riusciva a chiudere con un passato “ingombrante”. E questo la portava anche a vergognarsi del suo successo. Diceva che non lo meritava. Anzi, diceva che il successo era venuto grazie all’involontario aiuto del suo ex. Diceva che lui la prendeva in giro, che le dava della perdente, che per sfotterla si metteva la mano sulla fronte a forma di elle…
“E con ciò? Non dirmi che sei diventata famosa perché lui ti faceva una mossa da bimbominchia! Dai, ti facevo più in gamba…”
“Vedi?????? Tu non puoi capire. E poi, cosa ne sai tu dell’Amore? Dici sempre che hai il cuore di pietra, che non ti innamori mai, che non hai mai sperimentato la sensazione di sentirti completo, quel senso di felicità reale quando stai con la tua metà! Allora taci, una volta per tutte.”
Incupito, mi sono domandato cosa volesse dire con le sue parole. Voleva farmi male? Voleva sfogarsi? O semplicemente era una provocazione?
“Allora come la mettiamo? No, dico, non vorrai trascinarti ancora a lungo come uno zombie. Bisogna superare gli ostacoli, le difficoltà. La vita continua. Domani sarà sempre meglio di oggi e vedrai che una mattina ti sveglierai e ti domanderai: Cazzo, non mi vuole più? Vada a cagare!”
“Fabio, non solo sei ingenuo, ma sei più coglione di quello che pensassi. Non capisci che non è una questione di tempo? E nemmeno di persone. La vita, per me, è diventata vuota, senza reali interessi. Io non vivo più, al massimo sopravvivo!”
Sapevo di essermi cacciato in un vicolo cieco. Cosa dire? Nulla…
Dopo cinque minuti di silenzio assoluto, quel silenzio nel quale senti tangibile la sofferenza altrui, ho sparato al vuoto.
“Credo che non ti passerà mai.”
“E’ vero. Non mi passa. E non passerà mai. Perché lui è così, semplicemente splendido… E io voglio lui. Solo lui…”
Sconsolato mi sono diretto verso casa. Pensavo a lei. Pensavo alla sua tristezza. Pensavo alle sue parole. Poi mi sono ricordato di essere un privilegiato. Chi ha un cuore di pietra non potrà mai soffrire…
Non sapevo cosa aspettarmi. Forse mi avrebbe odiato per il resto della sua vita. Magari mi prenderà a calci nel culo, visto che non ho capelli da strappare… Oppure mi graffierà il viso, tipico delle donne “rabbiose”.
Arrivo alle 22,45. Lei abita al quarto piano, di solito faccio le scale, ma oggi sono andato a correre e mi fanno male le gambe. L’ascensore è di quelli esterni, con i vetri, ed è stato tutto il giorno al sole. Appena entro mi manca il fiato e vengo travolto dalla puzza. Puzza di cane bagnato. Puzza di piscio rancido. Puzza di cacca schiacciata. Trattengo il fiato ma l’odore si insinua nelle narici e corre al cervello.
Come un subacqueo appena affiorato in superficie, il respiro che faccio quando emergo mi fa girare la testa. Trovo agilmente la sua porta e suono. Mi allontano di pochi passi, non vorrei che mi colpisse subito, a tradimento, appena spalancato l’uscio di casa. Credo che stare a un metro di distanza possa bastare.
“Eccoti” dice senza degnarmi neanche di uno sguardo. Entro e vedo alla mia sinistra il monitor del computer acceso. Riconosco la pagina. E’ il mio blog… E’ la “sua” storia. Tiene accesa anche la televisione, ma senza volume. Il posacenere straborda mozziconi furmati nervosamente e spenti con ardore agonistico.
“Fabio, cazzo succede?” Domanda gelida.
“In che senso?”
“Nel senso che hai scatenato un putiferio. Nel senso che ci sono molti commenti. Troppi. Non credevo potesse succedere. Occhei, la storia me l’hai fatta leggere e ti ho dato il consenso di pubblicarla, ma così è troppo.”
“Hai paura che ti possano riconoscere?”
“No, quello no, però…”
“Allora dimmi. Cosa ti spaventa? Cosa c’è che non funziona? E’ bellissimo vedere tanta “solidarietà” nelle parole che hanno scritto. No? Cavolo, io credo che mi farebbe piacere sapere che tanti sconosciuti sentono il bisogno di commentare le mie “pene” d’Amore…”
“Sì…, cioè no.”
“Mmm?”
“Sì, è vero. Ci sono dei commenti veramente belli, teneri e rispettosi. Ma ho paura di… come dire, di…”
“Di passare per stupida?” Azzardo.
“Sì, sì. E’ quello. Cioè, non è bello pensare che quello che provo realmente viene visto come una debolezza. Sono conscia del mio “status” di rincoglionita. Capisco benissimo che bisogna proseguire. Come dici tu “Andare avanti che domani è, e sarà, un giorno migliore”. Ma se non lo volessi fare? Se quello che volessi fosse solo Lui? Rischio di passare come una mezza minchia, una che non ha le palle, autolesionista e al limite del masochismo.”
“Credi?”
“Ascolta, ora ti spiego meglio. Siediti pure, non rimanere impalato come se dovessi fuggire via da un momento all’altro. Vuoi qualcosa da bere?”
Mi accomodo sul divano e sprofondo. Perché il suo non è un divano. E’ un materasso piegato in due e quando mi siedo mi sembro Fracchia. Non trovo la posizione giusta. Comunque non sarò picchiato. Ormai ne sono certo. Mi porge un succo di mirtillo (dice che aiuta a non invecchiare…, mah) e questa volta quando parla mi fissa dritto negli occhi.
“Ecco, non so se troverò le parole giuste. Sono argomenti delicati e bisogna trattarli con dovuta cautela.”
Silenzio
“…”
“Fabio…”
“Fabio, io non so come dirlo…”
“Fabio…”
Io ho imparato a stare zitto. Lei pure… ma ora parla, ti prego!
“Fabio, e se ti dicessi che io VOGLIO rimanere in questa situazione?”
Colpo basso. Vedo crescere nei suoi occhi il magone. Lo vedo montare, vedo le sue pupille diventare pericolosamente rosse. Vedo la marea salire, crescere…
L’abbraccio. E sento la sua guancia bagnare la mia guancia. Sparo una mia tipica cazzata… “Mi sa che ti è finita una bruschetta nell’occhio…”
Ride. Wow! Ora si asciuga le lacrime e tira su col naso. Strano, ma così è ancora più bella. Senza trucco. Senza trucchi. I suoi lunghi capelli biondi li porta legati da una semplice matita. Affascinante…
“Fabio non ci capisco più un cazzo. Tu mi conosci. Hai visto che alla fine di ogni serata c’è la fila di uomini che mi aspettano, mi guardano con “desiderio”. Per me sarebbe facile uscire con uno di loro… Ma non ci riesco!”
Ora è arrabbiata. Con se stessa. Il tono della voce si fa staccato, come se parlasse di chissà chi altro, una lei indefinita…
“Io non posso andare con altri uomini. Cioè, è successo. quando la storia è finita ero delusa da Lui, ma è stata una semplice reazione al fatto che dopo tanto impegno, tanto Amore, tante promesse…”
Cazzo fai?, ti blocchi?, proprio ora? dai, vedo che stai per dirmi quello che hai paura di confessare…
“La promessa… Forse è tutto racchiuso in questa parola… Ho fatto una promessa, l’avrei Amato per sempre, e non voglio tirarmi indietro.”
“Guarda che è stato Lui a tirarsi indietro. E a quel punto la promessa è spezzata… Non ha più valore. Come un contratto, quando viene reciso, annullato o stracciato diventa carta igienica… ti ci puoi pulire il c…”
“Forse questo vale per te. Tu e le tue visioni “springsteeniane…”, come se tutto potesse venire spiegato con una stupida canzone…”
“A dire il vero il Boss dice che quando una promessa viene spezzata, tutto ti fa “molto” male, e nulla ha più molta importanza. Quindi, forse sembrerà un pochino forzato, ma credo che ti dia ragione…”
“Vedi?! Anche il tuo Bruce mi capisce, perché tu ancora non ci riesci?”
“Perché sono stupido. Perché sono molto stupido. Perché ti capirei se avessi dei figli, se ti fossi sposata davanti a un prete, davanti a un sindaco, davanti a una istituzione. Ma così, no, dai, veramente, non capisco. Cos’è questa tua voglia di dolore? Cosa cerchi veramente? Confessa, Lui ti ha ricontattato? Ti ha fatto capire che c’è una speranza? Io rimango dell’avviso che quando uno ti molla significa che non crede più in te, non ha più la fiducia di proseguire quel viaggio assieme. Ed è per questo che insisto nel dirti che non devi sentirti in colpa se vai con altre persone. Lui, credo, starà già con altre. E’ un bellissimo ragazzo, intelligente, biondo, uno che quando cammina per strada fa girare la testa alle donne. E gli guardano il culo! Non ci capisco molto della bellezza maschile, ma so riconoscere un bel culo…”
“Sai che non sono neanche gelosa? Cioè, gli voglio talmente bene che spero che almeno Lui trovi la felicità. E mi farebbe piacere se trovasse la “sua” anima gemella. Credo che vivere nell’invidia e nella rabbia sia una cosa che non apprezzerò mai…”
“Cazzo. Ora mi girano i coglioni. Occhei, sono stupido. Questo è certo, ma ascoltare queste parole mi fa venire il sangue al cervello. Non dirmi che non vorresti tornare con lui, almeno questo…”
“Ogni santo giorno. Ogni notte. Ogni secondo. Ogni attimo. Fabio, questo è il mio modo di Amare. Giusto? Sbagliato? Non importa. E’ il mio modo. Ogni individuo vive questa cosa alla sua maniera. Io sono così. E non posso essere altrimenti. Sai che supero le difficoltà con forza, le disavventure sono il sale della vita e non potrai mai nasconderti e non affrontarle. Ed è questo il segreto. Io “voglio tornare tra le sue braccia”, e basta. Lui non mi vuole più? Occhei, massimo rispetto. Non invado i suoi spazi e non credo che lo cercherò mai. Ma io, quando mi guardo allo specchio, voglio vedere una persona che è stata fedele. E intendo fedele a me stessa, fedele al mio sentimento, fedele all’Amore che provo, fedele alla mia promessa. Fedele al fatto che io tiferò sempre per il mio Amore. Sempre! Se passerà, ovvio, passerà e non dovrò rimpiangere nulla. Nessuna debolezza, nessuna resa.”
Forse non la capisco ancora. Forse non è tutto chiaro. Forse, ribadisco, sono solo uno stupido. Ma il suo sguardo spiega molto più di mille parole. Ha la luce negli occhi. Ha la luce dell’Amore. Intravedo uno spiraglio. E mi intrufolo come uno spione che legge i profili degli altri su Facebook…
“Cazzo. Mi hai dato una lezione. Posso scrivere questa storia? Magari questo tuo punto di vista non sarà molto apprezzato, ma non mi importa più di tanto. Credo che la tua fede in Lui sia una di quelle cose che mi spingono a scrivere. La tua “dolce inquietudine” la sento anche un pochino mia. Ho anche la canzone giusta da mettere come sottofondo…”
Lei è animata da nuova linfa, dirle che “forse è giusto che vada così” la riempie di gioia. Forse aveva solamente bisogno di qualcuno che non la ritenesse pazza nell’Amare una persona che non la vuole più. E personalmente penso che se tu non sei l’Anima Gemella della tua Anima Gemella e non molli di un metro dalla tua promessa, sei un grande.
“Fabio, dimmi, dimmi. Che canzone posterai?” Eccitata, bellissima, rinata. La sua domanda ha solo una logica risposta…
“Back in Your Arms…” Dico, mentre la saluto. Questa volta mi sento più leggero. Scendo le scale saltando quattro gradini alla volta, come si fa da fanciulli. E penso.
Penso che questo lato dell’Amore è incredibile. Penso che una ragazza fantastica aspetterà il suo Amore per coerenza, per devozione, per FEDE nei propri sentimenti, penso che allora… non tutto è perduto. E che la catarsi abbia inizio.
La telefonata era stata un monologo di Gianluca, uno sfogo con il suo migliore amico. Gli aveva detto che Giulia, la sua fidanzata, lo aveva lasciato e che l’aveva tradito con un altro uomo. La sua Giulia, come la chiamava ancora il triste Gianluca, aveva confessato che era da un po’ di tempo che andava avanti così, cercando di vivere due storie che correvano su binari paralleli. E questo “gioco” sarebbe continuato ancora a lungo se lei non avesse preso una cotta inevitabile da nascondere.
“Silvio – disse Gianluca – sono stato proprio un ingenuo, dovevo darti retta, dovevo ascoltarti. Tu mi hai sempre avvertito che le donne sono cattive. Che bisogna usarle altrimenti si finisce a essere usati da loro. Tu che hai sempre cercato di smorzare il mio entusiasmo. Dicevi che non dovevo buttare tutto mé stesso in quella relazione perchè lei non ti convinceva. Mi sento uno stupido perchè solo ora capisco quello che mi volevi dire. Non sai quanto ti invidio.”
“Invidio il tuo modo di vivere, libero e spensierato. Invidio il tuo rapporto con le ragazze, le usi per sfogare i tuoi istinti e non ti fai abbindolare dalle loro parole, dal loro fascino. Anzi, essendo freddo con le tipe che ti porti a casa, fai sì che striscino ai tuoi piedi perchè, come dice la famosa canzone, chi meno ama più amore riceve.”
“Io, invece, sono un debole. Sono sempre stato preso in giro da lei. L’ho sempre giustificata; i suoi ritardi, le sue assenze, le sue scuse banali… per non parlare dei suoi mal di testa, e non aggiungo altro. E io sempre lì, pronto a fidarmi delle sue parole. Credo che non mi abbia mai amato. Credo volesse stare con qualcuno per non rimanere sola, e il primo pirla che passava di là ero io… Giulia, nel lasciarmi, mi ha confessato che ha preso questa decisione perchè si è innamorata di quell’altro, altrimenti sarebbe andata avanti a cornificarmi per il resto della vita. Mi ha detto che l’altro non la considera minimamente, dice che ogni notte cambia donna e che, se le voglio bene veramente, avrei dovuto avere compassione per lei perché si è innamorata di un bastardo. E ha aggiunto che io mi devo ritenere libero da lacci e laccetti, di non desiderarla più perché lei non mi vuole più. Per lei il mio Amore non ha più ragion d’essere in quanto mancano i presupposti che l’hanno generato. Lei vuole una persona che la completi nel suo essere e che sembri fatta apposta per lei; una persona con cui instaurare un legame eterno di amore, rispetto e amicizia. E’ evidente che quel profilo non mi appartiene, visto che me le ha sputate in faccia quelle parole, facendomi soffrire come mai mi era successo in vita mia. Non capisco come possa incolparmi per il semplice fatto che io l’ami ancora.”
“Da debole quale sono, le ho detto che è una ragazza meravigliosa e che avrebbe sicuramente conquistato il cuore del suo nuovo amore.”
“Capisci in che situazione sono, invece di arrabbiarmi, ho cercato di tirarle su il morale. Ma ora basta soffrire. Ho deciso di diventare anch’io un freddo e insensibile amante. E quale miglior maestro che il mio miglior amico Silvio, ho pensato. Tu che sei sempre stato gelido con le ragazze. Tu che hai il cuore di pietra. Tu che mi hai sempre detto che nessuna ragazza vale una bella amicizia come la nostra. Tu, che cammini fiero e distante dai problemi del cuore. E poi, visto il tuo successo, chissà quante donne ti puoi scegliere per passare una notte romantica.”
“Ora che sono libero voglio recuperare il tempo perso dietro a quella… Sono talmente arrabbiato che mi stava scappando una cosa che non penso neanche. Scusa per il monologo, ma mi dovevo sfogare con qualcuno. Adesso devo uscire, la prossima volta che ci vedremo mi devi spiegare come fai a conquistare le ragazze, se hai un metodo o se ti affidi solo all’ istinto. Dovrai darmi qualche consiglio e vedrai che questa volta non ti deluderò.”
Dopo avere schiacciato il tasto off del suo cellulare, Silvio rientrò in camera, si spogliò e si stese sul letto. Con il dorso della mano scansò un lembo del lenzuolo e accarezzò il seno della bella ragazza sdraiata al suo fianco. La trovava carina, nulla più. Lei non era del tutto insensibile a quelle carezze. Fece finta di resistere, ma entrambi sapevano che lei stava solo recitando la parte. Silvio le conosceva bene le donne. Coglieva il loro desiderio e i loro punti deboli. Prima di fare l’amore, Silvio disse:
“Giulia, sai che non ti amerò mai. Non sarò mai il tuo fidanzato. Il nostro rapporto è fatto solo di sesso e divertimento. Penso che tu faccia bene a tornare insieme a Gianluca.” Nell’ udire quelle parole, Giulia si sciolse ancor di più e lo amò come mai le era capitato prima.
E’ proprio vero, pensò Silvio, chi meno ama più amore riceve e lui, di quell’ amore, non sapeva cosa farsene. Lui aveva amato solo una volta. E non ne voleva più sapere…
Un uomo rimane in silenzio davanti a un portone. In una mano tiene qualcosa di nero, nell’altra stringe una rosa rossa. Le spine entrano nella carne viva, il sangue cola sul polso e scappa sulla punta del suo scarpone. L’uomo fissa la finestra al secondo piano, cerca di scorgere movimenti dietro agli spessi drappi che nascondono l’interno dell’appartamento.
Una splendida ragazza si sottovaluta, crede di non possedere nessuna specifica qualità, ma non è capace di vedere che il suo dolce passo è incredibilmente leggero, la sua anima è pura e inarrivabile.
Ha capito che nessun piccolo uomo le regalerà mai quello di cui ha bisogno.
Lui è ancora lì, fermo. Travolto dall’emozione e dai profumi che arrivano a ondate a ricordargli quello che non c’è senza chiedere nessun permesso. Non esiste felicità nel suo volto. E’ solo un piccolo uomo…
L’uomo ha smesso di volare e cammina con la testa bassa. Parla con Dio e non trova risposte…
Ma quanto è lunga la strada che porta verso casa?
Dimmi, mio Signore, quanto è lunga la strada verso casa?
Un messaggio l’avvisa che la sala è piena, che la gente proclama il suo nome. L’uomo scatta veloce. Passa davanti a un supermercato, a un meccanico, a un baracchino che espone diversi tipi di chiavi e di serrature. Non si era accorto che stava correndo, forse scappando da sé stesso.
La vita è fatta di applausi e fischi, ci sono momenti felici e momenti tristi. Ci sono persone che vivono e altre che si accontentano di sopravvivere.
Questo piccolo uomo si pone delle domande sapendo che nessuna risposta gli sarà mai concessa.
La speranza l’ha lasciata in quell’appartamento, accanto a un cuore che non rivuole più indietro.
La felicità è crudele, non possiamo rinunciare a lei, ma se non possiamo più ottenerla è meglio che ci mettiamo in marcia verso l’ignoto.
Ma quanto è lunga la strada che porta verso casa?
Dimmi, mio Signore, quanto è lunga la strada verso casa?
Ci sono persone che esistono per Amare. Altre ritengono necessario avere un partner, sempre e comunque. Ci sono poi quelli che vogliono “rimanere” sempre giovani, liberi di andare con chi vogliono, senza dover dare spiegazioni a nessuno. Qualcuno chiede di vivere semplicemente delle storie senza impegno. Ma tutti hanno un cuore affamato, hanno voglia di condividere con altri la propria strada, la propria vita.
L’uomo no.
L’uomo non ha bisogno di nessuno.
L’uomo cerca solo di sconfiggere i propri demoni, di non cedere alle proprie paure.
L’uomo ha fatto tanti chilometri per arrivare fino a qui e sente che ha sbagliato qualcosa. E si domanda quanto sarà ancora lunga la strada che lo porti verso casa.
Fantasmi dal viso d’angelo gli sussurrano di lasciare perdere, di non farsi travolgere. Amici invisibili lo corteggiano, vogliono strappargli le carni di dosso per farne un cimelio.
Ma quanto è lunga la strada che porta verso casa?
Dimmi, mio Signore, quanto è lunga la strada verso casa?
Qui tutti hanno un vicino.
Qui tutti hanno un amico.
Qui tutti hanno un motivo per ricominciare.
Signore, perché quell’uomo non sente nulla di tutto ciò?
Il tuo vangelo ci dice che ogni persona merita il paradiso, ogni individuo merita la felicità. Basta che la redenzione sia sincera e totale. Ma per questo povero uomo non ci sarà mai la terra promessa, questo uomo porta dentro di sé il peccato originale. E la condanna è il vagare smarrito nelle terre desolate senza ritrovare la strada che lo riporti verso casa.
La lunga strada verso casa…
La gelateria, la discesa ripida e siamo in pieno centro. La piazza è colorata di blu, all’angolo c’è un bar dove ci sono giovani coppie che flirtano bevendo l’aperitivo. Gli applausi, le risate, e via di corsa al prossimo appuntamento. Tutti sanno chi sia lui, l’uomo non conosce nessuno, ha solo un pazzo desiderio di abbracciare qualcuno, solo quello, e il bisogno di ritrovare la strada che lo riporti verso casa…
Ricordi di un passato vivono nel presente, e la ricerca della verità gli impedisce di volare liberamente dal suo dolce pensiero. Inutilmente si impegna a sorridere, ma i suoi occhi tristi fanno da cornice a una tela tagliata in due barbaramente.
Una ragazza vive colpe di cui non ha nessuna responsabilità, un marito tradisce sua moglie senza pensare al bene di suo figlio, uno stupido aspetta inutilmente che arrivi la sua bella fuori da una libreria, una donna famosa non fa altro che aspettare che torni la sua anima gemella.
Dimmi, Signore, come possono trovare quella strada? Si domanda l’uomo.
E’ difficile ritrovare la strada che ti riporti verso casa quando non hai nulla da offrire oltre agli errori che hai commesso.
L’uomo non chiede di essere accompagnato, non chiede indicazioni a nessuno, l’unica domanda che si fa è come sia possibile perdersi a cercare qualcosa che non avrà mai più…
E non vuole prendere una strada diversa da quella che il suo destino gli ha tracciato.
Rischierebbe di perdersi nell’ombra di una vita non sua, e quell’inquietudine che l’accompagna lo stritolerebbe al primo passo sbagliato.
E allora ha deciso di camminare, camminare da solo su quella strada che lo riporta versa casa. Anche se non ha nessuna casa dove giungere, nessuna persona ad attenderlo con in braccio un figlio. Soltanto polvere e reminiscenze impossibili da cancellare…
Avete un monitor bello, ampio, tipo cristalli liquidi e pixel rotanti? Bene…
Mi sono sempre domandato che effetto avesse stare dall’altra parte del vetro, oppure, se preferite, dello schermo, magari lontano mille chilometri dal sottoscritto.
Cioè, una persona (prendiamo un soggetto a caso, ehm, io?) scrive e poi spegne il computer ed esce. Il giorno dopo riattacca la spina e vede che le cose che ha scritto sono state lette da 400, 500 persone. Allora si domanda: ma chi cazzo sono tutti questi pazzi, molto pazzi, che digitano il nome del mio blog, si sparano le mie stronzate e poi si emozionano pure?
Io posso parlare di quello che provo io, diciamo da questa parte del vetro, oppure, se preferite, dello schermo.
Nulla. Non provo assolutamente nulla di speciale.
No, dai, scherzo.
Quello che provo quando scrivo è una bellissima sensazione, …brrr, un brivido impazzito corre lungo la schiena. Vedere nascere lettera dopo lettera un racconto è come assaporare un gusto sublime al palato, un sentire che stai facendo la cosa che ti piace fare. E’ un pochino come quando esci la sera con gli amici, ti spari un paio di birre e poi vai a ballare; occhi chiusi, spalle alla gente e balli come se fossi l’unico essere sulla faccia della terra. E ti senti bene.
Scrivere per me è come correre, quando le gambe sono sciolte, il cuore martella nel petto e la falcata è naturale. Felicità allo stato puro.
Oppure quando si fà all’Amore, quello vero, con la persona che Ami, quella di cui ti “fidi” ciecamente, la Lei che non ha rivali…
No, forse no… Preferisco fare all’Amore con Lei che scrivere… e per fortuna!
Sicuramente faccio cagare, le mie storie sono banali, scontate, ricche di inesattezze, tristi, retoriche, enfatiche, smielate, prosopopeiche (?) e noiose. Ma la verità è che non scrivo per piacere alla gente. Scrivo per me, per inseguire la mia passione, per liberare la mente, per sfogare la rabbia, per fissare le idee e renderle immortali, scrivo per… sentirmi vivo. Strano, ma non mi importa se il pezzo verrà letto o no, se varrà apprezzato o no. Quello che importa è che dopo mi sento bene…
Leggo molti commenti, tutti apprezzabili. Ma non confondiamo l’autore con le storie che inventa, sarebbe una forzatura. Scrivere racconti è sempre stata la mia passione. Come leggere i libri ben narrati, come guardare un film ben diretto o assistere a un’opera teatrale ben recitata.
Mi piace, molto, e allora “godo”.
Come ascoltare il Boss in cuffia sparato a palla. Come spiegare ai più che Thunder Road mi fa emozionare, sempre, e quando dico sempre intendo… ETERNAMENTE! (Vero Cala? p.s. grandissimo il tuo blog, fonte di spunti visionari, risate da crampi e commozioni sinaptiche!)
L’emozione. Ecco cosa provo. Privata, intima, timida emozione che nascondo anche a me stesso (ribadisco: non sono uno scrittore! Non datemi un ruolo che non mi appartiene, please…) ma che mi riempie di gioia!
E chi, come me, sente questa passione, questa droga che ti rende dipendente da una tastiera, suggerisco di scrivere scrivere scrivere… Aiuta, e di molto!
Buon week-end, amici lettori.
Fabio
p.s. l’altro giorno una ragazza mi ha mandato una nota scritta benissimo, credo si chiamasse “Catarsi” e il suo talento è evidente, LAMPANTE! Allora ho pensato, per chi, come Lei, volesse scrivere ma non ha un posto dove “postare” i suoi lavori, a breve aprirò uno spazio dedicato a tutti voi, chiamato “The Others” (cazzo, solo il titolo mi fa paura…). Vincete la timidezza, liberate la fantasia, scappate dalla monotonia televisiva. L’unico vincolo è che “Qui non c’è la democrazia. C’è una dittatura ferrea. La mia parola è legge.” Cit. Denzel Washington, Il sapore della vittoria.
Se qualcuno fosse interessato ad apparire su questo blog, mandate le vostre storie a questa mail: ilkonte1970@tiscali.it
p.s.2 Il Konte è impegnato a scrivere il prossimo libro, lasciamolo lì, nel suo brodo a trovare il colpevole dell’omicidio tra gli springsteeniani…
Sarebbe poi ripartita con tutta la compagnia teatrale per altre città, altri applausi, altri ammiratori.
Chissà se aveva letto il biglietto, quello inviatole assieme ai fiori, ma no, figuriamoci – pensava lui – con tutta la gente che l’attendeva fuori dal camerino, perché doveva leggere proprio il suo misero bigliettino.
Era timido e non avrebbe mai avuto il coraggio di aspettarla mischiato a gente molto più “influente” di lui. C’erano manager di successo, quelli che si occupano di alta finanza e protagonisti della televisione. Aveva riconosciuto anche quel magnate dell’informazione, pure lui accecato dalla sua bellezza.
Perché Lei era così.
Straordinariamente bella.
Un’ovazione accompagnò la fine della recita, gli applausi durarono oltre cinque minuti e venivano lanciate rose sul palco. Lei si era concessa un’ultima uscita, da sola, per ringraziare la platea. Gli inchini, le lacrime sincere, il successo certificato dall’ottima pubblicità sui giornali. Era nata una stella nell’azzuro cielo dell’arte, un futuro garantito dalle centinaia di proposte arrivate al suo manager. Dalla televisione al cinema tutti la corteggiavano. Lei scappò via, sinceramente emozionata da tutto quel clamore.
Dietro il sipario voleva ringraziare tutti, dai macchinisti al direttore di scena. E ovviamente la “sua” visagista personale, colei a cui confidava le sue più nascoste indecisioni. Mentre si liberava dai pesanti abiti di scena, udiva voci fuori dal camerino parlare di Eduardo, di Pirandello e di Shakespeare. Era la sua passione, il suo Amore. Quell’arte che ti sfida a mostrarti davanti alla platea, senza finzioni, in diretta, solo tu e la tua interpretazione. Ma non era tutta la sua vita. Le mancava qualcosa, un vuoto allo stomaco certificava un’assenza. Alla fine dei conti era una donna e, come tutte le donne, desiderava cose più reali del successo o della fama.
Lui lasciò agli altri l’assalto alla Diva, non era il tipo da inseguire un sogno troppo grande, e abbandonò sconfitto il teatro per disperdersi nel traffico cittadino. Si vergognava di quello che le aveva scritto. Ma era tutto vero.
Lei confidò alla sua truccatrice che c’era una persona, in sala, che aveva scritto una cosa tenera, commovente, solo per Lei. Quando uscì in strada cercò inutilmente di capire chi fosse l’uomo che le aveva donato un pensiero tanto anonimo, quanto sincero e gradito.
“A te che vivi la tua bellezza in modo timido, nascondendo ai più la tua reale magnificenza, dedico queste parole di Beethoven, sentendole sulla mia pelle, incise nella mia anima. Grazie di tutto. “…posso vivere soltanto unito strettamente a te, non altrimenti, sì, ho deciso di errare lontano finché non potrò volare nelle tue braccia e sentirmi perfettamente a casa accanto a te e lasciando che la mia anima, circondata dal tuo essere, entri nel regno degli spiriti – purtroppo così deve essere – ti rassegnerai, tanto più conoscendo la mia fedeltà verso di te, nessuna altra donna potrà mai possedere il mio cuore, mai. Mai.”
- Cara, perché ti commuovi per uno sconosciuto? Potresti avere tutti gli uomini che vorresti. Cosa ti spinge a cercare nell’ignoto una felicità impossibile da raggiungere? Dammi retta, non farti coinvolgere negli affari di cuore, sono solo una distrazione alla carriera…
Lei non rispose e rimase in silenzio. Voleva rimanere sola. Attese che le luci si spegnessero, che la bolgia si sedasse. Stranamente si sentì felice e triste allo stesso tempo; felice che Lui l’avesse vista per l’ultima volta, triste perché Lei non l’avrebbe mai conosciuto. Anime affini, solo quello, ma non del tutto. Lei, prima ancora del successo teatrale, voleva essere solo Amata. Discretamente, senza clamori, un’Amore passionale ed esitante allo stesso tempo. E quel biglietto era la riprova che esisteva al mondo il suo “lui”; un uomo disposto a guidare, guidare tutta la notte per raggiungerla nel suo giardino segreto. Un uomo disposto ad accettare anche i suoi difetti, quelli tenuti ben nascosti.
Era il suo segreto. E lui l’aveva capito. Ma per entrambi era impossibile vivere questo Amore sconosciuto…
“Ho vissuto molto, e ora credo di aver trovato cosa occorra per essere felici: una vita tranquilla, appartata, in campagna. Con la possibilità di essere utile con le persone che si lasciano aiutare, e che non sono abituate a ricevere. E un lavoro che si spera possa essere di una qualche utilità; e poi riposo, natura, libri, musica, amore per il prossimo. Questa è la mia idea di felicità. E poi, al di sopra di tutto, TU per compagna, e dei figli forse. Cosa può desiderare di più il cuore di un uomo?”
Brano tratto da “Into the Wild”
Allora, cos’è questa benedetta felicità?
Mah, ancora non saprei. Forse è vedere che le cose che fai non sono del tutto disprezzabili. Forse è sentirsi a posto, in pace con la propria anima. Forse è solo un attimo inarrivabile, un profumo, una gioia, una bellissima emozione.
Forse non esiste, la felicità.
E’ forse prendere un treno e girare l’Italia per promuovere un libro?
O forse guardare due occhi tristi sorriderti di colpo… Ancora non saprei.
Forse è mettersi in gioco, Amare veramente una persona che non ti Ama, non temere di essere deriso, inseguire un sogno. Per sempre.
Forse non è nulla di tutto ciò, ma non importa, l’importante è scendere in strada e cominciare a inseguire quel sogno… fino alla fine. Come il protagonista di quel film, la ricerca di noi stessi inizia con il rispetto verso il prossimo.
E come dice il testo di questa stupenda canzone…“Lunghe notti mi permettono di sentire… Sto cadendo… sto cadendo. Le luci si spengono. Mi lasciano sentire. Che sto cadendo. Sto cadendo al sicuro per terra..”
Copio e incollo la mail arrivata dalla Fondazione Aiutare i Bambini, da una giovane volontaria che ho conosciuto quando mi sono recato a versare le vostre donazioni… Questo è per dirvi grazie.
Grazie a tutti coloro che mi hanno aiutato, da soli non si va da nessuna parte. Grazie, grazie ancora…
Fabio
…
Ciao Fabio,
è stato un piacere conoscerti.
E’ bello sapere che ci sono persone come te che si impegnano attivamente e davvero insieme a noi per fare qualcosa di concreto per i bambini che vivono in situazioni difficili.
Voglio ringraziarti per la grande sensibilità dimostrata nel scegliere di destinare a un nostro progetto il ricavato della vendita online del tuo libro “Io sono Springsteeninano – Storie, racconti, emozioni… La mia vita cantata dal Boss”.
Grazie anche a tutte le persone che ci hanno aiutato con i loro generosi contributi.
Abbiamo destinato la vostra donazione al Progetto 654 ”Uno spazio gioco per bambini con Disturbi dello Sviluppo” per offrire ai bambini con disturbi del comportamento uno spazio per giocare e crescere insieme ad altri bambini.
In strettissima collaborazione con l’Unità Operativa di Neuropsichiatria Infantile del Policlinico di Milano, la Cooperativa Eureka vuole aprire uno spazio gioco presso il nido di via Sordello, di fianco all’UONPIA che può indirizzarvi bambini con diagnosi di Disturbi dello Sviluppo, autismo, disturbi del linguaggio, sindromi ipercinetiche, ritardi mentali medio/lievi. I beneficiari saranno 45. Le attività si svolgeranno in spazi dedicati, contigui alla struttura nido, ma differenziati.
Gli adulti avranno il ruolo fondamentale di volontari (3 per 12 ore a settimana) a supporto delle educatrici e di tutor che accompagnano a “diventare genitori”.
TI invio in allegato un documento informativo su questo progetto che se vorrai potrai condividere con chi ha acquistato il tuo libro contribuendo alla donazione.
Metteremo anche una notizia della tua bellissima iniziativa sul nostro sito. Ti farò sapere quando sarà online.
Tienici informati sulle tue iniziative.
Grazie davvero.
Un saluto
Chiara
…
Per informazioni, domande e contributi al progetto, alla Fondazione stessa, per QUALSIASI cosa, allego il mio indirizzo mail (ilkonte1970@tiscali.it) e l’indirizzo web della Fondazione: www.aiutareibambini.it
Dedicato a tutti gli Springsteeniani, alzate il volume!
Già l’apertura mi fa tremare i polsi…
Bisogna prendere il respiro, bisogna seguire il ritmo, bisogna alzarsi in piedi, bisogna capire che cosa sia la rabbia “genuina”, bisogna avere grinta, bisogna sentirle dentro sè stessi queste maledette Badlands…
ONE – TWO!
Il tallone istintivamente segue la batteria di Max, il sangue viene sparato nei muscoli, i nervi si fanno tesi. Non è importante essere nato come me nel buio della periferia, quella da “vivo o morto”. Come non è importante l’età che hai, quella non conta nulla. Questa è la mia canzone e mi rimane impossibile non cantare con tutto il fiato che possiedo…
…
Il mondo là fuori mi ha giudicato, l’unanime verdetto dichiara che sono colpevole e la giuria ha emesso la pena.
Sono una scheggia impazzita, forse è proprio questo il motivo per cui faccio paura.
Ho bisogno di scendere giù in strada per fare casino, ho bisogno di urlare questa mia inquietudine, ho bisogno di ribellarmi a coloro che mi considerano solo un vagabondo, perché se sei fuori dal coro sei condannato ai lavori forzati.
Non me ne frega un dannatissimo cazzo delle gelosie dei potenti, delle loro regole autoimposte, dei loro cancelli automatici con telecomando, dei loro telefonini multifunzioni senza campo, dei loro comodi commenti da divano.
Vengano con me giù in strada a capire realmente cosa significa sentirsi soffocare giorno dopo giorno schiacciati da questi bassifondi!
Quello di cui parlo sono i miei sogni!
Non posso accettare che altri mi dicano che sono impossibili da realizzare.
Vogliono decidere il mio futuro, senza chiedere nessun permesso.
Vogliono indicarmi la rotta, quella strada senza via d’uscita.
Vogliono placare la mia inquietudine, credendo che basti raggiungere un benessere puramente economico per sedare la mia anima.
Forse non hanno capito che io ci vivo in queste maledette…
BADLANDS!
E’ il coro che mi accompagna.
Questa canzone è una fuga dalla tristezza, è un sogno a occhi aperti, è un simbolo di libertà.
E chi sente dentro questa rabbia è un gradito ospite alla cena degli sconfitti. Quelli che vengono giudicati dei perdenti solo perché provengono dagli sporchi bassifondi della periferia dell’anima….
Pugni chiusi, questa rabbia è positiva.
E’ la mia vita, è il mio respiro.
E’ il mio ossigeno, è il mio pensiero.
Non riesco più a trattenere l’urlo contro le ombre di questa sporca esistenza.
Ho vissuto il tradimento, ora non ho più una famiglia.
Ho vissuto la sconfitta, la mia piccola cerca altre braccia.
Ma sono ancora vivo, e ho imparato diverse cose…
Ho imparato a volare, anche se sono nato senza ali.
Ho imparato a lottare, nonostante ci fossero avversari più forti di me.
Ho imparato ad Amare, la luce che illumina ogni fottuto giorno non si spegnerà mai.
Ho imparato a rinunciare al desiderio per le “cose” superflue, la zavorra di un successo che nessuno ha mai chiesto.
Ho imparato a credere!
E ora credo. Credo che si possano cambiare le cose.
E ora credo. Credo nell’onestà degli spiriti della gente per bene.
E ora credo. Credo nella passione! Credo alla sincerità di un sentimento!
Credo nella FEDE!
La fede che sento verso tutti coloro che come me sentono dentro sè stessi queste maledette…
BADLANDS!
Voglio urlarlo ogni giorno.
La ricerca è appena cominciata, la strada è ancora lunga.
Ma ho trovato quella certezza, la certezza che ce la farò a sopravvivere alle miserie della vita.
E se il mondo che mi circonda non mi piace, cerco di cambiarlo con tutta la forza che possiedo!
Woh Woh woh…
Mettersi sempre in gioco, questo non è più un segreto. Ascoltare tutte le versioni, anche se ho sempre la mia opinione. Il lato oscuro delle persone è la metà della mela che più mi interessa.
Nessuna confessione può liberarmi da questi concetti.
Nessuna assoluzione cancellerà il fatto che non credo all’inferno o al paradiso.
Sono fatto di materia, quella che si ricicla.
Sono fatto di ossa, quelle che si spezzano.
Sono fatto di sangue, quello che scorre impazzito nelle mie vene.
Sono fatto di sudore, quello che esce da ogni mio poro quando corro a perdifiato in mezzo ai verdi boschi.
La trappole sono ben nascoste, a volte la vita è un dito in culo ficcato per traverso.
Ho visto uomini e donne vantarsi dei propri abiti firmati, sfilare senza rispetto solo per pavoneggiarsi.
Ho parlato con gli Angeli, ma non mi ritengono alla loro altezza.
Ho Amato le cose che nessuno Ama, e pure loro mi hanno abbandonato.
Ma non posso vergognarmi di essere ancora vivo.
Non sarò mai elegante, e nessuna chiesa di periferia mi vedrà recitare quella parte da bravo ragazzo.
Uhmm, ora l’urlo si fà silenzioso.
Uhmm, trovare le parole per descrivere cosa provo è difficile.
Uhmm, pugni chiusi, cazzo!
Solo il Konte e IL BOSS…
Nessuno intorno… L’urlo è intimo, quasi confidenziale.
Quell’uomo ha cantato la mia vita…
Questo è certo…
Quest’uomo mi ha salvato, è stata la luce in fondo al tunnel. La voce della speranza. Ha descritto il mio stato d’animo meglio di chiunque altro. E non importa se sei un Blood Brother o una Jersey Girl, se hai quindici anni oppure hai superato i sessanta.
Non importa se sei di Napoli e giri in Pink Cadillac o se sei di Milano e ti accontenti di uno scooter scalcagnato.
Essere il Konte non è facile, ma non dimentico da sono venuto e chi sia io realmente.
E ho trovato mille visi disposti a correre via da questa cruda realtà, da questa oscura manipolazione, da questi sporchi bassifondi che cercano di trattenerti più a fondo possibile.
Adesso viaggio sempre e non ho bisogno di nessuna casa, di nessun delineato posto.
Ora ho trovato la mia strada, dopo tanti chilometri sono ancora vivo e porto dentro l’urlo…
BADLANDS!
Voglio gridarlo ogni giorno.
Amo gli sconfitti e di questo non mi vergogno.
Cammino a testa alta, capisco che in questo viaggio non sono più da solo.
Allora comincio a correre senza più nessun timore.
E mi sento orgoglioso di essere sopravvissuto a queste stramaledette… woh, woh woh…
E se poi, alla fine, dopo la fine, si rinasce sotto forma di oggetto? E se ci mettessero a disposizione vari gruppi di cose e dovessimo scegliere noi cosa essere? Faccio un esempio: e se, una volta morto (mano nelle uova!), mi dicessero – Quale strumento vorresti essere?
La prima risposta, a caldo, immediata, senza pensarci, istintiva sarebbe semplice; vorrei essere una Telecaster, con un manico di Esquire, con due bei graffi orizzontali, quasi incrociati, delineati, belli, semplici, consumati… La chitarra “storica” del Boss è un pezzo pregiato per noi springsteeniani. Un oggetto culto, da adorare, da inginocchiarsi come una cacchina, da guardare ma non toccare… Quindi, troppa reverenza, troppo amore per un solo oggetto. Non vorrei reincarnarmi in una cosa che ammiro da sempre; i Blood Brothers finiribbero per adorarmi e non lo meriterei affatto.
Allora penso alla chitarra di Angus Young e quindi dico Gibson SG, già l’acronimo è da sbavo: solid guitar! Il Diavoletto messo in mano al genio dell’Hard Rock, ancora oggi, appena sento qualche accordo degli AC/DC scattano le corna, la mia testa dimentica di non aver più capelli e batte il ritmo fino al torcicollo! Però…
Però, pensare di rimanere legato tutta la vita al mondo dei metallari, lo trovo un pochino “limitante”.
Ecco, se dovessi scegliere di essere una chitarra, in questo momento, forse, magari, sceglierei la chitarra di John Mayer. Essere la sua Fender Stratocaster, con quel suono pulito, con gli assoli dolci, carezze per gli amanti della buona musica. Virtuosa, dinamica, libera, la chitarra di John. E ringrazierò sempre Stefano Lombardo per avermi fatto scoprire quella “pulizia” nei suoi accordi. Ma…
Ma, effettivamente, non saprei ancora. Forse sbaglio strumento. Forse sono più una batteria. Un gran casinaro. Un battere continuo, un suono ritmico, un tamburo… Ecco, sì, forse vorrei essere la batteria dei Metallica. Lars Ulrich è da sempre il mio batterista preferito (escluso Mighty Max, logicamente…), con il suo picchiare incarognito, con la sua ritmica selvaggia, con l’incredibile uso della doppia cassa. Veramente selvaggio!
No, non posso essere una batteria. Troppi sbattimenti nel trasporto. Volete mettere l’agilità di “infilare” uno strumento in macchina in due minuti ed essere già pronti appena si è chiamati all’opera?
Un basso. Io sono basso. Dal basso del mio metro e sessantotto vorrei essere un basso. Dinomeedifatto. Se parlo di basso come strumento, secondo me, il bassista culto è stato e rimarrà sempre John Alec Entwistle, bassista degli Who. I suoi giri, i suoi assoli (per me tutto naque da My Generation), il fare uscire quello strumento dalla semplice struttura ritmica della band, farlo diventare un solista, accarezzare le profondità e la sensibilità della note del pentagramma. Adoro gli Who, adoro John Entwistle!
Sì, occhei, magari non sono un basso. Cioè sono basso ma non sono un basso.
Libertà.
Libertà da tutto. Libertà di scelta. Libertà di volare.
Musica colta ma popolare, veniva definita. Non posso citare tutti i nomi dei Jazzisti che adoro, la lista è pressapoco infinita. Ammiro chiunque suoni questo genere di musica, compreso le sottospecie, dal FreeJazz all’Acid Jazz. La musica nata a New Orleans, nelle cantine, nei bassifondi. L’armoniosa disarmonia delle sue note mi rendono felice.
Il Jazz è libertà nella vita.
Il Jazz è volare senza ali.
Il Jazz è uscire dagli schemi prefissati per rientrarci quando ce n’è bisogno.
Il Jazz è Amore.
Il Jazz è la musica dei fratelli neri.
E io vorrei la pelle nera!
E vorrei essere una tromba. Ottone, tasti, nessuna ancia e la campana finale.
L’arte sta tutta lì, nel saper soffiare e rendere possibile il sogno: solo labbra sapienti, colte, passionali che mi bacino con amore…
Dopo c’è il vuoto, forse la vita eterna. Magari il nulla. Ma a volte la fine è solo la liberazione, l’inizio di qualcosa di meglio…
Mi chiamo Primo, ma al mio paese tutti mi conoscono col soprannome di CrazyDog.
Per me la vita è stata una folle corsa piena di ostacoli, una corsa contro il tempo, una sfida continua: non puoi esitare, non puoi pentirti, non puoi tornare indietro, non puoi rivivere situazioni passate. Questo non ti è concesso. Ogni scelta che prendi potrebbe essere quella conclusiva; o vivi o muori. O rimani in piedi o precipiti nello sprofondo. Forse è arrivato il momento di capitolare. Definitivamente.
E ora, steso a terra, agonizzante, ricordo che nella vita non mi sono mai arreso. L’eccesso era normalità, la pazzia era consuetudine: c’era una rissa, un casino? Io ero sempre nel mezzo, questo è sicuro, come le tasse da pagare!
La strada ha le sue regole non scritte, difficile spiegarle a chi non le ha vissute. A volte pensavo che gli “altri” mi capissero, ma era solo una mera illusione. Loro erano pronti a giudicarmi, a darmi dell’animale. E non capivano che l’importante era sopravvivere, far prevalere la propria personalità. Se non ci riuscivi rischiavi di soffocare, e la morte, pensavo, è una via senza ritorno. Forse mi sbagliavo.
Il mio spirito è sempre stato libero: nessuno è mai riuscito a fermarmi, a trattenermi, nessun legame è stato mai così forte da placare la mia voglia di rivincita sul mondo, su quegli sconosciuti che volevano tagliarmi le gambe sin da piccolo. L’unico valore in cui credevo era l’Amicizia, quella vera, quella sincera, quella che ti fa stare bene, che ti fa sembrare tutto così semplice, senza problemi. L’Amore? Qualcosa di estraneo e incomprensibile ai miei occhi profani. Quegli stessi occhi avevano visto cose troppo crude e terrene per credere in qualcosa di superiore, di elevato. Troppi tradimenti, troppe insopportabili bugie nel nome dell’Amore. L’uomo traccia il suo destino, compie azioni e ne subisce le conseguenze, questo è il mio credo.
In quella cittadina di periferia gli scontri erano all’ordine del giorno, i tuoi sensi dovevano essere continuamente all’erta per captare qualsiasi movimento, per evitare di essere la vittima e avevo vissuto in quella stregua di tensione data dell’istinto di sopravvivenza. E anche quella notte era così…
Stavo girovagando per strade estremamente buie e strette per essere notato da qualche anima vivente, altri avevano paura di quei posti “proibiti”, forse per questo preferivano rifugiarsi in casa quando il sole si nascondeva dietro le montagne e le prime stelle comparivano nel cielo. Può darsi che quella notte anche loro volevano nascondersi da qualcosa, proteggersi da qualche evento imminente.
Il mio passo era lento e pesante, volevo godermi ogni istante della mia passeggiata. Inconsapevolmente mi dirigevo verso il vuoto della mia anima, spoglio di qualsiasi certezza. Volevo godermi attimi di tranquillità, magari gli ultimi. Volevo sentire le foglie scricchiolare sotto i miei piedi e ascoltare miagolii di gatti randagi che cercavano un territorio da poter chiamare “casa”. Mille pensieri affollavano la mia mente e non davano tregua al mio cervello troppo compresso per poter provare ad archiviarli.
Arrivato all’entrata di quel vicolo puzzolente, davanti all’unico locale di quella sporca città, vidi un gruppo di ragazzi che festeggiavano bevendo alcolici di vario tipo, qualcuno era già steso per terra, agonizzante, altri si reggevano a malapena in piedi.
L’istinto della strada strillava che lì c’erano solo guai. Grossi, pericolosi, irrimediabili guai.
Non so spiegare perché mi incamminai lo stesso per quella strada. La vita è fatta di scelte. Non ho mai creduto alle coincidenze. Il destino è solo uno scherzo della mente. Fortuna e sfiga non c’entrano un cazzo. Forse, molto più semplicemente, era solo quello che stavo cercando.
Quando passai lì vicino sussurrai: “Che stupidi” e proseguii per la mia strada. Non feci in tempo a fare qualche passo che qualcosa colpì la mia testa e mi fece cadere a terra. Cercai di rialzarmi un po’ stordito, ma un calcio mi ributtò giù. Girai leggermente lo sguardo e vidi che un gruppo di bestioni mi aveva circondato. Bene, pensai, un altro casino. Nella mia imprudenza cercai di essere il più amichevole possibile e sfoderai tutta la mia “sfacciata” simpatia:
“Hey, ragazzi, come va? E’ bello vedervi!”
“Stai zitto!” Rispose quello che sembrava essere il capo-gruppo. Ok, forse la mia tattica non aveva funzionato. Non avevano voglia di scherzare.
“Amico, non ce l’ho con nessuno, quindi perché non tornate a festeggiare e mi lasciate in pace?” Ora il tono scherzoso era andato a farsi fottere. Quando il gioco si fa duro, i duri cominciano a giocare.
“Hey bello, io non sono tuo amico” ribattè il più carognoso.
“Oh, grazie per il complimento!” Ma perché non imparo a stare zitto una volta tanto?!
Non riuscii neanche a finire di formulare il pensiero, che un pugno pesante come un’incudine s’abbatté sul mio stomaco facendomi piegare in due. Ombre minacciose si stagliavano sopra di me; si schioccavano le nocche e il collo per sembrare più fighi e capii che, forse, ero un pochino in svantaggio. Li conto e… ok, sì, sono decisamente in svantaggio: uno contro sei, ecco un chiaro esempio di come prenderle di santa ragione. Lentamente mi allontano per avere una visione migliore del campo di battaglia, delle possibili via di fuga e dei possibili “aiutanti”. Niente di niente, vuoto assoluto, neanche una stupida formica attraversava la strada in quell’istante. Io contro il mondo, ma ormai ci ero abituato.
Quando la mia testa toccò il muro capii che il time-out era finito. Ora dovevo agire, e in fretta! Con uno scatto felino serrai il pugno e mi lanciai verso il capo-banda. Qualcuno afferrò il mio braccio prima che lo colpissi e la situazione fu capovolta. Adesso ero io quello steso a terra, ma non doveva essere il contrario?! Gli altri cinque “animali” cominciarono a calpestarmi e a sputarmi in faccia. Ormai i colpi provenivano da ogni direzione e il sangue cominciava a rigarmi il viso, proveniente da non so quale parte del corpo. Me l’ero sempre cavata fino a quel momento, perché ora non riuscivo a reagire, a far uscire tutta la rabbia e l’adrenalina che avevo dentro? Venivo scaraventato da una parte all’altra, come una palla, e tutti i miei riflessi erano rallentati. La vista cominciava ad essere annebbiata, quando mi ritrovai in ginocchio, con il capo chino, i pensieri allentati e il respiro affannoso.
Anche il tempo sembrava darmi inequivocabili segnali: ora pioveva, sembrava ci fosse il diluvio universale. Non avevo mai visto una cosa del genere, forse perché stava avvenendo qualcosa di epico; stavo per essere umiliato, disonorato. Definitivamente. Dopo non avrei più avuto nessun diritto, nessun potere, nessun privilegio, sarei diventato una sorta di “sconfitto”, e, giù in strada, questo equivaleva a essere morto.
“Che fai, ti arrendi così facilmente?! Sei solo una femminuccia!” Disse uno di loro, provocando una risata generale. A guardarli sembravano iene sguaiate.
“E voi siete dei codardi”, sussurrai.
“Cosa hai detto? Ripeti bastardo!” Urlò il loro capo.
“Ho detto che siete solo dei codardi! Non avete neanche le palle per affrontarmi uno ad uno, se qui c’è una femminuccia, di certo non sono io!” Dissi a voce più alta.
“Ripetilo se hai il coraggio!” Urlò il bestione estraendo una pistola dal cappotto.
Oh cazzo, questi facevano sul serio! I miei occhi inizialmente lo fissavano smarriti e sorpresi, poi rassegnati. Un ghigno comparì sul mio viso, ormai emaciato e pieno di lividi: avevo perso il controllo sulle mie emozioni, il mio cervello si era staccato, viveva in un mondo a sé stante.
“Cosa cazzo ridi? Lo trovi divertente, eh?!”
“Per niente”
Si stava avvicinando pericolosamente, ora quella pistola era puntata dritta alla mia tempia. Sentivo il metallo freddo sulla pelle, mentre l’ultima parte del mio cervello raziocinante cercava di fuggire e chiedeva “pietà”.
Era finita. Per la prima volta nella mia esistenza non dovevo scegliere quale strada prendere. Un biglietto di sola andata per l’inferno, grazie. Avrei dovuto pensare a tutti i bei momenti della mia vita, alle persone care, al gatto e al cane che sarebbero rimasti a stomaco vuoto, al lavoro che dovevo finire e a tante altre cose, ma in quel momento regnava il vuoto totale nella mia mente. Il nulla. Non avevo nessuna famiglia a cui fare ritorno. Nessun cane e nessun gatto da accudire. L’unica donna a cui pensavo stava allegramente tra le braccia di un altro. Gli amici, uno a uno si erano sistemati. Nessuno avrebbe pianto la mia morte. Non avevo nulla, solo il mio dannatissimo orgoglio e l’inquietudine di aver vissuto una vita al margine, senza nessun acuto.
In quel preciso momento capii che era quello che volevo.
L’ultima sfida, la più pericolosa.
L’ultima volta che il mio pensiero si liberò alto.
Non era la fine.
Erano venuti a liberarmi, definitivamente, dalle sofferenze.
Sorrisi, beffardo. Mai sfidare uno che non ha nulla da perdere.
Con uno sforzo sovraumano cercai di rimettermi in piedi. Fissai dritto negli occhi quello che credeva essere il più duro dei duri e dissi:
“Pezzo di merda, guardami in faccia! Vuoi spararmi?”
Avvertii il timore nei loro pensieri. La paura si insinuò nelle loro menti. Forse il dubbio avrebbe scacciato l’idea di compiere un omicidio a sangue freddo. Vidi il braccio scendere lentamente lungo il corpo per arrivare all’altezza della vita. Si stavano arrendendo.
La vita è fatta di scelte. Ogni scelta che prendi potrebbe essere quella definitiva; o vivi o muori. O rimani in piedi o precipiti nello sprofondo.
Afferrai il braccio del tipo, all’altezza del polso. Strinsi il mio pugno tutt’attorno alla sua mano. Con forza. La riposizionai all’altezza della mia tempia… Ora non supplicavo perdono. Cercavo solo la liberazione da questa vita da sconfitto.
La situazione si era nuovamente capovolta. Loro erano sopraffatti dal panico, mentre io ero lucido.
Come mai mi era capitato in tutta la mia vita.
Non avrei mai lasciato quella mano, per nulla al mondo. Siamo NOI i padroni del nostro destino…
“Vuoi spararmi, femminuccia?” Dissi per l’ultima volta, felice.
Nell’era del web 2.0, dei social network, del villaggio globale è difficile sfuggire all’occhio del grande fratello. Ho letto da qualche parte che il cellulare è rintracciabile anche se si toglie la batteria. E non parliamo dei dati in possesso dei vari siti. Sì, proprio loro, quelli che dicono che le tue informazioni personali verranno protette e non saranno diffuse. Anche se non ci credo troppo, accetto e metto via. Nel senso che le scelte sono due: ti fidi (e rischi) oppure non ti fidi e lasci perdere. Ci sono poi i cellulari. Veri oggetti di culto a cui noi italiani proprio non riusciamo a rinunciare. Se non ci caga nessuno l’ansia che ci assale è tremenda. E corriamo a cercare scuse più o meno credibili. Tipo: “Ciao bello, come stai? No, scusa, ma mi hai chiamato? No? Sai, ho il cellulare che non prende…” Oppure (questo lo fanno le bugiardine e le più coraggiose) “Ciao, ho trovato una tua chiamata!”
Mah…
E così avevo deciso di vivere in un beato isolamento questo lungo week end di inizio giugno. Soldi zero, nessuna presentazione, nessun concerto, niente di niente. Visto il clima da novembre inoltrato, un bel weekendone da divano è la cosa migliore. Libri, film, un po’ di sport e relax. E se poi qualche vicino di casa tiene aperta la connessione mi scrocco uno sguardo sul mondo “virtuale”, così, per hobby, per aggiornare il blog. Questo era il programma. Farsi i cazzi propri. Non sono il tipo che cerca nessuno, sono cortese, questo lo ammetto, ma se non vengo chiamato in causa preferisco starmene a sfogliare la margherita. In più questo periodo è strano; ho capito che per i miei amici sono un coglione, e questo è giusto. Mi hanno dato del coglione per la storia che ho scritto. Ricordate? La presentazione, la tipa, l’autoerotismo? Vabbè, pure io non leggo questo blog, figuratevi se ve lo ricordate… Comunque il giudizio più “tenero” è stato: ogni lasciata è persa. Il più cattivo? Fabio, non capisci un cazzo, sei un vero coglione! Accetto. E metto via. Ho rispetto per l’opinione altrui. Ma proseguo per la mia strada, senza titubanze. Ho passato i primi trentotto anni della mia vita a: divertirmi, lottare, fumare canne e cercare di infilarmi nella mutande delle ragazze che trovavo attraenti. Per poi capire che: io sono uno che si diverte quasi sempre, dico quasi per non esagerare, ma potrei levarlo. Ho sempre una stronzata pronta, una battuta in saccoccia, l’ironia è un filo sottile che è parte di me. A volte non sono simpatico, certo, ma la mia visione sul mondo è disincantata e mi stupisco quanto la gente prenda seriamente le mie parole. La lotta è stata archiviata. Lottavo per ottenere dei risultati, e ora che ci siamo, che ho quello che desidero, non trovo più necessario essere così grintoso. Ho capito che non sono come la maggior parte dei mie simili. Intendo dire che non me ne frega un cazzo di niente di possedere oggetti, cose, case, vestiti, automobili, piscine e ciabatte con incastonati smeraldi da mille euro. Sono uno che si accontenta di poco, e quel poco me lo faccio bastare. Per quanto riguarda le canne, bé, devo ammettere che vivere senza la nebbia è meglio. Molto meglio. Ora non voglio fare il bigotto, ma credetemi se vi dico che il pensiero è più lucido e il fisico è più sano. Le ragazze? Confusione…
Fino ai trentotto anni il mio rapporto con le ragazze era il seguente: sei fidanzata? Ma non menartela, io non sono geloso. Cioè, trovavo il rapporto a due una cosa che non esisteva, un viaggio che, prima o poi, sarebbe terminato. Mi facevano ridere quelli che “ti chiamo dopo per un salutino…” oppure “no, dai, attacca prima te…”. Non capivo, soprattutto perché vedevo le stesse persone che dopo aver riagganciato con l’anima gemella, sfoderavano un bel sorriso e si mettevano sulle tracce della figa-di-turno-che-passa-di-lì. Io ero coerente nella mia incoerenza: li insultavo e ne andavo fiero. Come un paladino dell’esser libero (la parola single mi ha sempre fatto cagare) mi innalzavo al di sopra delle loro teste e li condannavo, li disapprovavo, li deridevo…
Non saprei dire se quello che è successo dopo sia reale o è solo un sogno, un racconto di fantasia del tutto inventato o una cosa accaduta veramente. Questo, per ora, non è importante. Quello che importa sono i commenti alle mie storie, tutto è nato da lì… Il reparto “Rubrica del cuore” come la chiamo io. E’ diventato importante, almeno per me. E allora scrivo…
E poi mi son trovato a comprare un cellulare con videochiamata. Come un pirla. Un Nokia 5800 express music. Rigorosamente nero con profili azzurri. E gli ho dato pure un nome, di donna. Il nome della donna che frequentavo in quel periodo. Ah, dimenticavo, ne ho comprato uno pure per lei… Stupido? Sì. Coglione? Effettivamente… Ma le cose funzionano così. Tutte le maledizioni e gli insulti ricevuti dalle ragazze che ho frequentato nei primi trentotto anni della mia vita, si sono trasformati in una vendetta. Una vendetta dai capelli lunghi, un culo a cui manca solo la parola e gli occhi trasparenti di un angelo. E quell’angelo si è trasformato in un pipistrello che mi viene a trovare di notte, quando cali nella fase del dormi-veglia. La primissima fase del sonno. Ancora non ho ben capito se sia reale oppure no, magari è solo un profilo di Facebook, oppure un sogno a occhi aperti. Sinceramente, non saprei dire se è vera o no… Fatto sta che parliamo molto, cioè, le parlo molto. Lei, il pipistrello, se ne sta accucciata nell’angolo più lontano della camera da letto. E ascolta i miei monologhi. Cosa dico? Nulla di veramente importante. Dico che è meglio che si dimentichi di me, non sono un buon partito. Dico che ogni mia parola d’amore è a lei dedicata, ma che non credo nell’amore. Dico che tra di noi non potrebbe mai funzionare, ma poi mi ritrovo a pensarla. Dico che questa fase è stupenda, la ricerca in noi stessi delle risposte è quello che ho sempre voluto. Dopo mi sveglio e quello che rimane è un vago ricordo. Un profumo, una scia che presto si dissolve.
“Ma non vorrei che tu, a mezzanotte e tre, stessi pensando a un altro uomo…” Cantava Celentano. A mezzanotte e tre la penso. La penso che ascolta Drive All Night. La mia Drive All Night… tra le braccia di un super figo.
E il cellulare? Cosa centra?
Nulla. Solo il fatto che per la prima volta la tromba di Meeting Across The River non ha suonato. Per quattro giorni. Allora ho capito che il mio cellulare vive in simbiosi con me. Vuoi isolarti dal mondo? Tak! Isolato. Io non so se esiste un’intelligenza artificiale, tipo film di fantascienza, ma il mio cellulare è “futurista”. Credevo che nessuno mi avesse cercato, che i miei amici si fossero definitivamente stufati di questo minchione che scrive, che neanche alla mamma interessasse avere mie notizie…
Invecie, stamane, la sveglia ha suonato alle sei e venti e da quel momento il mio nokia è esploso in quattordici messaggi non letti. Tutti lì, con le loro bustine gialle, intonse, vergini. Ho lo schermo rotto e non leggo bene le parole. Ma ho capito che il mio express music mi vuole bene. E mi ha lasciato viaggiare nelle solitudini dei miei inconsapevoli e beati isolamenti.
Da otto mesi non smetteva di correre, frequentare corsi, tenere conferenze e viaggiare da un capo all’altro dello stivale. Il trolley, la tintoria, il frigo vuoto, la spesa, l’agenda colma, la parrucchiera e in fondo, silente, quell’emicrania che le faceva da fedele e inevitabile compagna di viaggio.
Giulia era stanca.
Quella stanchezza che non è data dalla mancanza di sonno. Si trattava di stanchezza interiore. La stanchezza degli impegni. Troppi.
La stanchezza data dall’indossare una corazza e cominciare la recita. Non poteva minimamente tollerare l’idea che altri vedessero che stava per crollare. Non avrebbe mai fatto trapelare nulla delle sue debolezze, questione di orgoglio. Si era resa conto che sbadigliava di continuo e quando la mattina si alzava dal letto si sentiva come schiacciata da un peso di enorme portata. E non era per l’alimentazione errata o per la mancanza di vitamine. Era la pressione. Giulia parlava davanti alle persone. A volte erano clienti, in altre occasioni si trattava di manager di successo che perdevano gli stimoli. Allora chiamavano lei. La Dottoressa. Laureata in psicologia del lavoro e delle organizzazioni sociali si era trasferita negli Stati Uniti per specializzarsi, ottenendo un master nella formazione e la valorizzazione delle risorse umane. Promossa con il massimo dei voti, era tornata a Milano per esercitare la sua professione.
Da piccola sognava di fare la maestra. Insegnare ai bambini. Nulla di più.
Ma la vita, a volte, è veramente strana.
Quel sogno si era trasformato. Invece di trovarsi di fronte a dei cuccioli acerbi e innocenti, veniva squadrata dalla testa ai piedi da persone di successo. Occhi saturi, occhi pungenti, occhi ricchi di superbia. Gente che guadagnava cifre da capogiro. Gente che, nella pausa caffè delle sue conferenze, parlava di barche di lusso, di fine settimana a Montecarlo, di tagli al bilancio con successivi licenziamenti di centinaia di persone. E costoro trattavano l’argomento come se stessero parlando della festa del decimo compleanno del loro figlio oppure della partita a calcetto del fine settimana. Giulia aveva capito che non era quello che voleva, era però tardi e non poteva più tornare indietro.
Guadagnava bene, Giulia. Uno stipendio da libera professionista che la faceva vergognare un pochino, un cicinin, come dicono i milanesi. Lei, di umili origini, in quel mondo si sentiva come un pesce fuor d’acqua. Aveva deciso che per il momento sarebbe rimasta nella sua casa, dove viveva da sola, in affitto, nella periferia nord di Milano. Quando le amiche la venivano a trovare e le domandavano come mai vivesse ancora in quel buco, Giulia rispondeva che preferiva così, senza entrare nei particolari. Per lei era importante rimanere con i piedi ben ancorati al terreno, non cadere più nel miraggio della stupida equazione del “più hai, più sei felice”. A lei bastava la sua piccola casa, già non riesco a pulire questo buco, diceva accompagnata dal suo sorriso.
Pensava di essere forte, Giulia. Pensava che avrebbe sopportato tutto. Solo ora si rendeva conto che non era così.
Dopo otto mesi le forze si erano dissolte e la stanchezza aveva preso il sopravvento. Era stanca di essere giudicata. Il suo lavoro consisteva nell’insegnare l’autostima, la capacità di una persona al comando di capire il reale valore dei dipendenti, dei collaboratori, di tutti coloro che avevano a che fare con il potere. Non poteva immaginare che sarebbe stata così dura. Era passata dal giudicare gli altri (alla fine dei suoi corsi faceva un piccolo esame, con tanto di giudizio), all’essere giudicata lei stessa. Chi ha successo è abituato a comandare e lei, donna-giovane-carina, era diventata l’ambita preda di uomini senza scrupoli.
Solo quando infilò le chiavi di casa nella serratura si ricordò che non aveva nulla da mangiare. Libri, fascicoli, grafici ma niente cibo. Abbandonò distrattamente la borsa al suolo e si lasciò cadere in poltrona. E si sentì sprofondare, inglobata nell’imbottitura finta pelle di quello stupido oggetto comprato con Paolo qualche anno prima all’Ikea. Ricordò quel periodo, la storia con Paolo e la finta pelle che non le bastava più. Allora voleva altro. Voleva tutto.
Un sorriso malinconico spuntò sulle labbra. Quel nome, il suo volto.
Paolo.
Era stato il suo amore. L’unico.
Dolce, premuroso, cordiale, sì, forse un po’ pazzo, ma gentile e sempre attento a lei.
Paolo, con le sue infinite lettere d’amore.
Paolo e i suoi progetti sempre rivolti al noi.
Paolo e il suo orgoglio. Ferito e umiliato dalla piccola Giulia. Avevano diciotto anni di differenza e lei aveva scelto. Aveva scelto di troncare la loro relazione per motivi che ora stentava a ricordare.
La vita è strana. Si ricordano volentieri le cose belle e si tendono a dimenticare i dubbi e i lati oscuri.
Giulia si rese conto di una cosa; quando la sua mente correva tra le forti braccia di Paolo le passava tutto. Nessuna pressione, nessuna stanchezza. Aveva letto di lui, sul giornale, del suo successo e della sua fama. Presa da una inaspettata furia positiva, Giulia aprì il cassetto e tirò fuori le foto. Le loro foto. Una volta erano ben disposte tutte in giro per l’appartamento. Quasi tutte le immagini li ritraevano assieme, abbracciati, felici, sorridenti. Uniti.
Aveva voglia di sentirlo, di parlare con lui, di sparare due cazzate, come diceva Paolo.
Voleva sentirlo, abbracciarlo, farsi cullare. Voleva dirgli che avrebbe rinunciato a tutto, pur di tornare a coltivare il loro piccolo sogno. Voleva…
Ma Paolo, adesso, non c’era più. Le aveva esplicitamente chiesto di non cercarlo, mai più. L’ultima volta che si scambiarono una mail Paolo era stato chiaro: non si fidava più di lei; le sue ambizioni e suoi programmi la portavano a percorrere strade che lui non poteva condividere. Aveva orgoglio, Paolo. Giulia capì che aveva fatto un tremendo errore. Forse ragionava così perché era stanca, forse la causa di questi suoi pensieri veniva dallo stomaco vuoto. Con ferocia afferrò il telefono e cercò il numero nella rubrica. Scorse velocemente i nomi fino alla lettera P.
Ma si era dimenticata che lei, Giulia la Dottoressa, aveva cancellato quel numero. Per orgoglio. Per dimostrare a sè stessa che era forte. La più forte di tutte… Rilasciò il cellulare, un rumore sordo l’avvisò che il telefono aveva toccato terra senza protezione alcuna. Giulia si diede della stupida, picchiandosi il palmo della mano sulla fronte, come se volesse punirsi di questa sua “debolezza”. Paolo adesso aveva successo, chissà dove era, chissà con chi era. Lei aveva la riprova che una volta che diventi un’icona, un simbolo, sei accerchiato dalle proposte. A lei era successo così: delle volte questo la lusingava, in altre occasioni si sentiva come un vaso vuoto, un semplice involucro con dentro il nulla. Socchiuse gli occhi e immaginò Paolo circondato da ragazze bellissime che gli richiedevano un bacio, una foto o un autografo. Questo le bastò per abbandonare l’idea di contattarlo. Questione di orgoglio, pensò.
Giulia non sapeva che in quel preciso momento, in simultanea, Paolo stava fissando una sua foto. Una fotografia che la ritraeva in pigiama, fatta con l’autoscatto del computer, dove lei, da New York, le disegnava un cuore con le mani. Il suo cuore.
Paolo baciò la foto, lasciando appositamente il segno delle labbra sul picoglass. Il picoglass. Ricordò che l’aveva comprato assieme a lei, alla sua Giulia, qualche anno prima all’Ikea, insieme alla poltrona in finta pelle e il mobiletto del bagno. Ormai era passato del tempo e lui, Paolo, l’uomo di successo, si rese conto di non aver mai smesso di amarla. Ma si promise di non cercarla mai più.
Steso a terra, piedi in aria, mente sgombra. Trattengo il fiato, ti penso. Per l’ultima volta. Per sempre. Ho tirato i dadi e la sorte mi ha voltato le spalle. Mille inutili parole ballano libere, se avessi un soldo per ogni pensiero a te rivolto sarei ricco, un nababbo. L’oscurità è alle porte, ricca di un prezioso nero coprente, una supernova all’incontrario.
Il sapore delle tue labbra gioca con la favola, si inerpica verso il cielo, attraversa la tempesta, schiva una saetta e giunge a destinazione. Corri, uomo, corri, non ti fermare. Irraggiungibili sogni che non cerco calano furiosi sul mio cuore assieme a un velato e sincero desiderio di stringerti, di abbracciarti, di amarti. Come un abile giocatore di pelota, lancio le palline contro la sponda inesplorata del campo da gioco, sperando di infrangere quel muro, il confuso desiderio di fuggire da tutto, con te, in te.
Moribondo, stupido, rincoglionito, leggermente ebete, ecco cosa sono. Ti vedo ferma in una strada deserta a urlare la tua voglia di essere vera, ma le urla non servono più, la palla si è trasformata in un proiettile che schizza sempre indietro, preciso, furioso. E questa volta sono stato colpito in pieno volto, steso a terra, clinicamente morto.
Sei comparsa all’improvviso, inarrivabile per chi non ti può offrire altro che una stupida idea, quel pazzo desiderio di te. Immobili persone cercano di rianimarmi, parlano il loro linguaggio muto, sperano di partecipare alla mia rinascita, al mio fallimento. Non capiscono che è il semplice e naturale corso delle cose.
Stringere forte la tua immagine al mio petto è la riprova che andare alla deriva assieme al tuo pensiero è l’unica via d’uscita che mi è permessa. L’azzurro oceano è di nuovo in tempesta. Il buio arriva anche nel deserto, le stelle illuminano il tuo profilo, un fuoco che arde senza nessun combustibile. L’affascinante zodiaco disegnato dal creatore è racchiuso in quel tuo sorriso, lontano, sorriso che mostra la luce ad altre persone, ignare e inconsapevoli, fiori appassiti di un giardino primaverile.
Mentre leggi queste stupide parole sai già che sono con te, al tuo fianco, annegato nella tua mente, senza il bisogno di saper respirare. Solo un corpo, la sua energia, l’immagine dei tuoi occhi, del tuo sguardo. Guardo il cielo e ti vedo lontana, come una stella. Stella cadente, un desiderio inespresso, forse solo un bellissimo sogno in una notte piena di incubi. Gli angeli sono accorsi, ma nessuno ha chiesto il loro aiuto. E tu, mio Angelo, sei l’unica ancora in piedi dopo che ho gettato via il mio cuore.
Ogni volta è così, tremo dentro, tremo al pensiero di vederti, di sorridere, di toccarti. Abbandonarmi sconfitto dal mio stesso amore, scolpire attimi eterni di felicità, emozioni trasparenti, come i tuoi occhi sinceri. Hanno portato via un cadavere, ho tolto il sudario e ho visto il mio volto. Avvoltoi famelici volano sempre più vicino, è giunto il tempo di innalzarsi, lontano, sfidare l’ignoto segreto del sentimento reale, fingendo, piangendo, rischiando. Giocare questa partita, sapendo già che sarò sconfitto. In questo pazzo viaggio chiamato vita non sono più permessi abili travestimenti. Dopo aver visto il tuo viso, la mia luce, mi accorgo che sono già libero, in volo verso di te, bucando nuvole color pastello, sperando di soffrire, per amore, perché forse è solo quello che cerco.
Vivo dei tuoi riflessi, sinuosi, delicati, ancora fragili e potenzialmente dannosi. Ma, a volte mi viene da dire purtroppo, questo sono io, un sognatore senza tempo. Rapito e ingabbiato dalle mie stesse mani. Mani che spaccano la roccia in due, pur di raggiungerti. Mani abili nello stringere attorno al mio collo una fune creata dal desiderio. Desiderio di te. Ora, da quassù, non temo più di bruciarmi, la cenere è la culla dove risorge la Fenice. Nessuna ferita brucia realmente, nessuna cicatrice sarà mostrata. Solo tu, ci sei solo tu. E io non sarò mai stanco di esprimere questo mio pazzo sentimento, starti vicino quando è un desiderio irrealizzabile, essere al tuo fianco quando credi che sei rimasta la sola persona vivente su questo pianeta.
So che è impossibile averti, allora libero il mio pensiero, le mie parole. Volevo dirti solo queste cose, non ho nulla da offrire.
Questa non è la solita, stupida, lettera d’amore. Questo è il mio pensiero per te, tu che sei l’unica, per sempre, la più bella.
Veramente, sinceramente, nessuna ragazza può essere paragonata a te!
Si chiude una stupenda avventura, un bellissimo viaggio. Da domani si riprende a camminare, con più forza di prima.
Tratto dal libro “Io sono Springsteeniano”. Il mio piccolo tributo scritto qualche tempo addietro al fratellone di sangue.
(…)
Potrei scrivere mille pagine sull’assolo di Clarence. I due minuti e ventotto secondi che racchiudono tutto. Cazzo. Ho paura a scrivere, a descrivere le emozioni. Bisognerebbe stare in religioso silenzio e ascoltare.
Se il Boss è come un fratello maggiore, Clarence è sempre stato per me un “colosso”. Questo assolo è il momento musicale che mi trasmette, in assoluto, più emozioni.
I pugni si chiudono e quando il ritmo sale mi è impossibile non farli volteggiare in cielo, c’mon Big Man.
Occhi chiusi, sento le tue magiche dita ballare sulle chiavi del tuo Sax, percepisco l’aria esalata dai tuoi polmoni, c’mon Big Man, l’ancia vibra all’unisono con la mia anima.
Occhi chiusi, la vita spesso è come un dito pucciato nella sabbia e sparato diretto nel culo ma le tue note sono la medicina, c’mon Big Man, la musica non esce dalla campana del Sax ma viene percepita direttamente dal cuore, c’mon Big Man.
Occhi chiusi, dopo l’intro Max picchia come un bastardo, fallo per me, accompagna Clarence in questo viaggio che mi illudo non finisca mai. Sono libero, finalmente. Sono pieno e non desidero altro.
Occhi chiusi, niente mi spaventa fino a quando queste stupende note echeggiano nella mia testa, c’mon Big Man, il Boss al tuo fianco mi fa capire che non si può rimanere soli a questo mondo, c’mon Big Man, anche Bruce ha avuto bisogno dei suoi fratelli di sangue per raggiungere l’olimpo, c’mon Big Man, nella mia mente mi vedo inginocchiato ai tuoi piedi e sei alto circa tre metri, e io lì, aggrappato alla tua rotula, manco fossi tu l’ultima scialuppa del Titanic, c’mon Big Man, sei la mia salvezza, sei la mia ancora, non lasciarmi solo, non farmi piangere, c’mon Big Man, essere il Konte è difficile, ma io non arretro di un centimetro e sento che non sono il solo a pensarla così, c’mon Big Man, con me ci sono i miei fratelli, i Blooders che vivono la mia stessa passione, c’mon Big Man, noi manteniamo le promesse, cazzo il tuo virtuosismo mi ha salvato la vita, c’mon Big Man, il crescendo del tuo assolo è l’ascensore per raggiungere la terra promessa, la strada impervia e difficile che non possiamo e non dobbiamo evitare di intraprendere, c’mon Big Man, noi che non siamo belli diventiamo Adoni che trascendono dai desideri corporali per raggiungere gli Dei, c’mon Big Man, perché nessuno ci sfilerà da sotto il naso la voglia di emergere dal fango dei bassifondi, c’mon Big Man, al tuo fianco l’amico di una vita ti guarda con sentimento sincero, nessuno può raggiungere il cielo da solo, c’mon Big Man, sento come se una mano entrasse direttamente nel mio cuore per estirpare tutto il grigio e sostituirlo con l’arcobaleno.
Occhi chiusi, ascoltandoti suonare trovo le risposte, c’mon Big Man, è l’Amore che ci salverà,che non ci farà smarrire la strada. E se rimarrò indietro, c’mon Big Man, tu e il Boss sarete lì, come sempre, ad aspettarmi.
Occhi chiusi, la Band è lì, presente, gli amici di una vita, quelli di cui ti fidi, il basso di Gary percorre una scala morbida, sinuosa e sensuale come una bella ragazza, ecco che l’organo di Danny urla il suo riff tipicamente seventy, il piano di Roy entra con quella sensibilità e dolcezza che rende unica questa parentesi… (magia pura).
(…)
Il tuo Sax sarà sempre pronto a non farmi perdere la via…
Questo l’avevo scritto alcuni mesi fa… Lo ripubblico volentieri, con sotto un pezzo che allora non avevo mai ascoltato. Il grande Edo, a mia insaputa, ha cantato un brano che si addice in tutto e per tutto al “profilo” della mia musa…
L’importanza delle muse nella mitologia antica era assai elevata: esse infatti rappresentavano l’ideale supremo dell’Arte, di cui erano anche patrone.
(Fonte Wikipedia)
Lei è così carina, dolce e piccolina. Lei parla con le farfalle, loro la chiamano regina.
Lei vola alto, gli Angeli ne prendono atto; il bianco è il colore che userei in prevalenza, se dovessi dipingerle un ritratto.
Lei è bellissima, ha grandi occhi onesti e sinceri. Lei legge le mie storie, e ciò mi fa stare meglio.
E io non posso fare altro, che inseguire il mio sogno; chiudo gli occhi e mi prendo quello di cui ho bisogno.
Lei ha un corpo perfetto, proporzionato e molto bello; qualsiasi abito Lei indossi, le sta bene, le casca a pennello.
Lei non chiede aiuto, ha orgoglio e umiltà. Lei quando parla, dice solo la verità.
Lei vive in maniera serena, pensa che a molti non interessa. Lei è intelligente, non ha nessun bisogno di diventare una grande Dottoressa.
E io non posso rinunciare, a scrivere e dedicarle questo racconto; e cantare le sue parecchie doti, perché Lei non ti chiede mai il conto.
Lei è molto timida, se la guardi negli occhi diventa rossa; con quelle gote candide, ogni volta che guardo il suo viso prendo la scossa.
Lei ha sempre fame, gnam gnam le sussurra il pancino; Lei è una grande cuoca, non si accontenta del solito panino.
Lei parla con Dio, abbassa la voce e prega per gli altri; Lei ha file di ragazzi, che aspettano vogliosi e scaltri.
E io non posso avvicinarla, rischierei di rovinare tutto, certi sogni sono più veri della realtà.
Lei parla a voce bassa, parla con l’anima di una persona; Lei ha talmente tanta classe, che con i fiori le farei una corona.
Lei esiste, Lei respira, Lei è capace di grandi cose; Lei non chiede niente, ma meriterebbe di ricevere tutti i giorni un mazzo di rose.
Lei chiude gli occhi, Lei è stanca, Lei fa sogni belli; Lei dorme abbracciando se stessa, e vorrei essere lì solo per osservarla e per accarezzarle i capelli.
E io non posso fare altro, che amarla da lontano come un vecchio minchione, dedicandole una sincera, semplice e stupida canzone.
Un grave ictus ha colto Clarence Clamons, storico sassofonista della E-Street Band. Speriamo superi brillantemente questa fase e che si rimetta al più presto… Ho scritto due righe, così, di getto, per me, e ho atteso qualche giorno prima di pubblicarle. Per rispetto. Le ho scritte solo per esternare un mio dolore mai sopito.
Ci sono dei mesi che sembrano segnati. Questa è la vita e non possiamo farci nulla. Un ictus. Infame, silenzioso, strisciante e… bastardo. Ictus, già parola più dolorosa per le mie orecchie non esiste. Ictus, quasi impronunciabile. Se provo a ripeterla cinque volte di seguito mi incarto goffamente. Ictus, bastardo. Ho ancora in mente le urla di mia madre per telefono che dicevano…”Corri, papà sta male, non respira, è morto! Corri…” E io che ho sfidato la legge della fisica per “volare” a casa il prima possibile, impazzito, lanciavo lo scooter contro il vento, contro il raziocinio, “dai, cazzo, non può succedere realmente, non può morire, Lui è ETERNO!” Ma non sono arrivato in tempo. Un infermiere mi ha atteso sulle scale… Papà era steso sul letto, labbra ceree, mani incrociate sul petto.
Cazzo, cazzo, cazzo.
Dai, BIG MAN, combatti contro questo male. L’ictus che mi ha portato via papà. Di colpo, una mazzata. Non ero pronto, e forse non lo sono tutt’ora.
L’avevo sentito la sera prima e avevamo programmato gli allenamenti per la maratona, volevamo farla assieme. “Hai fatto un lungo? (per i non addetti è un allenamento da venticinque chilometri) -Sì, pà, risposi, con un minimo di orgoglio, sapendo che gli avrebbe fatto piacere. “Occhei, non esagerare” disse. Quella fu l’ultima volta che lo sentii, che ascoltai la sua voce, che lo pensai come essere vivente e non come una parte indelebile di me.
Ci sono dei mesi che sembrano segnati. Mio padre è scappato in cielo in giugno, colto dallo stesso male. Potrei dire sorpreso dallo stesso male.
Mio padre aveva 73 anni ma, a differenza di te, BIG MAN, lui non mai avuto una beata mazza. Nessuna operazione alle gambe, nessun malessere, niente di niente. Nessun campanello d’allarme. Nessun avviso.
Dai, BIG MAN, cazzo ci combini? Come per mio padre, è impossibile pensare a te in termini negativi. Veramente, mi è impossibile immaginare che il tuo enorme corpo giacia steso, anestetizzato, intubato, spero coccolato, in quell’ospedale della Florida.
Dai, BIG MAN, che facciamo, scherziamo? Sei il fratello del Boss, quello che si inventa mille storie assurde, quello che il tuo fratellino ha sempre guardato con occhi colmi di affetto. Sei il Black della Band, la corsa di Bruce per finire in ginocchio tra le tue possenti gambe e quel bacio in bocca scoccato per sigillare l’unione e la fusione di colori.
Dai, BIG MAN, ho pure il tuo disco solista (da cui è tratto questo brano). Questo disco ricco di atmosfere, di sensazioni, di bellissimi assoli. E ti dirò di più. Quel disco è stato per lungo tempo la base delle mie cenette romantiche. Cioè, sì, insomma, con quel disco si scopava. Un buon vino, un piattino prelibato e via…
Dai, BIG MAN, parlare del tuo assolo in Jungleland e dire che REALMENTE mi ha salvato la vita sembra ipocrisia… Ma non me ne frega un cazzo, è la verità. Chi si permette di dire il contrario è solo un beneamato minchione e non merita risposta. Tu e il Boss, immagine bellissima. Non parliamo delle scenette nei concerti, pazzi, molto pazzi, voi due che ballavate, scherzavate, illuminavate! Concerti dove la tua presenza era l’emblema della grandezza, della potenza. Anche negli ultimi show eri presente, anche da seduto eri statuario… Che figo col bastone, vera classe. Alcuni amici si sono arrabbiati per la tua collaborazione con Lady Gaga, io rispetto quella cantante, anche se non ascolto la sua musica. Ha palle quadre ed è una vera artista. Scrive, canta, disegna, collabora, e ripeto, non mi garbano troppo le sue canzoni, ma riconosco il talento. Come il tuo, cristallino, puro, sanguigno. Talento ribelle, BIG MAN… Una volta attesi un concerto di Zucchero solo perché eri presente, e Fornaciari ti presentò come “The SUN in Rome”… Ho guardato il concerto solo per te, pensa che minchione che sono.
Dai, BIG MAN, non voglio dilungarmi che poi finisco a commuovermi. Ultimamente ho la lacrima facile e non voglio spenderle a vuoto, sono certo che ti rimetterai presto. Ho vissuto la morte di mio padre, quasi, e lo sottolineo, quasi la seconda volta. Accendo il computer e la notizia piomba inattesa. Dolorosa. Quella parola ictus è tornata senza preavviso nella mia vita. So già che molti filosofi e scribacchini diranno che è la solita retorica del Konte, ma non importa, faccio quello che sento e dico il cazzo che mi pare. Purtroppo nella vita sono stato vicino a una persona colpita da una malattia terminale infinita, un tumore che ha divorato per anni mio cugino, Alex Iriondo, un uomo fantastico. E capisco che a volte bisogna stare zitti e pregare. Ma non sono riuscito a tacere e, ora che le tue condizioni sembrano migliorare leggermente, mi sono permesso di pubblicare queste righe.
Dai, BIG MAN, il venticinque giugno è il secondo anniversario della morte di mio padre. E tra le pieghe del dolore il paragone mi viene spontaneo, illusorio quanto sincero. Ma a te posso ancora dire che ti voglio bene.
RudeBoy passa dalla Mafalda, ma è già a conoscenza del fatto che prima delle undici lei le pianterà un calcio in culo e lo sbatterà fuori di casa.
E che non si scoperà.
Domani ha gli esami, lei.
E poi sua madre non lo sopporta, a lui.
Crede che RudeBoy sia un delinquente, dice che porta i calzoni rotti con le chiappe di fuori. Indecente, strilla nel suo sbiascicato accento siciliano.
Mentre scende nell’immenso ascensore, RudeBoy pensa che è proprio una serata no, non gli va neanche di andare a Milano a divertirsi, stasera ha le palle girate…
E gonfie.
Una settimana a lavorare duro, uno si merita una serata “speciale”, cazzo, no? e poi… quant’è enorme quest’ascensore? cioè, è super capiente, ci staranno trenta persone. Magari stretti, impilati, pigiati, sardinati, sott’olio, ma ci stanno. Quello di casa sua invece è mono-portata. In legno, sporco, con le porte che si aprono a scomparsa e il rifugio sotto la luce per le sigarette. O per tutte le cose che è meglio evitare di portare a casa… non si sa mai. E’ così piccolo che già in due si balla il tuca-tuca.
Ecco perché la madre di Mafalda non lo sopporta. Lui non potrà mai permettersi l’ascensore di lusso all-inclusive.
Preso da questi pensieri si infila nella Grigia, la sua sgangherata Fiat Ritmo, e si rolla un bel cannone.
Cartina, filtro e vai, si parte.
Nota che una macchina è entrata nel parcheggino di periferia, spera non siano gli sbirri. Un’altra lavata di capo no, proprio ora che non ha fatto nulla.
Dai maresciallo, solo un Joint e poi a nanna, è il discorso che si prepara RudeBoy, impostando l’espressione del volto manco fosse un cucciolo di cerbiatto abbandonato.
La macchina si posiziona esattamente dietro la sua, impedendogli la retro. Cazzo, preso in pieno. Guarda meglio attraverso lo specchietto interno; non ha la sirena (buon segno), non ha l’antennone (super buon segno, non sono neanche gli sbirri in borghese)… La portiera si apre e appare il suo amico, Necro, che esce dalla vettura.
“Hey, RudeBoy, che facciamo? Oggi niente seratina ska?”
“Nulla, un porrito y a la cama, hermano.”
“Andiamo, sei spento… ”
“Andiamo, son pronto” risonde sorridendo RudeBoy, saltando in macchina. Meta: le luci della Big-City.
Arrivati a Milano, trovano parcheggio nei pressi del Castello Sforzesco. In piazza dei Miracoli c’è una festa di strada con musica e giocolieri.
Bellissimo, quest’aria di festa basca rende Milano stratosferica, dice a Necro, incamminandosi spedito verso il primo bar, verso la prima Ceres della serata.
Mentre sono al banco ad attendere che l’oste torni con le birre ghiacciate, si accorgono che fuori ci sono schiamazzi e urla. RudeBoy esce di corsa. Necro no, lui aspetta tranquillo la sua birra.
Il gran caos è scatenato da una Mercedes che, suonando da vero tamarro, si fa largo tra la gente. Rovinando a tutti la festa. Parcheggiano proprio a dieci metri dal bar. Sono due Yuppies, pieni di bamba fino al collo, forse lavorano in Borsa, sicuro, oppure inculano la povera gente per poi sputtanare ai quattro venti i guadagni delle loro sodomie professionali, probabilmente. Comunque sono arroganti, certamente!
Necro rimane tranquillo, appoggiato svogliatamente al bancone, mentre scola la seconda Ceres. I due simpaticoni sono passati al suo fianco e, stranamente, non li ha degnati neanche di uno sguardo. Hanno raggiunto il fondo del bar dove c’è un terzo amico ad attenderli. Fanno il saluto romano. Si chiamano “camerati”. Dicono che odiano i saltimbanchi e gli artisti di strada. Li chiamano “sporchi zingari”.
A RudeBoy prudono le mani, è più forte di lui, succede sempre così, quando vede un fascio vede nero. In tutti i sensi…
Necro “legge” le sue intenzioni, ordina una Sambuca e blocca RudeBoy mentre si sta dirigendo spedito verso i tre, a cercare rissa. Il liquore evapora in un nano-secondo e il bicchiere viene appoggiato violentamente sul bancone.
Dice al barista che il conto lo pagano loro, i tre gentleman in fondo, e il giovane barista viene convinto facilmente da una “calorosa” stretta di mano. Cioè, quasi la stritola, quella mano.
Fuori la folla ha ripreso a ballare e a batter le mani, scandendo il ritmo di un tamburello tarantolato. RudeBoy si perde dentro la musica e si associa al divertimento collettivo. Tempo cinque minuti si ricorda di Necro. Dove cazzo è finito, si domanda…
Fuori dalla massa lo cerca con uno sguardo panoramico, a trecentosessanta gradi. Arrivato al centonovantesimo sente una botta al culo, una Mercedes lo ha colpito da dietro. Leggermente. Nulla di grave, una botta alla gamba. Riconosce la vettura. Riconosce chi c’è dietro al volante…
“RudeBoy, un giretto?” Domanda l’amico attraverso un beffardo sorriso, “io odio i nazzisti dell’Illinois”, aggiunge.
Questo è fuori, e io più di lui, è il pensiero di RudeBoy. Si domanda come cazzo ha fatto, questa non è una Fiat che si apre con uno stuzzicadente.
L’eccitazione è massima, l’adrenalina pompa e il sangue corre come un giaguaro famelico dietro alla preda. Felici. Vivi. Senza dire niente si trovano già in via dell’Orso, raggianti come due pisquani.
Un lampeggiante li sveglia come una doccia gelata, una volante è alle loro spalle e gli sbirri gli fanno segno di accostare.
Il Necro pigia repentinamente il piede sull’acceleratore, beh, però, questa Mercedes rampa di brutto, sento la schiena schiacciarsi al sedile, pensa RudeBoy, manco fosse un decollo di un aereo supersonico. Necro gli dice di reggersi forte. In questi momenti si sentono come in un film di James Dean, quasi invincibili… La volante li tallona a un metro di distanza. Necro si volta verso il socio, dice di tenersi pronto e inchioda di colpo. Il rumore dell’impatto è assordante. Lamiere piegate e paraurti esplosi urlano con tutta la forza che c’è stato un tamponamento. Ma non c’è tempo per la constatazione amichevole. Con un balzo i due pirla sono fuori dalla Mercedes.
Corrono come dei pazzi, tra le macchine parcheggiate, zigzagando tra la gente, senza voltarsi, ridendo, il cuore incredibilmente felice, le gambe leggere come ali di gabbiani. Gli agenti sono ancora incartati nella loro vettura, accartocciati, con un paio di graffi, dubbiosi, perplessi, sorpresi a domandarsi che cazzo è successo. Quando capiranno l’accaduto RudeBoy e il Necro saranno già di ritorno verso la periferia, fantasmi senza storia, delinquentelli senza futuro.
Dell’accaduto non avrebbero fatto parola con nessuno. Le loro bravate erano più gustose se rimanevano segrete.
Solo così si sentivano invincibili e contenti. Sognando una spiaggia in Messico e rischiando la pelle. Ma erano solo due pischelli, duri di cartapesta.
Solo quello, due piccoli, stupidi, insignificanti falchetti di periferia.
In questi giorni sarebbe meglio non uscire, fare finta di sparire.
Ma non si può.
In questi giorni cala un velo nero sull’anima e ogni cosa diventa grigia.
La musica è la mia migliore amica. Lei mi consola, mi culla, mi sussurra dolci parole, mi accarezza il cuore.
Ma non basta.
Esco a fare due passi, per distrarmi.
Questa stupida casa soffre, le pareti mi tolgono il respiro e non voglio fare nulla.
Nessuna lettura, nessun film, niente di niente.
A zonzo, senza una meta.
Voglio smarrirmi nella mia città. Da solo.
Entro in un bar per comprare le sigarette e c’è fila.
Trasudo impazienza, il piedino batte, cazzo, sono nervoso, triste, avvilito.
Oggi è morto Big Man.
Un caro amico.
Davanti a me due ucraine ridono allegre e ciarlano zabettose nella loro lingua madre. A me sembra che stiano scambiandosi un codice fiscale infinito, vorrei dire loro “Ma che cazzo, vogliamo mettere una vocale ogni quattro erre, due ti e tre zeta?”
Niente. Oggi sono triste.
Big Man ci ha lasciato un vuoto.
Non importa se i ragazzi corrono in piscina per approffittare del primo vero sole stagionale. Loro gioiscono dei corpi femminili che finalmente si tolgono gli abiti. Loro non sanno nulla di Big Man.
Non importa se la vita continua.
Non importa se il ricordo sarà indelebile nei nostri cuori.
Oggi sono triste, punto.
Dovrei andare a Teatro, la fondazione ha organizzato uno spettacolo con improvvisazione. Dicono che coinvolgerà pure il pubblico.
Meglio evitare.
Immagino la scena: hey, tu, sì, sì, proprio tu, con quella faccia cupa, vieni sul palco a recitare questa parte… e io, positivo come sono, rispondo: no, dimmi, ma tu che cazzo hai da ridere, ma vaffanculo!
Niente, oggi sono triste.
Oggi è morto Big Man.
Un caro amico.
Bella notizia, la morte di Big Man. Bella nozia, davvero. Bello sapere che si è spento esattamente una settima prima di mio padre, solo due anni più tardi.
Bello sapere che non vedrò più l’amico di una vita dividere il palco col Boss.
Bello, veramente.
Oggi sono triste.
Oggi è morto Big Man.
Un caro amico.
Osservo la gente, il papà che accerezza il figlio, gli sportivi che corrono verso il parco, le anziane fare la passeggiata pomeridiana. Una signora annaffia i fiori sul davanzale. Mi sorride. Ricambio il suo sguardo gentile. Ma quello che esce è una cosa a metà tra il forzato e il falso.
Niente. Oggi sono triste.
Oggi è morto Big Man.
Un caro amico.
Ma la vita continua. Nonostante tutto.
Sì, occhei, la vita continua, nonostante tutto, occhei, sì, ma facciamola cominciare da domani, va bene?
Scusatemi.
Oggi sono triste.
In questo video Jesse e il Boss. Jesse, quando l’ho incontrato, mi ha spiegato che la canzone parla della scomparsa di sua madre, e io gli ho fatto leggere la parte del mio libro in cui parlo della morte di mio padre. Jesse è un grande. Abbiamo tante cose in comune. Dal punk-Rock al randagismo. Solo che lui è un figo e io sono un pirla qualsiasi…
Nessuna radiazione penetra lo scudo precauzionale che ho costruito.
Protettiva, coccolosa e… calda.
Ora che è arrivata l’estate, fin troppo calda, aggiungerei.
In televisione c’è un francese, dice che il lusso è un diritto. Mah…
Brunetta è Ministro, cioè, specifichiamo, che sia chiaro, meglio sillabarlo, Ministro della Repubblica Italiana. Boh…
Capezzone è il portavoce del Popolo della Libertà.
Occhei, questo è troppo. Ora basta.
E’ tempo di uscire.
Il Cinese mi citofona.
Chiedo la parola d’ordine, questa è una stronzata che facciamo spesso, quella della parola d’ordine, e se non azzecca quella giusta aggancio e non se ne fa più nulla.
Ma il Cinese non toppa mai.
“Scilipoti for President!”
“Scendo subito”
Milano ha un nuovo Sindaco, tutto è cambiato. Nulla è cambiato. Ma ha il sorriso dolce e modi gentili. Non capisco il perché, ma al sottoscritto ispira fiducia. Come la coperta di Linus, forse la risposta è lì, a portata di mano. Abbiamo bisogno di politici che abbassino i toni, abbiamo bisogno di credere, abbiamo bisogno di sperare, abbiamo bisogno di sognare…
Il Cinese è un filosofo di strada, uno semplice, un tipo scanzonato, malizioso, certo delle sue verità.
Lo adoro.
Le sue spiegazioni ai vari quesiti che gli sottopongo sono “illuminanti”.
Il suo ruolo da dirigente in una nota società di spedizioni gli impone il travestimento e passa indifferentemente dalla giacca e cravatta al Leoncavallo.
Si dichiara di sinistra, quella sinistra che ancora non ho ben capito cosa voglia dire essere di sinistra, cioè, forse sono io che non l’ho ancora chiaro, ma non importa. Io non ho risposte, ho solo domande.
Quando siamo soli, io e il Cinese, parliamo in dialetto milanese. Però di nascosto, mai in pubblico, un pochino ce ne vergogniamo, e il suo intercalare è “stiteroni…” Pronunciato così, tutto attaccato.
Ma non bisogna credere che sia razzista, anzi, è esattamente l’opposto e lo dimostra con i fatti.
Lui lo usa come se quel stiteroni fosse una virgola, quasi sempre al plurale, per prendere fiato o per concludere un discorso.
Esempio. “Hai sentito, forse Sneijder va al Manchester United… stiteroni!” Cinese, a chi ti riferisci, domando, a Wesley “il genio” Sneijder, biondo, bello, quasi ariano, o allo United, club inglese campione in carica e ricco di una gloriosa storia? “A entrambi, stiteroni…”
E parla coi rutti.
Sì, cioè, riesce a pronunciare una frase intera con un rutto, col finale in crescendo. Direi che è un baritono, non arriva alla fase tenorile, ma ci sta lavorando sù, dice che si sta impegnando e la sera, quando è a casa da solo, studia di brutto.
A volte mi spiazza, rispondendo alle mie domande con sconcertante sicurezza e semplicità.
Si produce la birra nel cesso, devo ammettere che dopo una prima fase sperimentale ha trovato il giusto equilibrio tra i fattori, e non capisce la mia fase di rinuncia-alla-scopata-facile, lui che ha due figli ed è semper fidelis alla sua donna. Quando spiego le mie motivazioni di questa pazza scelta, mi illustra la teoria dei tre punti di sospensione col finale Eccooo!
Chiedo lumi e ricevo questa risposta.
“A me mi ha fregato questa fase, i “tre punti di sospensione col finale Eccooo!” è la fase in cui credi di dominare la situazione sentimentale, la fase dove “lei” ti adora, ti vede come un Dio e teme di perderti. Sai, cose del tipo che la chiami e le dici che farai tardi per una cena con gli amici del lavoro e la sua risposta è la seguente: “Stasera esci con i colleghi, bravo, …, fai bene, …, sicuramente c’è quella là. Sì, sì, proprio lei, quella un pochino troia che, dopo una buona dose di vino, ti fa gli occhi dolci e perde i freni inibitori che fino a stasera l’avevano intrappolata. E anche te, ricco di etanolo, ti rendi conto che ti è sempre piaciuta”. Tu rimani in silenzio e lei, a tradimento, approfitta della pausa piazzandoti un contro silenzio con spunto finale “…eccooo!” detto in maniera infantile, con la vocina che tende all’acuto. In quel momento tu non lo sai, ma sei fregato, per sempre. Non potrai più rinunciare a questa cosa, inutile lottare”
Filosofo, il Cinese.
E’ pure un grande artista. Il Cinese.
Costruisce sculture con materiale di riciclo preso nelle varie officine. Bulloni arrugginiti, lastre di ottone annerite, viti che hanno cessato la loro funzione primaria nelle sue mani tornano magicamente vivi.
Me ne ha regalata una che raffigura un tipo mentre legge.
Seduto.
Con un libro nelle mani.
Seduto.
Sulla tazza del cesso.
Non ho ben capito il messaggio subliminale, anche se la teoria che le mie storie facciano realmente cagare prende sempre più corpo.
E ridiamo, io e il Cinese.
Ridiamo fino a farci scendere le lacrime dagli occhi. Fino a piegarci in due per sostenere la panza, quando sembra che esploda.
Non prendo per buono tutto quello che dice, ma apprezzo la sua visione della vita, il suo coraggio.
E in più è un vero amico, di quelli che ci sono senza se e senza ma, come dovrebbe essere l’amicizia sincera, quella che non ha interessi di parte.
“Occhei, Cinese, stasera c’è la festa del Paoloni, un paio di birre con i fratelli nerazzurri e poi via, a ballare in qualche centro sociale… Ti va il programmino?”
“Bella Fabio, basta nascondersi, la vita è gioia e rivoluzione”
Ben detto, fratello.
Si torna in strada per respirare, per vivere, per sudare.
Certo, quell’idea era veramente folle, ma doveva farlo.
Così era salito sul treno, quello che partiva la mattina presto, verso la meta, verso il suo sogno.
Sedeva vicino al finestrino e scorreva le immagini del territorio sfilare repentine, paesaggi stupefacenti davanti ai suoi occhi scappavano timidi e veloci. Le brevi fermate nelle città dove il treno faceva sosta gli permettevano di scavare nei ricordi. In ogni città aveva un amico, una persona senza volto che lo seguiva, appassionati alle sue folli canzoni. Folli come lui, uomo senza una precisa speranza, perso tra l’incredibile senso di stanchezza e il desiderio di mettersi sempre e costantemente in gioco portando, per pochi euro, le sue canzoni in giro per il paese.
Aveva mandato una mail, una semplice mail, a lei, senza attendere una conferma. Ma era fatto così, pazzo e imprevedibile.
Il Grand Hotel lo aspettava, aveva prenotato una stanza anonima nella città dove aveva altri amici, lasciando al fato la responsabilità delle decisioni da prendere.
Durante il viaggio al suo fianco si alternarono prima un venditore, poi un piccolo accompagnato dalla madre, gioioso della giornata da trascorrere al parco acquatico, e ancora una suora, un libero professionista, una ragazza troppo indaffarata nel mandare messaggini per accorgersi che le sua fermata era passata.
Lui sorrise e tornò al suo libro, il viaggio era lungo e i chilometri scorrevano lenti. Troppo lenti per colmare la sua impazienza, la sua fame di vita, quell’inevitabile voglia di scommettere sul vuoto, senza temere la sconfitta, certo che alla fine le favole hanno sempre il lieto fine.
Arrivò anche lui a destinazione, avvistato dal mare che lo osservava nella sua silenziosa quiete e dal suo movimento maestoso e ricco di orgoglio. Fuori dalla stazione prese un piccolo autobus, non aveva abbastanza soldi per permettersi un taxi, ma la cordialità della gente del luogo lo aiutò ad arrivare a destinazione. Di lei nessuna traccia.
Ma era uno zingaro dell’anima, un cantastorie, ed era tornato a viaggiare, libero da fronzoli, inseguendo un sogno impossibile da realizzare.
Dopo una doccia tonificante si fermò a cenare in un piccolo locale, tipico della zona, gustando prelibatezze e sapori che a Milano non avrebbe mai incontrato.
Ritornando in camera chiese se ci fossero dei messaggi per lui, ma un dolce sorriso rispose di no, interpretando l’espressione dal suo viso, la faccia ebete che solo gli innamorati e i sognatori portano nei loro viaggi.
Si addormentò con il libro aperto sul petto, crollato in un dolce sonno, rigenerante dopo le ore trascorse in treno.
La mattina seguente fece una robusta colazione, doveva rimettersi in viaggio, speranzoso ancora di incontrarla, anche solo per un fuggevole attimo. Ma l’illusione si spense minuto dopo minuto, secondo dopo secondo. Sarebbe rientrato a Milano senza averla vista, un viaggio a vuoto, soldi solo apparentemente sprecati.
Pagò il salato conto del Grand Hotel e riprese l’autobus che il giorno prima era stato complice di un sogno. Non aveva date in programma e il suo progetto per il disco “solista” giaceva dimenticato in un cassetto della casa discografica. Salì sul treno e questa volta non era vicino al finestrino.
Lei arrivò in stazione camminando veloce, il viso quasi paonazzo per il passo sostenuto. Ansiosa ed elegante, nel suo vestito estivo che svolazzava leggiadro e fiero, vide che il treno era partito da qualche minuto, un piccolo attimo rapportato alla lunghezza dei momenti passati ad attenderlo, senza mai sbilanciarsi, senza cercarlo realmente…
Quando si svegliò, lui si rese conto che aveva dormito per l’intero viaggio. Sorrise all’idea di quello che aveva fatto. Aveva mandato una stupida mail, senza aspettare conferma, dove l’avvisava che sarebbe andato a trovarla. Sapeva che le loro anime erano affini, ma il batticuore che provava al suo semplice pensiero era la testimonianza che lei era quella giusta, quella con cui avrebbe trascorso splendide ore, in silenzio, pieno di lei, fino alla fine del tempo. L’Amore vero, l’Amore sincero, l’Amore che, alla fine, non ti chiede di saldare nessun conto.
L’urlo della locomotiva e la volta della stazione Centrale lo avvisarono che era giunto a destinazione.
Pazzo, senza un progetto, squattrinato. Ma felice.
Felice di provare quelle sensazioni. Non si sarebbe mai accontentato di nessun altra.
Felice di aver lasciato al sogno quello che la quotidianità avrebbe sicuramente schiacciato e reso meno bello. Anche se lui, in fondo al suo cuore, sapeva di aver perso la sua anima gemella, la sua dolce fatina…
E avrebbe cantato ancora la bellezza, vista attraverso gli occhi trasparenti della sua Amata.
Nei suoi racconti, nelle sue splendide canzoni, nelle parti parlate tra un brano live e l’altro, si racchiude tutto il significato di questa mia vita terrena, la mia fede, il mio credo religioso, che ogni volta mi costringe a comprare i biglietti per i suoi concerti, il più delle volte 8 mesi prima dell’evento, proprio per via di questa fede, per porre delle tappe esistenziali, dei piccoli traguardi: “VOGLIO SAPERE CHE FRA 8 MESI DOVRO’ ESSERE VIVO PER ASSISTERE AL SUO CONCERTO” e soprattutto aspettando la mia canzone, quella che ho aspettato per tanti anni e non è ancora arrivata.
Difficile dire quale sia QUELLA canzone, perché sono veramente troppe quelle che amo, ma forse questa è la canzone che meglio racchiude la mia parte di vita negli ultimi 9 anni… probabilmente è la sua canzone più breve, la più piccola, ma proprio per questo la più grande.
C’è qualcosa di springsteeniano nel doversi alzare tutte le mattine al suono di una storica sirena che da 70 anni urla nel cielo del mio paese… e mi fa capire che sono le 6.00… e fra pochi istanti dovrò percorrere quei 400 metri nella luce dell’alba, come un uomo che va alla forca, pronto a varcare il cancello della fabbrica dove lavoro… e sperando ogni volta di uscirne vivo e con tutte le parti del corpo ancora al loro posto. E’ una vita fredda, che ti logora e ti fa perdere tutte le speranze… è una vita che odio, ma mi dà da vivere, e finché non verrà fuori qualcosa di meglio, dovrò tenermi quel sogno di fuga da non so cosa ben legato alla tasca posteriore dei pantaloni. C’è qualcosa di springsteeniano nel sentire il rumore assordante del maglio che picchia come il peggiore dei bastardi, forgiando il ferro. “BUM-BUM-BUM-BUM-BUM-BUM”, e io che vorrei tanto, ma così tanto che il mio cuore battesse più forte di quel ritmo a doppia cassa, che per un attimo potessi trasformarmi nella coppia Garry Tallent/ Max Weimberg (basso e batteria), per sovrastare quel rumore privo di senso, per far capire alla macchina che io valgo di più di una falce forgiata, perché io ho una vita, ho dei sentimenti, i miei sogni, ho i miei scazzi e le mie paure, e come ognuno, vorrei meritare qualcosa di meglio su questo Mondo, prima di meritarmi il Paradiso.
C’è qualcosa di springsteeniano nella pressa che cala imponente su una lastra di acciaio… “STUTUNK… STUTUNK… STUTUNK!!!”… c’è Springsteen nei 50 gradi che si respirano in laminatoio… c’è Springsteen nelle sigarette che fumo di continuo per colpa della tensione… c’è Springsteen in quel “Vaffanculo” che vorrei urlare 10 volte al giorno al mio capo.
Ma soprattutto c’è Springsteen la sera, quando la sirena della fabbrica finalmente urla per l’ultima volta e so che non dovrò più pensare a quel posto fino a domani.
Ed eccolo ancora là, quando entro in casa e accendo lo stereo, e la sua voce mi fa ricordare di essere ancora vivo (e con tutti gli arti al loro posto). Quella voce che mi racconta di suo padre, che molto probabilmente ha fatto una vita peggiore della mia, anche se a tratti simile.
Quelle parole che valgono più di mille docce, che mi lavano via lo sporco dell’anima che ho accumulato per 8 ore, come il letto di un fiume calmo e placido che mi culla, mi coccola e che mi fa pensare per un attimo, ma solo per un attimo di essere libero… per poche ore, fino a domani, e poi domani ancora, e avanti così per tutta la vita…
“Perché questo è il mio lavoro, il mio lavoro, è solo una vita di lavoro…”
Era consuetudine che il martedì, in classe, si leggesse l’Odissea. Agli studenti, in principio, l’idea della vecchia maestra di italiano non era piaciuta affatto. Troppo pesante una lettura ‘classica’ come quella; in più il modo estremamente rigido in cui l’anziana educatrice leggeva il libro dava all’opera un tono di gravità eccessiva, una pesantezza esagerata che annoiava i ragazzi, in fondo avevano solo undici anni.
Forse era per quel motivo che la notizia della malattia dell’insegnante aveva fatto gioire l’intera classe, sperando che la sostituta eliminasse il segmento di programma dedicato ai classici della letteratura.
Ma la nuova professoressa era diversa.
Giovane e affabile, aveva accorciato le distanze ‘istituzionali’ instaurando un rapporto diretto con i propri alunni.
La supplente, nell’affrontare l’Odissea, aveva cambiato stile; con entusiasmo non lesse più in maniera fredda e distaccata, ma recitò il poema interpretandolo come se fosse una consumata attrice teatrale. In questo modo anche i più distratti si lasciavano ipnotizzare dalle parole, a volte urlate, altre sussurrate, della nuova maestrina.
Era una bella ragazza, la supplente, minuta nel corpo, con occhi grandi e profondi; era facile leggere dentro i suoi occhi, forse troppo sinceri, scavare nell’intimità, arrivando agevolmente nel suo profondo, per scoprire l’inconsolabile tristezza del suo animo.
Lei, la maestrina, era supplente da un anno. Nonostante una laurea in lingue e letterature straniere, non si sentiva affatto sprecata nel ruolo di insegnante in una classe di prima media, sebbene parlasse correttamente inglese, francese e tedesco. Anzi, da quando aveva avuto il primo contatto con gli alunni, si sentiva rinata, come nuova; forse era la purezza dei ragazzi che con la loro ingenua curiosità, con il loro entusiasmo, le avevano restituito la passione nella professione e la gioia di vivere. Nei loro occhi lei vedeva il futuro e questo le dava pace, speranza e forza interiore.
Aprendo il libro, la maestra lesse la parte da ‘recitare’ e divenne di colpo triste e seria.
“Non sta bene, professoressa?” Domandò Carlo, il meno timido del gruppo.
Lei, assente nel pensiero, dopo un breve istante si affrettò a rispondere:
“Tutto bene, grazie. Ho deciso che questa parte la citerò a braccio. Questo significa che non leggerò il testo originale di Omero, ma cercherò di fare tutto solo con la memoria. Come sempre vi chiedo di chiudere gli occhi e immaginare i luoghi e le persone di cui vi parlerò.”
Un fragoroso applauso si alzò spontaneo dall’improvvisato pubblico e, solo quando gli ultimi brusii si smorzarono, lei iniziò:
“Vi ho già parlato di Glauco, il bel pescatore della Boezia. Era divenuto un Dio marino per essersi cibato di un’erba che ridonava la forza ai pesci.”
Lei, Glauco, se lo immaginava molto chiaramente: aveva la faccia del suo unico amore, la sua anima gemella, l’unico uomo che l’aveva fatta sentire importante. Travolta da quella visione, con voce dolce ma ferita, disse:
“Glauco s’innamorò di Scilla, una bellissima ninfa, una Dea dell’acqua.” Osservò i ragazzi; erano persi nei loro pensieri e quasi tutti sorridevano beatamente. Con la morte nel cuore, riprese il suo racconto:
“Il loro era amore vero. Erano destinati l’uno all’altra. Ma questo amore si dovette scontrare con una maga.” A quelle parole, istantaneamente, le venne in mente il volto di sua sorella. Proseguì, quasi con rabbia:
“La maga Circe era cattiva, malvagia, invidiosa dell’amore altrui; aveva il potere dalla magia e non esitò a usarlo. Dato che era gelosa dell’amore che Glauco provava verso Scilla, fece la cosa più cattiva che poteva fare alla malcapitata: versò nel mare preferito della rivale una pozione, trasformando la ninfa in un mostro marino. Un mostro che divorò sei naviganti, i marinai che accompagnavano Ulisse nel suo incredibile viaggio”.
Un “oh” di disappunto salì dalla giovane e attenta platea.
Ormai lei non recitava, ricordava.
Ricordava il suo amore per Alessandro. L’amore che quotidianamente si crea, nasce e si solidifica. L’amore che spunta da uno sguardo, da un contatto fortuito, da un brivido innocente, insperato e per questo puro come una sorgente di montagna. Amore irrazionale, amore passionale, quello che ne passa uno solo nella vita. L’amore che non cerchi, che arriva inaspettato, travolgente e poderoso come una crescente marea, inevitabile da celare, impossibile da arginare.
Amore proibito.
Alessandro era il promesso sposo di sua sorella. Quell’amore aveva fatto scandalo giù al paese, portando Alessandro a dire “no”.
Un ‘no’ pronunciato sull’altare, davanti a un prete, a sua sorella. Per poi voltarsi verso di lei e aggiungere “perché io amo un’altra donna”.
Dopo lo scalpore suscitato da quella decisione inattesa, lei era dovuta scappare in un’altra città, al nord Italia, per non subire più le offese della famiglia, così legata alla tradizione, più attenta al protocollo e alla forma che ai reali sentimenti delle figlie.
Aveva studiato tanto, si era laureata a pieni voti e si era nascosta nei suoi libri, fino a dimenticarsi di vivere. Con la sua famiglia non aveva più rapporti, esclusion fatta per una zia, che le scriveva regolarmente.
La zia l’aveva informata che per tutti lei era un mostro, una divoratrice di uomini, una puttana, una sgualdrina.
E che mai l’avrebbero perdonata. Troppo clamore per quel paese di poche case, i riverberi sarebbero durati per anni, nei racconti espressi sottovoce agli angoli delle stradine, nel retro dell’unico locale-ristorante-bar-gelateria.
Mentre la zia, sognatrice fino all’estremo, era rimasta l’unica a difenderla, le esprimeva la sua solidarietà, le diceva che la capiva, solo per amore si vive, le scriveva, solo per amore lui hai fatto quello che ha fatto.
Dopo anni d’isolamento autoimposto, aveva saputo che Alessandro aveva comunque sposato la sorella. Sapeva che lui era infelice, un burattino nelle mani della maga Circe.
Non avevano fatto nulla di male. Solo in una occasione si erano tenuti per mano, lui l’aveva aiutata a salire dalla scogliera, incontrando immediatamente lo sguardo censore di sua madre, una donna avvolta da una visione della vita così lontana dal suo modo di essere. A lei piaceva leggere, studiare, piaceva la musica e aveva una sfrenata passione per la fotografia. Ma la sua famiglia non tollerava queste sue evasioni, il suo modo indipendente di affrontare il proprio destino – Guarda tua sorella, le dicevano, quand’è che anche tu ti trovi un buon marito da accudire, un cristiano a cui regalare dei figli?
Lei sapeva cosa significassero in realtà quelle parole. Sin da piccola era stata emarginata, giudicata e condannata per le sue “stranezze”. Quanti schiaffi sulla bocca aveva ricevuto quando diceva che voleva lavorare, che voleva essere indipendente, che voleva viaggiare, che voleva scoprire il mondo. Esclusa sua zia, nessuno capiva che voleva semplicemente vivere la sua vita.
“Avete capito ragazzi – disse la dolce maestrina con un triste sorriso – Scilla a tutti può sembrare un mostro, un divoratore di naviganti, una creatura che non è capace di amare, ma è diventata così cattiva per amore, solo per amore.”
Lei a quelle parole ci credeva e le ripeté, come per imprimerle bene nella sua testa.
Grazie Dottore per la bella cartolina. Ahimè, devo darle una brutta notizia. Da quando si è trasferito all’estero la situazione è peggiorata.
Sì, certo, stiamo tutti bene, e nella vita, ovviamente, la salute è la cosa che più conta.
Purtroppo ho perso il lavoro, la fabbrica dove lavoravo ha chiuso i battenti e ora mi trovo a spasso. Ho un mutuo da pagare e devo sostenere le spese per mantenere la mia famiglia. A trentasette anni è penoso chiedere aiuto ai genitori, questo l’ho capito sulla mia pelle, ma per il momento non c’è altra soluzione.
Anche loro vivono con una pensione da fame e non posso domandare altro, se non il loro sostegno morale.
La banca mi scrive che se salto la rata dal mutuo ancora una volta a breve si prenderanno la mia casa. Dicono che se non ce la faccio dovrò rivolgermi a una finanziaria, altrimenti loro procedono al sequestro. Io non ci capisco niente di tassi di interesse o altre diavolerie finanziarie, quello che conosco bene è il mio mestiere, lavorare l’acciaio sul tornio per procurare un futuro ai miei figli. Ci sono molti colleghi, molti compagni, che cercano di rimanere a galla in questo momento difficile. Suggeriscono di non cadere in depressione, di non rispondere alle provocazioni, che loro ci saranno sempre. Ma questa è una lotta tra poveri e giustamente ognuno pensa ad arrivare vivo alla fine del mese. Ho cercato di darmi da fare, trovare un impiego onesto per racimolare qualche euro, ma ho incontrato solo porte chiuse e risposte senza senso. E non sopporto più la frase ‘le faremo sapere’, meglio un no secco detto in faccia, almeno non perdo tempo in sogni e illusioni.
L’Amministratore Delegato della fabbrica dove lavoravo ha chiuso i cancelli dichiarando fallimento, gli avvocati del sindacato dicono che è in regola con la legge, che lo può fare. A noi ci deve ancora le ultime tre mensilità.
L’A.D. dice che il tutto è in mano ai legali, di stare tranquilli. Spero che mi paghino presto perché la situazione si fà sempre più disperata.
Non riesco più a dormire, e l’insonnia mi rende uno zombie che si aggira senza un chiaro orizzonte.
Mia moglie è tenera con me, ha ripreso il servizio giù al vecchio lavoro.
Ma anche lì i tagli saranno pesanti, dicono. Rimarrà solo chi non fa rogne, chi non disturba.
Lei dice che non ci sono problemi, a me puzza di ricatto bello e buono.
Vedremo…
Cordiali saluti a lei e alla sua signora.
Secondo mese.
Dottore, grazie per l’offerta di aiuto, ma devo farcela con le mie forze. Per fortuna lei non vive più in questo paese fatto di personaggi loschi, piduisti, furbi, arrivisti, leccaculo e mafiosi.
Ho dovuto vendere la macchina, non potevo più permettermi di pagare bollo e assicurazione, e ora diventa difficile anche comprare i libri per i figli.
Con mia moglie la situazione si è fatta tesa, dice che non sono più lo stesso uomo che le ha chiesto la mano.
Dentro sento nascere una rabbia inespressa, una bomba a orologeria pronta a esplodere.
Sembra che la storia si stia ripetendo.
Vedo mio padre scendere in piazza negli anni ’50 a Milano e scontrarsi con la polizia.
Vedo il padre di mio padre fare la stessa cosa nel 1919, prima di entrare nella resistenza anti-fascista.
Lottare per difendere il lavoro, la dignità, per il pane quotidiano e per sentirsi realmente liberi.
Io non sono mai stato un violento, ma ora…
…non capisco più cosa stia succedendo.
Il ricavato e l’utile aziendale sono più importanti delle vite umane.
Questo non lo sopporto più.
Quando sono steso nel letto faccio dei pensieri di cui ho io stesso paura.
Penso che in questo paese non esista giustizia, non esista rispetto per l’ultimo degli sconfitti, che il divario tra il ricco e il povero si allarghi sempre di più.
Penso ai minatori sardi, ai portuali liguri, ai ferrotranvieri campani.
Penso alle migliaia di persone che come me non vedono un domani.
Difficile reprimere ancora a lungo quella sensazione di odio che sento crescere in me.
Vedo giovani sputtanare al vento migliaia di euro, vedo società per azioni che gioiscono quando ci sono dei tagli di lavoro. Vedo speculatori senza scrupoli arricchirsi in maniera tale che non sanno più come spendere il loro denaro. Li vedo brindare nei loro calici in cristallo, li vedo esultare quando fanno una nuova acquisizione, lasciando a spasso gli onesti cittadini, quelli che hanno sempre pagato le tasse, coloro che hanno costruito il nostro paese. E poi vedo una politica lontana, distante, che non ascolta più la voce della gente, troppo impegnata a rimanere in sella al potere.
L’impiegato della banca mi ha detto di stipulare un’assicurazione privata. Credo mi stesse prendendo per il culo.
Non riesco a schiarirmi le idee.
Ha ragione lei.
Troppa rabbia offusca il pensiero.
Terzo mese.
Dottore, le cose stanno peggiorando di giorno in giorno.
Ci hanno portato via la casa.
Sono giorni che non dormo e anche mia moglie ha paura per la mia salute e, forse, per lei stessa.
E’ una situazione che non sopporto più.
Non mi giudichi paranoico, ma credo che abbia un altro.
Ormai litighiamo di continuo e ho preferito portare lei e i bambini da sua madre.
Almeno hanno un tetto e un pasto garantito.
Io non ho più niente da offrire.
Dormo sul divano dei miei genitori e quando chiudo gli occhi faccio pensieri sempre più cupi.
Ho dato via volantini, ho venduto saponette porta a porta, ho fatto il lavapiatti in un ristorante, tutti lavoretti a cottimo.
Ora rifiuto ogni cosa, non voglio più essere trattato da schiavo, senza dignità.
E la vergogna che provo è troppa, non mi riconosco più, sono solo un mezzo uomo.
Dottore, anche se è sempre più difficile, continuo a pensare come lei che troppa rabbia offusca il pensiero.
Quarto mese.
L’altro giorno ho visto mia moglie assieme a un altro. Sono esploso e ho spaccato la faccia al tizio. Sono stato rinchiuso a San Vittore per tre giorni.
Lei ha chiesto il divorzio.
Ho ritirato tutto il contante che potevo.
Con gli spiccioli rimasti mi sono procurato una pistola.
Ormai la miccia è accesa.
Lei scrive che leggendo le mie lettere mi vede confuso, alienato e terribilmente rabbioso?
E’ vero, mi sento così.
Oltre che vuoto, perdente, vile.
Dottore, dicono che sto diventando matto.
La prego, faccia qualcosa, ormai il tempo è scaduto.
Troppa rabbia offusca il pensiero.
Troppa rabbia offusca il pensiero.
Quinto mese
Dottore, solo lei mi è rimasto amico.
Forse è l’ultima missiva che le mando.
Devo dirle cosa è successo.
Ho seguito l’Amministratore Delegato della mia ex fabbrica.
Non credevo ai miei occhi.
Era allegro.
Contento.
Gioioso.
Nel suo fuoristrada da centomila euro.
Cinquemila di cilindrata.
Abbronzato.
Sorridente.
Clinicamente morto.
La pistola ha sparato.
Ero confuso, avvolto nella nebbia.
Feroce come una bestia famelica, intontito dalla rabbia.
Il processo si farà per direttissima.
Non posso permettermi neanche l’avvocato, se non quello d’ufficio.
Ma non importa più nulla.
Ormai mi sono arreso.
Hanno vinto loro.
Ha vinto la multinazionale del profitto.
Dottore, grazie per il sostegno, lei è un vero amico, ma ora nulla ha più importanza.
Ero un cittadino onesto, ora sono solo un assassino.
Questa è la storia di Cicci Balucchi, una folle persona che ha smarrito il furore, e da allora ha iniziato a camminare per ritrovare il suo cuore.
Cicci Balucchi vende la sua auto, non gli importa più di viaggiare comodo e arrivare in orario. Vuole percorrere le strade ascoltando le storie di altri, muovendosi leggero senza portarsi dietro nessun bagaglio.
Nel primo paese Cicci incontra due allegri e simpatici pensionati, una coppia di vecchietti che gli spiegano il loro segreto per restare sempre innamorati.
“Appena sveglio io cerco la mia amata, e così son certo che affronterò una scintillante giornata” dice il marito, tenero e scaltro, osservando il viso della moglie come se al mondo non ci fosse altro.
Dopo una notte passata a leggere davanti al camino, Cicci Balucchi ringrazia i due splendidi vecchietti e riprende il suo cammino.
Cammina fino a perdere le forze accumulando molta fatica, sente una voce chiamarlo con urgenza, dice a Cicci “fidati di me, voglio essere solo tua amica, una discreta presenza”.
La ragazza racconta in un sol fiato la sua triste vita, dice che è stanca di aspettare l’amore e che vuole farla finita.
Cicci Balucchi le spiega il motivo del suo viaggio, che per ritrovare il suo cuore ci vuole del coraggio.
Sprona la nuova amica a non arrendersi, dice di continuare a cercare. Quella stessa sera lei riceve dei fiori da uno spasimante che le chiede se lo vuole sposare.
Riprendendo la strada Cicci osserva la potenza della natura, la magnificenza dei colori, la beatitudine nell’attraversare un bosco animato da folte schiere di piccoli esseri sconosciuti a chi vive giù in città. Non ha nulla da offrire esclusa qualche briciola di pane e un pezzo di formaggio, comunque ha deciso che dividerà con loro il suo cibo, a lui ne basta la metà.
Cammina e cammina, Cicci Balucchi, la ricerca del tuo cuore non consiste nell’arrivo ma nel viaggiare attraverso l’anima per capire la propria ignota destinazione, il tuo obiettivo è quello di liberare la gioia e la forza legata al tuo amore.
La terza persona che Cicci incontra è un giovane prete che dona ai meno fortunati la propria vita e la sua dedizione. Il missionario spiega a Cicci cosa significhi la parola rinuncia, il concetto di felicità espresso in metafore sfiorate come la fluorescenza di un puro cristallo.
“Cogli ogni attimo che vivi, dice. Non ti sarà difficile capire quale sia il corretto percorso da intraprendere, in noi sono racchiuse le risposte che ci poniamo, in noi è l’amore che ricerchi, e il tuo non abbandonerà mai il cuore che hai colmato”.
Tornato in strada Cicci incontra una giovane donna bella e sincera, ma dentro di sé piange per aver paura di amare, teme di non esser stata vera.
Lui le dice di non aver paura di trasmettere il suo sentimento e le chiede il motivo del suo essere così giù di morale, lei risponde: “No! L’ultima volta che l’ho fatto, ho fatto del male!”
“Questo non è detto, mia cara e bella giovane, non ti privare di una così forte gioia, di questo miracolo che è potenza”.
“Ricorda che il fortunato uomo che ti ha amata sarà sempre grato per aver avuto la possibilità di toccare con mano del tuo essere Angelo la vera essenza”…
Io difficilmente sogno, cioè, quando mi sveglio, difficilmente ricordo quello che ho sognato.
Ma l’altra notte era una notte magica.
Nel sonno affondavo i piedi nudi nella sabbia, in una spiaggia lontana, sul bagnasciuga, la sottile linea del fronte che delinea gli spazi tra sogno e realtà. Non capivo se ero solo, ma credo di no. Di certo era sera, quasi al tramonto. Il sole discretamente tendeva all’arancione e i suoi raggi accarezzavano docilmente la pelle, la risacca suonava una cullante melodia, ipnotica, rilassante fino a provocare un leggero dolore nell’ascoltarla, una malinconia data dalla serialità del suo andare e venire, su e giù, flebile colonna sonora dell’anima.
Forse ero solo, forse no, non ricordo bene. Pareva ci fosse qualcuno a tenermi per mano, camminando al mio fianco, dolcemente, una discreta e bianca presenza.
Ma sapete come funzionano i sogni, spesso non si focalizzano i visi e le situazioni. Rimangono dei frammenti, dei piccoli pezzi di puzzle da assemblare al risveglio.
Questo succede quando si ha un risveglio naturale, mite, graduale.
Alle ore tre e venticinque vivevo in quel sogno. Ovattato, calmo, docile, forse innamorato dell’Angelo che camminava insieme a me e divideva la sua mano con la mia. Una felicità dimenticata quanto inaspettata.
Appunto.
Possibile che le porte del paradiso si possano spalancare anche per un diavolo come il minchione quì presente?
Possibile?
No.
Alle ore tre e venticinque un colpo ha interrotto il beato clima che il mio inconscio aveva generato.
Un crampo dolorosissimo mi ha preso il polpaccio. Fortuna che Madame Rosie, la mia vicina di casa, ha il turno di notte, altrimenti l’avrei spaventata.
Ho cacciato un grido isterico, roboante. Troppo dolore. Non mi ricordavo più che effetto facesse provare il male, quello reale, sul corpo. E sì che di pugni in faccia ne ho presi parecchi, e vi assicuro che fanno male, molto male.
Ricordi infantili mi suggeriscono che bisogna tenere il piede teso, la gamba in tensione. Nulla, il dolore mi attanaglia il cervello, il corpo non riesce a ribellarsi a questa intrusione nel mondo onirico, la realtà ha il sopravvento e alcune lacrime solcano il mio viso, attraversano i miei pensieri, scorrono impetuose verso l’angolo della bocca. Ci penserà poi la lingua a fare un ripulisti generale.
Cazzo.
Combatto tra un dolore vero e il ricordo di una felicità inventata.
La lotta finisce quando, alle ore tre e trentadue minuti, un segnale esposto dalle retrovie richiama il dolore alla ritirata, ormai sazio della vittoria ottenuta.
Solo sette minuti di battaglia. Devastante. Chissà quali smorfie deve aver sopportato la mia faccia.
Stremato cerco di cadere di nuovo nel mio status di ebete-felice-beato, spero che l’interruzione forzata non abbia pregiudicato la gradevole situazione che mi ero creato. Prego di non essere stato buttato fuori a calci in culo dal mio stesso sogno e mi immergo di nuovo nel sonno, ripercorrendo mentalmente i ricordi, sempre più sbiaditi, della spiaggia, del tramonto e della marea che sfiorava i miei piedi. Scalzi.
Il mattino seguente quando mi sveglio cerco nei meandri del cervello quelle schegge che molti chiamano ricordi. Il polpaccio è indolenzito, certificazione firmata del crampo notturno. Quello reale. Quello vero.
Ma dov’è finito il mio sogno?
Nulla. In mente ho solo una frase, anzi, una parola, anzi, un termine. Che non capisco da dove proviene. Eppure è lì, chiaro, mi pare di vederlo scritto a lettere cubitali.
DIAZOCOPULAZIONE
Appoggio la gamba sana al suolo, mi dirigo, zoppicando, a preparare il caffè.
DIAZOCOPULAZIONE
Cazzo è? Cosa vuole dire? Quanti siete? Cosa portate? Due fiorini. Ma vaffanculo tu e la caciotta…
DIAZOCOPULAZIONE
Bevuto il caffè si accende la prima sigaretta, la più buona, quella che gusto seduto sul trono, schiarendo le idee, programmando la giornata.
DIAZOCOPULAZIONE
Questo termine mi insegue, invade spazi a lui non concessi. Entra nella parte della mente dove c’è appeso il cartello con la scritta: PROIBITO L’INGRESSO AI NON AUTORIZZATI.
Mi perseguita mentre mi faccio la doccia. Cinguetta allegro quando mi vesto. E’ ancora lì nel momento che accendo lo scooter.
DIAZOCOPULAZIONE
Non c’è soluzione; non me ne libero, non ne vengo a capo, mentre affronto il traffico stanco di Milano è lì, lo vedo nello specchietto retrovisore, sul casco del pirletti che mi precede al semaforo, nei poster giganti appesi alle facciate dei palazzi, in piazza san Babila ha sostituito la pubblicità della Nike, in corso Europa è scritto al suolo al posto della striscia che delinea lo stop, in piazza 24 Maggio è all’interno dell’arco, esposto all’esterno de El Trottior, nel megastriscione pubblicitario di viale Gian Galeazzo.
DIAZOCOPULAZIONE
Chissà da dove arriva, chissà dove l’ho sentito, chissà come mi ha trovato, chissà che cazzo vuol dire, e poi, cosa vorrà mai da me?
Figlio di un crampo, nipote del subconscio, padre di un dubbio ingovernabile.
Ora lo cerco nel dizionario, ma non credo che risolverà molto.
Alle tre e venticinque del mattino stavo facendo un bel sogno, affondavo i miei piedi nudi nella sabbia…
“Entra e accomodati. Prendo subito da bere, con questo caldo sarai assetata”. Disse Luca, tradendo una leggera emozione nel timbro vacillante della sua voce.
L’aveva conosciuta per caso, in tram, nel tragitto che lo portava al lavoro. Dopo un mese di studio reciproco, era ormai una consuetudine che ogni volta che i loro occhi si incrociavano, senza malizia alcuna, si salutavano. Prima un leggero cenno con la testa, abbozzato, timido, riconoscendosi come pendolari, poi un più cordiale ‘buongiorno’ e ‘buonasera’, appena sospirato, quasi senza emettere alcun suono.
Passò ancora un mese prima delle presentazioni. Solita ora, solito posto. Appena la vide salire i tre gradini del vecchio tram, lui si alzò dal suo posto, le andò vicino e trovò il coraggio di presentarsi. Tre mesi fatti di sguardi, di educazione, di buone maniere.
“Piacere, Luca”.
“Roberta” – rispose lei, abbassando subito gli occhi, cercando nel suolo un riparo alla vampata di emozione che l’investì.
Si strinsero la mano e a lei parve di sentire una scossa. Un brivido attraversò la spina dorsale, prese la direttissima, e finì la folle corsa un attimo dopo nel cervello. Non aveva mai provato una cosa del genere. Era un po’ bruttina e questo scoraggiava di molto eventuali pretendenti. Oppure perché l’unica storia della sua vita era finita da tanto tempo che quasi si era dimenticata il significato della parola Amore.
Quella stretta di mano evocò in lei sensazioni forzatamente smarrite nei meandri della memoria.
I loro dialoghi s’infittivano giorno dopo giorno. Il tutto avveniva durante il tragitto casa-lavoro, la mattina presto. Parlavano di ogni cosa, dal programma televisivo della serata precedente, ai gusti cinematografici, dai pittori del rinascimento, a quel rapper americano ultimo grido. In tutto sembrava che andassero d’accordo, pareva fossero in sintonia, una simbiosi che stupiva entrambi quando certificavano i loro gusti. E ridevano. Quando usavano l’espressione ‘anche tu?’ ridevano di gusto, fosse il piacere nella lettura o il piatto preferito di entrambi. Furono proprio i maccheroni al ragù il collante e la spinta per darsi un vero appuntamento, per avere un contatto quotidiano.
Entrambi timorosi, non rischiavano un passo più lungo della gamba, ma con simpatia iniziavano ad abbattere la timidezza.
Alle otto all’edicola all’angolo.
Questo era il loro rifugio, il loro appuntamento quotidiano.
Non parlavano mai di loro e solo una volta si fecero la domanda che rimbalzava nelle loro teste da tempo:
“Sola?”
“Sì, e tu?”
“Anch’ io…”
Una mattina, Luca era alla solita edicola e non appena la vide, così senza aspettare, le disse:
“Roberta, dopo il lavoro verresti a bere qualche cosa da me?”
Spaventata da quella così strana decisione che c’era in lui, Roberta ebbe timore. Vide che la sua titubanza rendeva Luca rosso come la lava, preso da vampate al viso, in fondo era solo un timidone, allora lei sciolse la riserva e rispose che accettava volentieri.
Entrarono in casa e a Roberta la prima cosa che venne in mente era che quell’appartamento aveva un tocco troppo di classe per essere abitato da un single. Si vedeva chiaramente un’impronta femminile, dalla scelta dei quadri, al colore delle pareti, per finire al mobile-bar. I colori pastello – giallo, rosa e turchese – spiccavano violenti, non era un gusto tipicamente maschile. Lei pensò, senza malizia, che il tutto fosse stato scelto da una donna. Roberta chiese dove fosse la toilette e, cercando di farsi notare il meno possibile, ci andò con qualche domanda che iniziava a giocare con i suoi timori.
“Vuoi del ghiaccio nel whisky?” Domandò Luca, dall’altra stanza.
“No, grazie. Andrà bene un bicchiere d’acqua.” Rispose lei, alzando il tono della voce per sovvarcare il volume della musica.
Ora anche la musica, pensò, mentre la certezza che quell’uomo vivesse da solo andava via via scemando. In bagno c’erano creme, profumi e anche uno spazzolino rosa: il tutto doveva appartenere sicuramente a una donna. A Roberta era piaciuta soprattutto la decisione di Luca, quel suo modo così forte nell’averla invitata dopo tanta timidezza e delicatezza. Aveva accettato l’invito perchè, oltre che deciso e forte, quel giorno lei aveva intravisto nell’animo di Luca la sua stessa solitudine e disperazione.
Che stupida che sono – pensò.
Come una ragazzina mi sono fatta conquistare da questo don Giovanni metropolitano. Se tutto va bene, è pure sposato e la moglie è in vacanza o fuori città per lavoro.
Quando Roberta uscì dal bagno, lui le andò incontro e le porse il bicchiere d’acqua, chiedendole se fosse certa che non volesse una spruzzatina di gin o dell’ottimo rum cubano. Lei, con garbo, rifiutò e i suoi occhi trovarono quello che stava cercando: una foto, sembrava abbastanza recente, di Luca mentre baciava ‘appassionatamente’ una bellissima donna. Sempre con garbo, ma fortemente decisa nel suo intento, lei si alzò e disse che aveva dimenticato una faccenda importante, che doveva assolutamente andare e che forse domani, sì domani all’edicola… forse. Appena la porta si chiuse alle sue spalle, tirò un sospiro di sollievo. Quell’imbecille aveva lasciato in bella vista la fede, appoggiata sopra la televisione. Era una donna sola e da molto non andava con un uomo, ma l’adulterio, quello no! Roberta da quel momento troncò di netto la relazione cambiando il percorso per raggiungere il lavoro.
Quando lei uscì, così, quasi di corsa, Luca in buonafede pensò che realmente le fosse successo qualcosa d’urgente. Sedendosi in poltrona, vide che sopra la televisione c’era la sua fede. Il viso gli si aprì in un sorriso triste e capì il motivo della fuga di Roberta. La prese e se l’infilò al dito. Questa volta si abbandonò senza ritegno, cadendo goffamente nella poltrona, sempre più stanco, solo e sconfitto. La moglie l’aveva lasciato l’anno prima, per andare a vivere con il capo, il titolare dell’azienda di Luca, un’offesa insopportabile per lui, ormai divenuto la barzelletta di tutto l’ufficio. Era troppo doloroso per dirlo subito a Roberta. Forse sarebbe bastato soltanto accennare la verità. Forse.
Dopo un nuovo fallimento, Luca decise che con le donne aveva chiuso.
“Non rispondere, ti prego” disse Claudia, assonnata, quasi sbadigliando, stringendosi a Gianni. Erano accucciati sul letto in quel caldo pomeriggio milanese di luglio. Quando dalla sala la suoneria smise di cantare, lei lasciò cadere il braccio, liberando il giovane dalla morsa che lo cingeva. Ascoltando quella melodia lui era scattato come una molla, immobile e teso nella sua posizione, ranicchiato a uovo, come fosse chiuso in sé stesso.
Aveva poco più di vent’anni e in lei aveva trovato il rifugio e la scappatoia per fuggire dall’anonima provincia veneta. All’inizio il trasporto era reale, Claudia era affascinante, simpatica, brillante. E poi quel suo parlare tipicamente milanese lo faceva sentire parte integrante di un viaggio molte volte ipotizzato.
Ma col tempo le cose erano cambiate. Lei lambiva i quaranta e i suoi pensieri sul futuro parevano a Gianni come instabili parole scritte sulla sabbia, pronte a essere cancellate alla prima ondata violenta. E poi aveva conosciuto quella ragazza, la giovane cassiera del supermercato di Venezia, quella biondina col sorriso che infiammava ogni sua cellula, ogni suo pensiero.
Claudia percepì che la tensione nei suoi muscoli andava via via scemando solo quando il telefono smise di emettere le urla di richiamo, aspettò qualche istante e cercò le sue labbra. Labbra giovani, poderose, una volta anche sincere. Lo baciò con ardore, famelica, come a voler stillare da lui sino all’ultima goccia di passione. Sentì che in Gianni il desiderio era calato ma non diede troppa importanza alla cosa, sapeva come risvegliare la voglia celata, e almeno in questo la sua esperienza era una buona maestra.
Fecero l’amore in quel caldo pomeriggio milanese di luglio, nascosti dietro a delle tende troppo spesse per far circolare l’aria.
Gianni non la trovava più così attraente e dovette pensare alla giovane cassiera per raggiungere uno stato accettabile, la stessa cassiera che lo aveva chiamato per telefono, la stessa giovane e sorridente ragazza che ora era la protagonista del suo futuro. Doveva assolutamente trovare il modo di troncare la sua relazione con Claudia, non voleva ferirla, ma sapeva con certezza che per lui era finito il tempo della recita.
Quando ebbero finito, Claudia andò in bagno e, passando dalla sala, sbirciò il cellulare del suo giovane fidanzato.
Sapeva di chi fosse quel numero. Qualche sera prima, quando Gianni era sotto la doccia, aveva letto un messaggio inviato dal suo ragazzo, un’insieme di parole grondanti amore, passione, desiderio, parole che non aveva mai usato per lei.
Capiva che la loro relazione era finita, ma non aveva voglia di lasciarlo andare, egoista e gelosa nello stesso tempo.
Rientrando dal bagno lo vide con in mano il cellulare. Spinta da un moto di ira si scagliò su di lui, ma cedette al fatto che i suoi giovani muscoli fossero attraenti, le sue braccia forti, il suo adolescenziale sorriso era per lei irrinunciabile e l’accappatoio volò via leggero come seta.
Prima di fare di nuovo l’amore lei disse che l’avrebbe amato per sempre, Gianni ripeté quella parola, per sempre, prima di possederla ancora una volta, forse l’ultima.
Entrambi bugiardi con loro stessi, in quel caldo pomeriggio milanese di luglio.
…diceva il cartello, ma lui neanche lo notò; l’immagine che aveva nella testa era la sua droga, la sua arma segreta e, almeno fino all’arrivo, doveva tenerla lì, chiara e reale. Era il suo segreto, la benzina aggiuntiva, l’unico modo che conosceva per superare indenne l’inevitabile crisi che piombava al trentesimo chilometro, e lui, a differenza degli altri, riusciva a cambiare ritmo, senza rallentare, accelerando costantemente il proprio passo, irraggiungibile per chiunque.
La maratona, più che disciplina sportiva, è una vera e propria filosofia di vita: bisogna avere metodo, lui lo sapeva, altrimenti ci si arrende ai crampi o alla nausea che monta lentamente dal profondo dello stomaco. Il suo talento consisteva proprio in questa sua fuga dal reale, immerso in un mondo che si era costruito con la sola forza del pensiero.
CINQUECENTO METRI…
…era ormai irraggiungibile, avrebbe vinto la quinta medaglia d’oro su cinque partecipazioni, record assoluto di tutti i giochi olimpici.
Il suo mondo era fatto di frammenti, di ricordi, di sensazioni. Curare quello che il corpo segnala, ma nello stesso tempo fuggire via col pensiero, leggero, la mente sgombra. Fotografie sfuocate correvano insieme a lui, perfette ricostruzioni di un mondo virtuale lo accompagnavano nella sua poderosa cavalcata.
Per lui, Orsini Luca, nato trentanove anni prima nell’immediata periferia milanese, il correre era sempre stato uno sfogo: essendo molto timido e introverso, sin da piccolo, riversava i suoi malumori correndo fino a perdere il fiato. Sapeva di non possedere doti fisiche eccezionali e fu logico per lui iscriversi in un club podistico per avere un’educazione alla corsa, riconoscendo che doveva sviluppare la propria tecnica personale.
Infatti sino ai diciassette anni nessuno notò il suo talento, ma, poco prima di diventare maggiorenne, esplose la sua stella: sorprendendo tutti, vinse la prima maratona che fece, a New York; da lì in poi avrebbe vinto tutte le gare a cui prendeva parte, e non erano poche.
Per tutti divenne il Campione.
CENTO METRI…
…quando gli domandavano quale fosse il suo segreto, Orsini Luca, detto il Campione, rispondeva:
“Mia moglie”.
Ed era vero.
Era l’idea della bellissima moglie che aveva come incisa nella mente quando correva, era l’immagine di lei che gli trasmetteva quella forza incredibile, quell’adrenalina che gli permetteva di fare un sol boccone degli avversari, quelli che lui neanche notava.
La loro era stata una storia d’amore raccontata dai rotocalchi rosa: nati lo stesso giorno, nello stesso ospedale, erano cresciuti nello stesso palazzo, e poi; stesso asilo, stesse scuole elementari, compagni di banco, e, infine, stesse scuole medie.
A differenza di suo fratello maggiore, Franco, lui era molto timido: fu lei, infatti, a proporgli il fidanzamento e poi il matrimonio, appena maggiorenni. Convolarono a nozze, lei rimase subito incinta e con il passare degli anni, ebbe altri due stupendi bambini.
L’unica stranezza che aveva era che, almeno il giorno della gara, non voleva intorno nessuno della famiglia; questione di concentrazione, si bisbigliava nell’ambiente: sin dagli albori della sua carriera, alla famiglia, quando era in trasferta, ci pensava il suo simpatico e affascinante fratello Franco, che nel tempo divenne anche suo manager. Concentrato sul passo da tenere, ma anche fuori da quel suo corpo ormai stanco, Luca ascoltava il rumore dell’insegna al neon piazzata sotto casa gracchiare insicura la sua pubblicità, sentiva il profumo del panificio all’angolo, vedeva chiaramente gli occhi di sua moglie mentre faceva l’amore.
CINQUANTA METRI…
…ora mancava davvero poco al traguardo e l’immagine che fino ad ora lo aveva sospinto, diventò opaca, meno nitida, quasi indistinguibile, la moglie aspettava un nuovo figlio, la pancia cresceva a vista d’occhio, il campione non ne aveva più bisogno per vincere, i suoi figli sparivano poco a poco, inglobati da una nebbia che li ovattava, sangue del suo sangue…
DIECI METRI…
…aveva vinto, aveva vinto! Il suo pensiero si svuotò del tutto e attraversò trionfante il traguardo.
I cronisti lo accerchiarono, quasi soffocandolo misero vicino alla sua bocca decine di microfoni, legati da cavi invisibili a telecamere sempre più piccole e maneggevoli.
“Campione… siamo la Rai, …campione siamo in diretta via satellite, …campione quale è il segreto dei tuoi continui successi?” Sbuffò il grasso giornalista. Lui non si ribellò a quella vera e propria aggressione, no, era molto timido; stremato dalla fatica, si chinò su se stesso, come a spremere l’ultima goccia d’aria rimasta nei polmoni, e quella fu l’unica volta che pensò di rivelare il suo segreto, che fino a ora aveva timidamente custodito nel profondo del suo animo, non lo aveva detto a nessuno, neanche alla moglie, nemmeno al fratello. Era timido, troppo timido per ammettere che a diciassette anni la polisportiva gli aveva fatto fare tutti gli esami possibili per monitorare e prevenire qualsiasi incompatibilità sportiva. Era risultato in grande forma, nessun difetto genetico, nessuna aritmia cardiaca. Sì, solo approfondendo un inutile esame aveva scoperto che era sterile, non poteva avere figli e a ogni gravidanza si illudeva e li ripeteva, sempre con lo stesso risultato, “non fertile” gli dicevano i lontani dottori di quel laboratorio dove andava sotto falso nome. In principio si illudeva, eppure la sua somiglianza con i miei figli, pensava… e poi capì.
Con una smorfia di dolore, si rialzò e, fissando la telecamera con occhi sinceri e tristi, timidamente rispose:
Controllò l’ora e si rese conto che si era fatto molto tardi. Era rimasto solo nello studio che portava il suo nome. Da poco meno di un anno aveva il vizio di arrivare in ufficio per primo, verso le sette del mattino, e di fermarsi più di tutti, cosa impensabile prima. Ormai era consuetudine che fosse lui a chiudere i battenti dello studio che era stato prima del nonno e poi del padre. Come sempre, prima di andarsene, la premurosa segretaria gli aveva detto che aveva superato il limite consentito, di andare a casa a riposare. Lui l’aveva congedata bofonchiando un qualcosa, la solita scusa, che aveva parecchio lavoro arretrato e doveva portarlo a termine.
Era l’unico erede di una nobile famiglia di notai milanesi: da ben tre generazioni lo “Studio Geranzoni” era al vertice nelle consulenze giuridiche della Milano bene. Il loro studio era una mostra d’arte moderna, con divani all’ultimo grido e quell’arredamento azzeccato che era stato persino immortalato nelle pagine della rivista “Abitare”. Lo studio occupava un intero piano di una fine palazzina situata nel centralissimo corso Italia ed era arricchito da una veduta spettacolare su piazza Bertarelli.
Erano quasi le dieci di sera, quando attraversò a piedi via Rugabella per andare a recuperare l’automobile nel parcheggio sotterraneo situato alla base della torre Velasca. Il custode lo salutò e gli consegnò le chiavi della “sportiva”. Scivolò nello spento e pigro traffico della tarda ora immettendosi nella bretella centrale del capoluogo ambrosiano. Giunto in via Senato, deviò verso i giardini di porta Venezia. Rallentò e una ragazza, forse polacca, si chinò e disse:
“Ehi, bell’uomo, bisogno di coccole?” E vedendogli al dito la fede, aggiunse:
“Io faccio cose che tua moglie non s’immaginerebbe neanche minimamente di fare…”.
Lui la mandò al diavolo, inferocito, e imboccò la strada verso casa. Quando arrivò nei pressi del portone, chiuse gli occhi e s’immaginò la scena: il pianerottolo era invaso dai profumi e dagli odori che provenivano dalla sua cucina, oggi, martedì, zuppa di pesce. Aprendo la porta il piccolo lo avrebbe travolto all’urlo:”papà è arrivato, papà è arrivato”. Avrebbe baciato la bellissima e bionda moglie e, dopo cena, avrebbe fatto addormentare il figlio raccontandogli una storia, oppure la solita favola che a lui piaceva tanto. Tornato in cucina, avrebbe aiutato la giovane moglie a lavare i piatti e a risistemare l’ambiente. Avrebbe fatto la solita domanda, “possiamo permetterci una donna di servizio, così avremmo più tempo per noi, cosa ne pensi?” e lei avrebbe dato la solita orgogliosa risposta, “io sono molto contenta così, mi rende felice occuparmi della casa e della mia famiglia”.
Che donna!
Unica.
Con quell’accento di provincia, lo aveva subito conquistato. Aveva trovato in lei lo scopo di questa assurda vita, il fine ultimo per cui lottare ogni giorno, vivere ogni giorno, respirare ogni santo giorno. Per lei aveva fatto cose che mai avrebbe pensato. Aveva vinto la reticenza della famiglia, lottato contro la lontananza, scritto poesie, preso treni che non giungevano mai a destinazione, tipo a san Valentino, otto ore trascorse in viaggio per mezz’ora da consumare in un bar davanti a una cioccolata bollente.
Fatto l’amore, si sarebbe svegliato troppo stanco e non sarebbe mai arrivato in ufficio ad un’ora decente. E poi il suono delle risate mattutine, quando avrebbero recitato la parte, telefonare in ufficio per mandare tutti al diavolo, per gioco, impostando la voce da uomo forte e di comando, “sono io il capo, sono io che comando”, e giù a ridere, facendo colazione a letto…
Dopo aver lasciato la sportiva nel cortile privato, salì le scale e aprì la porta di casa.
Non sentì nessun odore di zuppa di pesce e nessun bambino gli corse incontro festeggiandolo.
Nessuna donna l’avrebbe atteso in cucina per lavare i piatti e non avrebbe fatto l’amore con nessuno.
Si tolse le scarpe e si sbottonò la camicia. Si recò in bagno e aprì l’acqua per riempire la vasca, attese che fosse colma, e vi si adagiò, lentamente.
Sul bordo aveva appoggiato la lametta da barba, la strinse forte e, con un colpo deciso, si tagliò di netto le vene.
Era passato poco meno di un anno da quel ventitré settembre, data dell’incidente stradale che gli aveva strappato la bionda moglie e il giovane figlio. Chiuse gli occhi e rivide quel cartoccio formato da lamiere e sangue, brandelli di carne e parti metalliche.
Sempre la stessa immagine. Tutti i giorni. Il suo dolce sogno si era trasformato in un bruttissimo incubo.
La gente diceva che sarebbe passata, che presto si sarebbe rifatto una vita. Dicevano di tenere duro.
Ma un uomo non può vivere con tutta quella sofferenza nel cuore.
C’era voluto poco meno di un anno, ma alla fine lui capì cosa doveva fare. E quello fu il suo ultimo pensiero prima di spegnersi per sempre.
Camminavo in quella città che ho sempre pensato fosse più grigia della mia Milano, quando un suono mi colpisce come un pugno diretto allo stomaco. Proviene dai murazzi, vera rambla torinese.
Occhi chiusi, riassemblo visioni sparpagliate nella mente, certo, la riconosco, è la musica che ha segnato la mia vita.
Il passo diventa magicamente nervoso, scendo la scalinata e mi trovo sulla riva del fiume più lungo d’Italia. Le note sorpassano il frastuono, i locali sono uno attaccato all’altro, indistinguibili per qualsiasi profano, ma c’è un filo invisibile che mi attira, una melodia ascoltata migliaia di volte, il sentore di sentirmi finalmente a casa.
Supero la tecno sparata a palla da un centro sociale, affronto la disco anni settanta ballata da provetti John Travolta, mi incanalo sotto l’ombrello di una salsa sculettata da segretarie di banca e giungo al bordo dell’Alcatraz.
Il locale è una veranda aperta sul Po. Il titolare sembra non volere affrontare la serata, decisamente stanco mi spilla una birra, vorrei mandarlo a cagare ma sono in trasferta, non vorrei finire come il Calvi di turno, ciondolante sopra il fiume.
L’incantesimo è sancito dalla presenza visionaria di un angelo al mio fianco, tutto troppo perfetto per chi possiede indomabili sogni racchiusi nel desiderio.
Il cantante prende l’armonica e attacca il prossimo brano…
“La porta a rete sbatte, il vestito di Mary svolazza. Come una visione lei danza sotto la veranda, mentre la radio suona. Roy Orbison canta per quelli che si sentono soli; hey, sono io, e tutto quello che voglio è solo te…”
Brividi incontrollati crescono sulla pelle, la bocca cede alle lusinghe del cuore e via, si canta…
“Dammi un pò di fiducia, c’è magia in questa notte. Non sei una bellezza, ma a me va bene così…”
Lacrime incontrollate scendono copiose sulla mia anima. Non riuscirò mai a spiegare a uno che non ama il Boss perché Thunder Road è, secondo me, la più bella canzone della “storia”. La mia salvezza!
Una poesia Rock, una carezza per gli sconsolati, un bacio alle anime inquiete, e quel finale, in crescendo, da urlo collettivo:
“E’ una città di perdenti e io me ne sto andando per vincere…”
La mia storia.
In una frase.
Bravi, molto bravi questi pazzi della banda: il batterista picchia come un bastardo, sembra uscito ora dal punk targato ’77. La chitarra solista emette un suono pulito, isolano, quasi sassarese. Il basso martella il ritmo, segnalato dall’autovelox. L’altra chitarra racchiude la serpeggiante melodia dei pezzi che la banda suona, elegante nel suo incedere. Alle tastiere c’è un geniaccio, un multifunzione, oggi si direbbe multitask, ma per sua fortuna non è un telefonino. E’ semplicemente uno che fa tutto, si fa di tutto e fotografa bene il tutto. Il piano è accarezzato da un vero professore, dolce e delicato come le sue note, un vero gentleman, rarità in questi tempi troppo maleducati e cafoni. Ma il richiamo arriva dal suono emesso dal sassofono. Chi lo suona è realmente grande, anima divina, creatura fantastica, quasi mitologica. Nell’assemblare le note trasmette l’energia necessaria per restare vivi. E, ultimo ma non per ultimo, il cantante. Travolgente. Spumeggiante. Salvagente. Perfino deficiente in rare occasioni, nel senso che trasmette una carica al plutonio, radiazioni positive all’uranio impoverito mi sommergono, e quando si spoglia della camicia mi verrebbe voglia di fare uno strip-tease, sì, proprio lì, così, su due piedi, nudo, nudo, nudo, acclama la folla, io compreso.
Pensavo che Torino fosse più grigia di Milano. Mi sbagliavo.
Ho trovato una famiglia. Dei fratelli di sangue. Ho trovato la Banda!
Il sudore non viene risparmiato e il finale è l’apoteosi generale. Si narra che stessero suonando da una settimana ininterrottamente. O forse più. Leggende piemontesi raccontano che da quando è nata, la Banda non ha mai smesso di suonare, si vocifera siano sotto l’influsso di potenti forze spirituali, roba da magia bianca.
Non so a chi credere, ma me li godo. E non importa quando il Boss tornerà o non tornerà, in quel preciso istante ho visto la luce!
Fratellanza, ecco di cosa si tratta.
Semplice contatto umano, una questione di affinità, di segni premonitori tatuati a fuoco sulla pelle.
Indelebili.
Volare senza possedere le ali, fanculizzando le critiche e chi proprio non riesce a sognare, a evadere da recinti troppo alti e steccati invalicabili. Questo mi ha insegnato il Boss, questo mi ha trasmesso la Banda!
Belle persone legate da una passione. Il Rock and Roll. Classico, liscio, monumentale Rock.
Digerire la salamella delle sei del mattino è facile quando hai passato una serata fantastica, indimenticabile.
A Erika e Marco Attila, amici preziosi e insostituibili.
Ventuno luglio duemilanove.
Notte magica.
Notte stellata.
Una notte dove i sogni diventarono realtà.
E chi dice che nulla sia per sempre, ecco, mi viene da rispondere con una semplice e stupida frase.
L’amore è per sempre.
Quello vero, quello spontaneo e sincero, mai subdolo o legato ad assurde gelosie ed egoismi.
L’amore che nasce come una stella lontana, inarrivabile e splendente, raggiante come una calda notte d’estate, dove soffia la tramontana e il profumo della pineta inebria ogni cellula del tuo corpo.
Un sogno, un desiderio, il donare e sentirsi ricambiati, appagati, colmi. Nulla più. Lo stare insieme alla propria anima gemella, inarrivabile per chi ha paura di affrontare i propri timori. L’amore riconoscibile tra mille volti nascosti nell’oscurità, per alcuni solo l’immagine di un viso sorridente in una fotografia scattata chissà in quale luogo. L’amore anche solo immaginato, ambito e creato dalla fantasia del proprio cuore, senza essere mai realmente consumato. L’amore lontano, a volte sofferto, impulsivo e diretto. Un semplice profumo…
All’urlo “seduti” si attendeva l’inizio del concerto.
Certo, il dialetto gianduiotto del Boss ci ha lasciato al quanto perplessi, la gente si interrogava su cosa avesse detto, ma nulla aveva più importanza. Ormai si era pronti, caldi ed eccitati.
Per sempre…
Questo è quello che ho imparato da quella incredibile serata.
Per sempre resterà il viaggio verso Torino, con le sue mille discussioni, demenziali, se rilette con gli occhi di oggi. Ma il viaggio rimane sempre un viaggio, e non fa niente se una persona aveva sempre l’ultima parola; se tu facevi una cosa, lui la faceva meglio. Se tu avevi una storia magica da raccontare, la sua era più attraente. Se avevi un timido successo, bè, che te lo dico a fare… Ma non importa, le cose inutili nella vita le dimentichi subito. Scivolano via come la sabbia tra le dita, credi di possederne ancora una manciata ma quando apri la mano ti accorgi che quello che è rimasto sono pochi e inutili granelli, tenuti insieme dal sudore e niente altro. Liberarsene il prima possibile è l’unica soluzione. Un semplice gesto e tutto viene archiviato nel settore ricordo.
Il parcheggio e la corsa, nonostante mancasse ancora una cifra di tempo, e quando arrivi vedi che i cancelli sono ancora chiusi.
Bon, è troppo bello, anche solo ricordare.
Una volta dentro si corre, perdendo per strada occhiali e cellulari mal riposti e, arrivati alla meta, ci si aggrappa, ci si stravacca, si occupano venti posti per quattro persone, peggio di Fantozzi quando, salendo sul treno per il casinò di Saint Vincent col megadirettore galattico, dice: occupato, occupato, occupato… I posti dove la visuale sia perfetta, appena dietro la transenna del pit, dei fratelli, che ai tempi, a dire il vero, non è che mi fossero così simpatici. Per i concerti del Boss ero sempre stato un “anarco insurrezionalista”, uno da “randagismo allo stato puro”, dopo anni di transennate guadagnate con le unghie e con i denti non sopportavo l’idea che bastasse un cazzo di appello qualsiasi e… pluf, venivi sparato sotto il palco senza sofferenza alcuna. Ora è diverso, ho conosciuto moltissima gente che organizza liste, scrive liste, chiama appelli, richiama appelli, da puntelli, si autopuntella, si celebra leader della lista, anche giustamente, forse, mah, non saprei.
Ma non ha importanza. Sono cose che divertono, stimolano, convogliano le affinità, uniscono la gente nel nome di una passione. Positivo. Credo che il prossimo concerto mi vedrà lì con loro…
Ricordo il tempo che non passava mai, scandito dal panino selvaggio consumato ogni ora.
Povero me, ora ricordo lo sguardo perso quando si è manifestato davanti ai miei occhi l’incubo peggiore per chi assiste al concerto dal prato.
L’energumeno.
Sì, proprio lui, quello alto duemetrieventicinque, due spalle stile armadio quattro ante scorrevoli con specchiera modello Aspelund, produzione Ikea, quello da scegliere in bianco, in mogano o in una classica versione color noce. Indossava pure la maglietta tarocca, quello, sì, sì, proprio lui, l’energumeno, una t-shirt color rosso sangue, stampa nera e in helvetica-condensed-bold la ridicola frase: Bruce Springsteen E the Street Band. Ma dove cazzo l’hai comprata, ad Hammamet durante una svendita di fagioli borlotti?
Sta di fatto che l’energumeno era realmente un energumeno, quindi sorrisini strappati dagli angoli nascosti della bocca e nulla più, prima che si incazza, prima che la mannaia che ha al posto del braccio cali violentemente sul mio testone.
E poi c’era il “nervoso”.
Non il tuo nervoso, la tensione pre-concerto accostabile solo a quella pre-derby.
C’era il “nervoso”, quello che ti si piazza al fianco e dimostra quanto siano state inutili le tue parole da bulletto espresse con troppa facilità solo per colpire al cuore la tipa che ti sta alla destra. Una volta spaparanzato e passata la prima ora di nulla, inizi a dispensare frasi tipo: quando tutti si alzano tu non farlo, rimani seduta, manca ancora una cifra, non farti trascinare dalla foga. Per finire in un crescendo di onnipotenza, certificato dalla frase “il primo che ti stressa il cazzo se la vede con me”. Appunto. Fino a quando DAVVERO la gente inizia ad agitarsi e REALMENTE gli spettatori cercano di guadagnarsi i posti migliori (i nostri, n.d.r.). E lì, dal nulla, quello seduto al tuo fianco, quello che ha cercato in tutti i modi di attaccare bottone sorridendoti a ogni piè sospinto, quello che hai guardato male quando parlava a voce alta per intrallazzarti in un qualsiasi discorso, sì, lui, proprio lui, diventa una belva feroce. Mi spiego: tu (io) certe cose le dici, ma di fronte alla massa che monta, che spinge, che usurpa, cosa fai, ti metti a menare pugni da seduto sulle ignare gambe di sconosciuti bamboccioni che camminano guardando il cielo credendo di scorgere in pieno giorno la stella cometa? Lui sì. Credo fosse il suo sogno, il suo desiderio represso, penso che sin da piccolo, ancora in fasce, attendesse il concerto del Boss per strillare (e menare) come un matto: SEDUTIIIII. Con rabbia incontrollabile e ferocia assurda, dai, cazzo, siamo con le spalle appiccicati alla transenna, cosa cambia se il troione di turno avanza di due centimetri. E poi che fighe queste nuove transenne. Ai miei tempi erano fatte male. C’era troppo spazio tra le aste in ferro, se venivi schiacciato pareva di essere diventato un hamburgher, venivi tagliato a fettine come nei cartoni animati. Queste sono moderne, levigate, costituite da una lastra traforata. Al massimo diventiamo sottilette, oggi niente macinato di polpa fresca. Nulla. Il “nervoso” ha l’incarico. Quello era il suo ruolo, designato dal Signore in persona. Il Dio barbuto visto negli affreschi aveva puntato il dito su di lui e gli aveva assegnato un compito. E lui, diligente soldatino dell’armata dei buoni, avrebbe dato la vita pur di difendere quello spazio sproporzionato per il suo lungo ma esile corpo. Teso e con i nervi tirati. L’orologio traballante che non reggeva i suoi conati di ira, cercava una sicura via di fuga dallo scarno polso, anche lui sbalordito dalla trasformazione del suo “padrone”. A prima vista sembrava un ingegnere, dopo dieci minuti di calca ho capito che era un rozzo picchiatore di pollici indifesi e alluci smarriti.
Tant’è…
Arriva il concerto, ore d’attesa ripagate, come sempre, da un’energia incredibile. Ormai la Band suona a richiesta e sembra di essere a una festa universitaria, divertimento collettivo esagerato e brani epici.
Ma…
Nelle storie c’è sempre un “ma” che racchiude un dubbio, un qualcosa di ambiguo. Questa volta no, nessuna complicazione o disagio.
Il “ma” è la Drive all night, suonata quella sera, sotto quelle stelle, per quelle persone. Il regalo del mio amico Bruce.
Una delle canzoni che sento dentro, che vivo come naturale espressione springsteeniana dell’essere, il sommo sunto della mia anima inquieta, il romanticismo nascosto a tutti, da vero duro, la canzone che ascoltavo da solo, per forza, da vero duro, mai far vedere che si provano certe emozioni, da vero duro, mai farsi vedere piangere, da vero duro… Il dichiarare l’amore supremo per un’altra persona, quell’amore che non passerà mai, quello, appunto, che sarà per sempre. La canzone che la sera, in macchina, fai un paio di giri in più pur di riascoltarla.
Per sempre, quella notte ha stabilito che alcune cose saranno per sempre.
Sarà per sempre Clarence, ora che non c’è più, eterno e inarrivabile. I suoi frizzi e lazzi vari, i suoi capricci, le sue stecche, anche quelle, perché no, non ha importanza. Quello che conta è la sostanza, la passione, la voglia di mettersi in gioco, sempre e comunque. Per sempre… Per sempre rimarrà l’immagine di Big Man, il suo poderoso Sax, la sua amicizia verso il Boss e con tutti noi. L’anima insostituibile della Band. Vivrà in tutte le note da lui suonate, sarà per sempre ancorato alle emozioni trasmesse ai nostri deboli cuori, reciterà sempre la parte di quello che aiuta uno Springsteen giovane a trovare la sua strada.
Per sempre…
Per sempre rimarrà impressa l’immagine di una canzone che mi ha fatto piangere.
Sognata, rincorsa, sfiorata, incontrata e vissuta.
E mai scordata.
Nulla di meglio, sinceramente, musicalmente.
Nulla di meglio da chiedere in quel preciso istante. L’eclisse che attendi e che non saprai se rivedrai mai più per tutto il resto della tua vita. Lo spettacolo della nascita di una stella, la supernova del cuore, liberazione dell’anima.
Per sempre…
Per sempre, come l’amore vero, quello genuino, quello che il destino ti ha messo di fronte, al quale non puoi fuggire, al quale accarezzare i capelli, coccolare lentamente, appoggiare il mento nei momenti tristi, l’amore che trascende da tutto. E da tutti. Un’amore racchiuso in un viso da baciare prima di dormire, un sogno irrealizzabile che hai deciso di inseguire fino allo stremo. L’amore vero, quello per cui sfidi la gelida bora mischiata alla neve, quello che ti scava nel profondo.
Per sempre…
L’amore rimarrà per sempre.
Quell’amore che non ha eguali, quello cantato da mille poeti, scritto in mille canzoni, il vero e unico segreto che ci permette di tirare avanti, di sperare, di credere, di reagire.
Per sempre…
Per sempre, guiderò tutta la notte…
Per sempre, sognerò di raggiungerti e farmi stringere tra le tue braccia…
Del signor Banti si poteva dire che in tutta la sua vita non aveva mai commesso una cattiva azione. A volte si comportava in maniera strana, questo è innegabile, ma non possiamo asserire che le sue “particolarità” causavano problemi al prossimo.
Viveva nella “tana”: casa sua era il rifugio privato, il suo nascondiglio, e solamente tra quelle mura si sentiva al sicuro dalle incomprensioni e dai rischi che “là fuori” correva quotidianamente. Aveva ristretto al minimo il suo giro d’amicizie, vincolando le proprie uscite solo alle occasioni imperdibili, quelle serate dove la sua presenza era un dovere, più che un piacere.
Il signor Banti non rispondeva al telefono, lasciava scattare la segreteria, per lui era meglio affidare al nastro il messaggio, timoroso di dover rispondere “presente” all’interlocutore di turno. Anche ai parenti non sembrava vero che colui che era stato il “collante” della numerosa famiglia avesse tagliato in via definitiva i ponti col resto del mondo.
Anche quando suonavano alla porta lui negava la sua presenza, avvicinandosi con discrezione all’occhiello, lo spioncino veniva spalancato con cura maniacale, lento nell’aprirsi come nel rilevare il volto del seccatore occasionale. A volte teneva la televisione a un volume troppo alto per sperare di passare inosservato alle orecchie dei vicini di casa, ma quando quest’ultimi gli domandavano perché non avesse risposto al loro bussare preoccupato lui, il signor Banti, con occhi bassi dava risposte sempre vaghe, spesso senza senso.
Il signor Banti non era cattivo, era semplicemente un pesce fuor d’acqua. In ufficio non aveva legato con nessun collega, neanche col tipico “amicone” di tutti, Franco, quello che aveva sempre un qualcosa in ballo, l’organizzazione di aperitivi, di feste, di vacanze comuni per i dipendenti della ditta. La volta che Franco lo affrontò di petto dovette scontrarsi contro un muro di gomma.
“Banti, questa volta non puoi mancare. E’ la festa del tuo compleanno, disse Franco, abbiamo già oltre a cinquanta conferme. E poi viene anche la segretaria del capo, quella nuova. Ho visto come la guardi…”
Lui rimase immobile, pronto a scappare appena avesse individuato una via d’uscita dalla morsa dell’invadente collega. Non voleva neanche rispondere, fosse dipeso da lui sarebbe andato via senza degnarlo neanche di uno sguardo. Ma si era formato un gruppetto di persone dietro alla sua schiena e non poteva lasciare tutti con la bocca aperta.
“Occhei, a che ora inizia?”
Le parole uscirono da sole, come se a pronunciarle non fosse stata la sua bocca ma un altro essere del tutto uguale al signor Banti, stesso tono nella voce, stesso distacco nell’esprimersi. Quando giunse a casa chiuse la porta con due mandate, si lasciò andare sul divano e percorse mentalmente tutte le scuse possibili per fare retromarcia all’invito avuto in ufficio. Sapeva che Franco non avrebbe accettato le sue solite idiozie, tipo quella volta che inventò la morte di una parente lontana pur di evitare la grigliata di carne organizzata a casa del vice direttore.
Cercando nella sua fantasia una scusa plausibile, scavò nella memoria alla ricerca di una nuova idea. Ormai il suo vivere si limitava al semplice gesto di respirare, scendere dal letto la mattina presto, occuparsi del suo lavoro al computer per poi fare il percorso inverso, la sera, due cose comprate dall’ortolano, un cenno con la testa verso la gentile commessa e poi a casa, timido e introverso. Poteva dire che si era fatto male a un piede, immobile e claudicante, impossibile raggiungerli per quella sera, troppo dolore la slogatura, sì, ecco, poteva dire quello. Alla fine gli incidenti domestici capitavano veramente, non poteva succedere sempre ad altri, questa volta era stato lui ad avere la sfortuna, a essere colpito dalla sfiga.
Oppure poteva dire la verità.
La sua era diventata una vita triste, senza uno scopo. Aveva perso la fiducia in sé stesso, il futuro lo spaventava e nulla più lo attirava come una volta. E per la prima volta in vita sua la parola “depressione” era la vera protagonista del film, divenuta la principale star della sua cupa esistenza.
Avrebbe potuto dire tranquillamente la verità, che da quando lei l’aveva lasciato non sentiva più desiderio, il sogno di avere uno scopo in questa assurda esistenza era svanito, non avrebbe avuto figli con lei, niente da lasciare ai posteri, nessun segno tangibile che il signor Banti fosse realmente esistito. Pian piano si era trasformato in un fantasma. Una persona che paga le tasse, timbra quotidianamente il cartellino, affronta il traffico giornaliero della città, senza provare mai una minima emozione.
Ma al telefono non disse tutto ciò, ripeté diverse volte che il piede era troppo gonfio, codardo e bugiardo nell’affrontare il mondo.
Ma lui era così, non una persona che vive, semplicemente il fantasma di sé stesso…
L’invito ricevuto tramite un messaggio di posta elettronica specificava che la mostra avrebbe chiuso “inesorabilmente” alle 17,30. Era in una città che non conosceva e doveva presentarsi a un colloquio di lavoro prima delle 18,00. Ma quella mostra d’arte che aveva come titolo “Il fuoco” l’inseguiva da tempo, sfiorandola quando passò per Milano, lambendola a Torino, senza mai avere la possibilità d’incontrarla di persona. E se non fosse stato per un guardiano alquanto distratto neanche questa volta l’avrebbe visitata. Non capiva perché fosse così attratto, come se per lui fosse irrinunciabile, c’era una forza invisibile che lo guidava accompagnandolo nei suoi passi traballanti e incerti. Una volta dentro al salone si rese conto che l’aria era pregna di vapore, qualcosa di magico stava per succedere…
Ad un tratto smise di respirare, non voleva disturbare il messaggio che il cuore gli stava mandando. Era fermo, immobile, piantonato davanti al quadro che dapprima aveva scorto di sfuggita, per poi tornare sui propri passi, certo che quello che osservava non era frutto della sua immaginazione. Osservando il dipinto gli tornarono in mente le parole di Giulietta, il loro primo incontro, e la città che fece da contorno all’inizio della favola. Quella città era la culla dell’amore, con l’aurora che illuminava di rosso i tetti delle antiche case, e la magia dei fuochi artificiali che dipingeva con mille colori il cielo stellato.
Le aveva chiesto cosa stesse cercando in lui, una domanda banale, senza secondi fini. Voleva semplicemente capire il motivo che l’aveva spinto fino a lì, percorrere quelle vie mano nella mano, sicuro che fosse lei, certo del loro futuro, spavaldo e incosciente, sognatore fino allo stremo delle proprie forze.
Giulietta era intimidita da quella specie di sicurezza che palesava, sorpresa dalla convinzione delle affermazioni che lui esprimeva, parlava già di “noi”, e si proiettava in un tempo per lei ancora sconosciuto.
Rispose trasudando un leggero imbarazzo, pesando le parole per non essere fraintesa: “Sinceramente non lo so… – disse. Ovviamente non mi aspetto il principe azzurro o roba del genere, penso che vorrei che la persona che fosse al mio fianco mi valorizzasse per quello che sono, che si fidi di me. E’ la cosa più importante insieme al rispetto, di modo che potremo vivere in maniera serena senza sentirci oppressi dalla gelosia morbosa… qualcosa del genere… sì, insomma, qualcosa d’impossibile!”
Lui già l’amava. Aveva visto in lei la sua compagna, la sua amica, la persona con cui condividere il resto della propria esistenza. In mezzo a quelle opere d’arte, a quelle chiese, alla bellezza delle sue mura, lui non ebbe mai un dubbio, nessun timore che qualcosa potesse andare storto. Il primo bacio sancì questa sua certezza, dimenticandosi velocemente un passato ingombrante e un futuro alquanto nebuloso. Giulietta era l’unica luce che potesse illuminare il cammino, la strada da percorrere, quel tragitto dell’esistenza che molti chiamano vita. Non gli importava della lontananza, non gli interessava della differente classe sociale, snobbava il fatto che lei era molto giovane e ancora indecisa sul proprio futuro. Non ascoltò i ripetuti allarmi inviati dal cervello, la parte raziocinante della sua anima urlava di lasciarla perdere, di scappare lontano, di dimenticarla…
Indifferente alle suppliche della mente, la spinse contro un muro e la baciò, un bacio impulsivo, sincero e innamorato. Con gli occhi chiusi vide loro due, ormai anziani, posare per una foto con la gioia dipinta nei loro sguardi; avevano vissuto felicemente, passionale e irripetibile amore, e quando avevano raggiunto il crepuscolo della loro esistenza ancora si scambiavano effusioni, eternamente innamorati e appagati. Lui citò il loro cantante preferito, una frase che cambiò per sempre il suo modo di guardare al mondo… “Amami questa notte, e io ti amerò per sempre!” Giulietta ricambiò il bacio, stretta nelle sue braccia, decisa ad assecondare la pazzia di quello strano individuo, il suo dolce Romeo.
Ma, a volte, la vita gioca brutti scherzi al destino. Non tutto riesce come si vorrebbe e i due inciamparono nelle proprie scelte professionali. Lei diventò una grandissima Dottoressa, un luminare di Medicina, punta di diamante nella ricerca scientifica, l’unica a non lasciare l’Italia pur di proseguire i suoi studi, certo lo stipendio era ridicolo, ma fece di tutto pur di non abbandonare il laboratorio universitario dove operava.
Lui perse le sue tracce, era troppo occupato, la sua vita era diventata una continua lotta per sopravvivere, cercando di non annegare nei problemi quotidiani che la sua occupazione gli sputava in faccia ogni santo giorno. In un certo senso non si era mai dimenticato di lei, teneva la sua foto ben nascosta all’interno del portafogli, era il suo talismano, la sua “arma segreta” sfoderata come risposta alla follia dei nostri giorni. E ogni qualvolta la estraeva la magia si rinnovava, nulla di meglio al mondo che quegli occhi che lo fissavano, lo proteggevano, lo rilassavano e il suo cuore aumentava i battiti, il sangue correva sempre più veloce e l’emozione dava una scossa al suo corpo. Ma aveva imparato a non ascoltare più il sentimento, lasciava passare il tramonto e la mente gli ordinava di osservare la luna cadere nell’oceano. Aveva imparato a non amare, e più precisamente a non amare lei, la piccola Giulietta, la sua Giulietta. Il cervello ordinava, lui eseguiva…
Quel giorno non doveva neanche essere lì.
In piedi, immobile. La bocca spalancata. Perso in una dimensione diversa, nulla a che vedere con le leggi della fisica, questa era pura magia.
I suoi occhi increduli fissavano l’opera di un tedesco, “L’Amore Eterno” era un dipinto che ritraeva una fiamma che ardeva al centro del quadro, ma il suo sguardo era concentrato sullo sfondo, in lontananza venivano rappresentati due anziani, stilizzati, quasi irriconoscibili, sorridenti e… felici. Il tonfo che sentì solo lui fu assordante, un’emozione spesso repressa, una sorgente vitale che finalmente aveva trovato la via per sfociare all’esterno, latente prova di un sentimento oltremisura nascosto al mondo intero. Erano loro. Loro due. Nella stessa posa che lui vide quando si scambiarono il primo bacio. Impossibile? No, era proprio davanti a lui, quell’immagine che aveva visto nitidamente anni prima, la sua certezza, il suo futuro, ora si specchiava beffarda nel suo sguardo.
Una mano appoggiata con delicatezza sulla sua spalla lo fece sobbalzare, come se fosse uscito da un lungo letargo, incredulo, titubante, emozionato. La voce che stava ascoltando lo catapultò nella realtà.
“Chissà perché ti aspettavo”, disse la voce.
“Ciao Giulietta” rispose voltandosi e perdendosi dentro agli occhi del suo unico ed eterno amore…
La barista ha gli occhi vuoti. Nonostante sia ormai in prossimità del traguardo, le tanto agognate ferie d’agosto, palesa una stanchezza arretrata. Quando vivi a Milano è come se diventasse obbligatorio staccare la spina per qualche giorno, correre libero da pensieri, svuotare la testa dalle mille preoccupazioni accumulate durante l’anno.
La barista osserva i clienti con l’aria di quella che vorrebbe mandare l’intero mondo a fare in culo, stanca di elargire falsi sorrisi per puro dovere lavorativo. Quando mi vede entrare debutta con un dolcissimo “Caro, caffè?”, la barista continua a fingere, lo dice con uno sfoggio accecante della dentatura color bianco piastrella d’ospedale, e mi prepara il piattino, tassativamente senza cucchiaino, io lo bevo amaro. Oggi ho scoperto che dà del “Caro” a tutti i clienti, è una sua prerogativa, affida a questa parola lo scioglimento di distanze abissali, infrangendo regole di cortesia e galanteria che la postura formale dovrebbe impedirle di fare. Esegue il suo lavoro con cura professionale, maniaca dell’ordine, la barista, devota a Roberto, il titolare dell’esercizio, grata della possibilità avuta, lei è arrivata dell’est, ora non ricordo bene lo stato di provenienza, da quando è caduta la cortina di ferro faccio molta confusione a ricordare i numerosi paesi nati dopo l’ottantanove.
E’ stanca, la barista. Mi chiede cosa faccio ancora a Milano ad agosto e la mia risposta è senza via di scampo: sono senza grano, rimango a casa mia.
Bevo il caffè e penso che Milano ad agosto non è poi così brutta. E’ un pochino come pisciare quando è troppo tempo che la trattieni, la vescica si svuota e in volto ti si stampa un sorriso ebete, puro godimento. Ad agosto il traffico si dimezza, la gente è meno opprimente, il tipico camminare veloce dei milanesi si trasforma in una lenta passeggiata, con annesso l’inarrivabile s-ciabattamento, tipo il tallone che esce dalle espadrillas e struscia il suolo, il cavallo del pantaloncino raggiunge le caviglie e t’importa sega del commento sul tuo abbigliamento.
Mi rendo conto che io vesto sempre da “barbone”. E che vivo come se fosse eternamente agosto. Forse è per questo che mi trovo a mio agio a rimanere nella mia città. E poi questa estate è fresca, niente afa, poche zanzare, e ci sono molte ragioni per passare un bell’agosto a Milano: vicinato completamente assente, musica a palla a qualsiasi ora, divano con forma del mio culo perfettamente integrata, libri da leggere circa duecentoventi, tasse da pagare illimitate, scooter abilitato alla funzione “si passa anche col rosso”, doccia fatta senza chiudere la tenda, sveglie lanciate dal quarto piano, visioni futuriste di un governo “normale” senza ladri in parlamento, preparazione all’inevitabile autunno caldo, ammortamenti delle girate di coglioni accatastate nei precedenti mesi, valorizzazione del “far niente”, visione di film registrati senza sapere un reale motivo, mangiare a qualsiasi orario cibi fuori protocollo, mettere la mano a conchetta davanti alla bocca per sentirsi l’alito, proporre scoregge indecorose e, ultimo ma non l’ultimo… andare in negozio e quando entra un cliente rispondere con perfidia: è chiusoooo! In fondo sono in vacanza.
“A me piace questo agosto a Milano”, così ho risposto alla barista, mentre alla radio passavano Born in the USA, e ho aggiunto “cazzo, bel segno, il boss di prima mattina…” e lei, sfibrata e ormai rincoglionita “sì Fabio, il boss Roberto è partito questa mattina.”
Ho fatto finta di niente. A me piace l’idea di passare questo agosto a Milano.
Se poi c’è qualcuno che ha la casa al mare e vuole ospitami per un paio di giorni…
Il gioco consisteva nel capire da quale paese provenissero i clienti. E lei, in questo, era imbattibile. I colleghi, scherzando, dicevano che “spiava” il registro delle prenotazioni, ma si arrendevano di fronte al suo incredibile e onesto sorriso, consapevoli che non stesse barando.
Il suo era un vero e proprio talento ed era riconosciuto da tutti, i nuovi arrivati non avevano il tempo materiale di aprire bocca che lei, di soppiatto, colpiva nel segno. “Americani, forse del New Jersey” disse con un sussurro a Daniele, prima di dare il benvenuto agli ospiti e farli accompagnare nella stanza da loro prenotata. L’Albergo Internazionale aveva una vista da sogno, il golfo si apriva in un panorama di colori e odori unici al mondo. Appena la numerosa famiglia giunta da oltre oceano fu sistemata, Daniele le rivolse una domanda.
“Adesso spiegami come facevi a sapere che fossero di Atlanthic City” disse fermamente, più che incuriosito da quel dono che la splendida creatura seduta al suo fianco possedeva.
Lei non rispose, limitandosi ad appuntare l’ora e il numero di passaporto degli ultimi arrivati, regalando al collega il suo viso, sincera e inarrivabile.
Era strana.
Agli occhi degli amici lei risultava “strana”. A volte incomprensibile. Era bellissima, affascinante, intelligente, sveglia e… curiosa. Amava la sua terra, con i suoi tipici profumi d’agrumi selvaggi e un mare color pastello che la sera inglobava le diverse tonalità dell’aurora.
Ma tutto ciò non le bastava più.
Viveva ancora in casa, aveva una famiglia che la circondava d’affetto, e una schiera di spasimanti pronti a correre ai suoi piedi al minimo richiamo. Alcune amiche venivano corrose dall’invidia che provavano nei suoi confronti, e non lo mandavano certo a dire, anzi, ogni serata passata in compagnia finiva inevitabilmente a toccare quell’argomento, scatenando le domande dei veri amici, quelli più sinceri, che le chiedevano cosa le mancasse per essere “realmente” felice.
E fu proprio la sera di san Lorenzo, seduti nella sabbia in riva al mare con le onde che lambivano i piedi, che “sferrarono” il loro attacco incrociato. Stavano aspettando di scorgere in lontananza la scia di una stella cadente. E il panorama era incredibile, una bellezza che solo la ferma mano di madre natura ha le capacità per poter dipingere, un affresco notturno spettacolare ed emozionante allo stesso istante.
“Uè, bella,” disse Michela, l’unica nel gruppo ad essersi sposata, “mo’ ci spieghi questa tua fissa, questo tuo imbambolarti davanti alle cose lontane. Non nascondere a noi, tuoi amici veri, quel velo di “inquietudine” che hai nel tuo dolcissimo sguardo. Cosa aspetti a trovarti un fidanzato? O un marito?” E poi, avvicinandosi di soppiatto, quasi bisbigliandole all’orecchio, aggiunse, “Nciuciamme? Guarda a Daniele, chillo e’ nu buono guaglione, è sempre lì ad aspettare un tuo gesto, non vedi che ogni volta che parla di famiglia e di figli volge il suo sguardo verso di te? Ma tu si proprio cieca? Come diceva mia nonna: Tiemp ‘e guerra, ogni buco è pertuso.”
Lei esplose in una fragorosa risata, suscitando la curiosità di tutti, e Michela si affrettò a rabbonire il ristretto pubblico “Sono cose nostre”. Analizzando le parole ascoltate dall’amica, lei pensò a Daniele; sì, era carino, era molto gentile e sicuramente sarebbe stato un fedele marito, ma non era a quello che lei ambiva, e come poteva spiegarlo a loro, amici da sempre, senza offenderli o ferirli.
Lei voleva semplicemente altro.
Nel primo momento di silenzio osservò la luna.
Come poteva spiegare loro che lei voleva andarsene da lì, magari un giorno sarebbe tornata, certo, ma ora il suo desiderio più grande era fuggire dal quel mondo che iniziava a essere “troppo” provinciale per lei. Parlava correttamente quattro lingue, aveva studiato tanto e si era impegnata a fondo per realizzare il suo sogno. Ed era stufa della gente della sua città, bamboccioni immobili che credevano che la vita fosse scolpire gli addominali per formare la “tartaruga” e sfilare in costume davanti alle ragazze “oche” che attendevano il “guappo” di turno. Quanti ne aveva visti passare davanti ai suoi occhi. Poteva scegliere chiunque, bella com’era, ma non era quello il suo scopo.
Lei desiderava altro dalla vita, voleva scoprire, conoscere, confrontarsi, viaggiare, osservare luoghi, fare esperienze, e sapeva che più il tempo passava meno possibilità avrebbe avuto per realizzare tutte queste cose.
E poi voleva innamorarsi.
Realmente.
Quell’amore che le avrebbe fatto pulsare il sangue nelle vene, colmato la sua anima e completato il suo essere donna. L’amore travolgente e poetico.
Un amore unico.
Desiderava un vero uomo che tralasciasse quegli approcci standardizzati e infantili; ormai era stanca di sentire sempre le stesse parole, gli stessi complimenti, nessuno mai l’aveva colpita al cuore, nessuno mai aveva fatto centro.
“Ma lasciatela stare, non vedete che noi non siamo all’altezza?” disse Daniele fingendo di voler ridere.
Lei neanche lo stava ascoltando, persa dentro la luna, luna che dava all’intera spiaggia un senso di irrealtà che il giorno privava con la sua luce diretta. Nei riverberi color ghiaccio lei osservò la scia della luna riflettessa sul mare, un canale privilegiato che moriva sulla riva, spegnendosi nelle onde che stancamente giungevano nel mezzo dei suoi piedi. Fu in quel momento che vide all’orizzonte una stella cadente. Ligia alla tradizione, chiuse gli occhi ed espresse un desiderio. Avrebbe amato solo colui che l’avrebbe capita, colui che avrebbe condiviso con lei un nuovo libro, assieme, sfogliandolo pagina dopo pagina, eccitati e allo stesso tempo fermi nell’idea che il lieto fine sarebbe giunto. Scoprirsi giorno dopo giorno, l’un l’altro, certi della felicità che avrebbero ritrovato nello stare insieme, complici e indivisibili.
Lei non rispose neanche al collega, dopo aver espresso il suo desiderio segreto, si alzò di scatto e con gesti decisi si tolse la sabbia dal vestito. Si spogliò e rimase in costume. Senza dire una parola entrò lentamente nell’acqua, seguendo la direzione della scia, perdendosi nel riflesso lanciato in mare da quella luna, nuotando verso il suo desiderio segreto, certa lui l’avrebbe cercata e trovata.
Alla fine, come dicevano i suoi amici, lei aveva talento per queste cose.
Appena sopra al livello del mare, osservò di nuovo la luna, sicura che in quel preciso istante lui la stesse pensando, e si sentì già innamorata di uno sconosciuto…
Stanco dei fiumi e dei laghi “estremamente” padani ho deciso di trascorrere il ferragosto ai lidi ferraresi con la “parentela”; l’erede reclama lo zio (ormai a sei anni si tuffa in mare di testa!) e il sangue mi porta diritto a Bologna, dove mi attende il fratellone, inevitabile snodo per poi giungere al mare (finalmente).
L’estate dello spread impone sacrifici “sanguinosi”. Il differenziale mi tiene per le palle e devo arrendermi all’evidenza. Scelgo il treno meno costoso, il viaggio comodo non fa per me, e arrivo in Centrale dieci minuti prima della partenza del mio treno. Il tabellone elettronico rimbalza il binario come una pallina da ping pong e la gente scatta a ogni variazione. Il mio treno non ha posti riservati e chi arriva per primo si accaparra il sedile migliore. Dopo cento metri il treno si blocca, ostaggio di uno scambio poco curato e della mancanza del personale addetto. Il ritardo si accumula in modo mostruoso e una voce metallica esprime il rammarico di trenitalia per l’inconveniente. Inizio ad innervosirmi e assisto “impotente” alla mia trasformazione: nel breve spazio di venti minuti sono passato da giovane Bohémienne (con elastico della mutanda tassativamente sfibrato) a consolidato e fedele osservatore della dottrina nazista (completo di divisa nera delle S.S. con teschio sul colletto della camicia). Allo scoccare dell’ora di ritardo il treno è ancora fermo appena fuori della volta della stazione, preda di violenti attacchi da parte di maleducati raggi solari che portano la temperatura del vagone ai settanta gradi fahrenheit. Il capotreno proibisce categoricamente di abbassare i finestrini, pena fustigazione nel carro bestiame. A Milano Lambrate il convoglio si riempie in via definitiva. Il mio scompartimento schiera (da destra verso sinistra): indiano obeso fradicio di sudore con appresso un solo clinex per l’assorbimento del liquido che fuoriesce a ondate dalle ascelle e dalle pieghe del coppino, una ragazza dai capelli rossi logorata dall’indecisione su quale facoltà universitaria intraprendere, un militare in congedo con divisa “mimetica” e il miraggio di fare i tre giorni di permesso dai parenti a cantare, e due suore. La prima indossa l’abito grigio, il “costume” estivo, leggero e in cotone. La più anziana porta la classica tunica nera in lana con veletta bianca, al collo ha un crocifisso enorme puntato in maniera intimidatoria nella mia direzione e calze riciclate dalla grande guerra. A Milano Rogoredo abbiamo accumulato oltre due ore di ritardo e la previsioni parlano di un’ipotetico arrivo a Bologna giusto alla vigilia del Natale prossimo venturo. Quando abbandoniamo definitivamente il capoluogo lombardo dal treno si leva una vera e propria ovazione, con ola partita dall’ottantaduenne seduta sulla valigia di cartone per finire al rigido saluto alla bandiera del militare maculato, con delirante coro collettivo dell’inno di Mameli. Vado a pisciare tassellando il mio posto con: mutande adoperate consecutivamente per oltre due mesi, calzini in uso durante la famigerata maratona del deserto e lasciati a macerare nel sacchetto in plastica e per ultimo camicia in vinile, cento per cento acrilico, mai lavata, la stessa che indossavo alla tre giorni del Tunnel of Love Tour… Prima di avventurarmi definitivamente verso il bagno, con leggero accento tedesco, ordino al giovane di leva di preservare il mio posto, invocando un non meglio precisato decreto ministeriale in cui si fa riferimento all’omicidio per “giusta causa”.
Dirigendomi verso la toilette scansiono l’intero treno: indigeni, ventisette; donne con passeggini, trentacinque; persone provenienti dal continente nero, quarantuno; filippini o simili, mileottocentosettantotto. Fighe, zero!
Apro la porta dello scompartimento e noto una pozza di sudore ai piedi del ciccione, il militare, vedendomi, all’urlo “hail Hitler” scatta in piedi e tende il braccio destro in segno di riconoscenza. Le due suore, invece, odano il signore a loop, snocciolando tutte le preghiere che nascondono nel loro repertorio e sgranando tra le dita un rosario comprato a euro due dal “vu cumprà” ecumenico che ci ha accompagnato durante il viaggio. Alla terza versione del “Credo” anche gli altri avventori sono coinvolti dalla litania, anche se la voce giunge con un leggero ritardo e mi sembra di assistere a una messa trasmessa via satellite. In preda al delirio cosmico, mi associo e fondo una nuova setta nazista-cattolica-estremista-fanatica, di cui fanno parte anche altri viaggiatori che hanno perso la retta via. La nostra nenia viene interrotta da un incomprensibile messaggio gracchiato dall’altoparlante, tradotto dalla giovane indecisa, che riporta fedelmente parola per parola: trenitalia non ha la capacità per fare previsioni sul nostro arrivo e stanno studiando le quartine di Nostradamus, ove si narra della nascita di una nuova nazione fondata da profughi di un viaggio mai giunto a destinazione. A Casalpusterlengo si vocifera che una donna abbia dato alla luce il nuovo messia e, indignato, mi precipito a valutare la situazione; la caccia al mio “rivale” è aperta e appena lo scovo, rivolgendomi al fedele militare, eslcamo la famosa frase: “colpirne uno per educarne cento”, gettando l’involucro di asciugamani contenente il piccolo dal finestrino. Che atterra giusto tra le braccia di un transessuale cinquantenne che si era appartato nella boscaglia adiacente ai binari per soddisfare le poco nobili voglie di un dirigente aziendale della bassa. Più tardi si saprà che la nuova “coppia” è finita sulle prime pagine di un giornale scandalistico, sotto un titolo a nove colonne che citava: Il Miracolo!
A Piacenza la mia conversione religiosa è totale: abbandono la divisa delle S.S. per un pratico accappatoio e ormai parlo come un prete: la mia voce incorpora magicamente l’effetto eco, si aboliscono le doppie e l’accento cade “rigorosamente” sulla prima vocale disponibile. Proclamo “unilateralmente” la nuova inquisizione e converto personalmente i numerosi Sikh presenti al nuovo credo. Il mio fedele servo-militare di leva mi riferisce che nel frattempo l’indiano l’obeso è deceduto per il troppo calore, propongo di arrostirlo tipo porchetta di Ariccia, con limone in bocca e patate arrostite come contorno e di servirlo su di un tappeto di insalatina di campo, che mi dicono crescere vigorosa un paio di carrozze più in là.
A Fiorenzuola subisco il fascino talare della suora più anziana e lo manifesto con una poderosa erezione, lei ricambia le mie attenzioni improvvisando una lap dance in cui lascia intravedere insospettabile giarrettiera stile Moulin Rouge datata millenovecentodue. Consumiamo l’amplesso davanti ad un “adulante” pubblico che è rapito dalla ultracentenne sorella che racimola diversi bigliettoni, infilati nella cintola dai bavosi presenti a ogni orgasmo dell’insaziabile maiala. Sfibrato, mi congedo lasciandola abbagasciata nelle mani di due nativi della Repubblica Democratica del Congo, corazzieri alti duemetriedodicicentimetri che le fanno sperimentare nuove sensazioni date dal rapporto sodomita.
A Fidenza il treno fa il pieno di carbone e il capotreno viene sostituito dal buon vecchio Gebedia, un cowboy di anni centosei, fiaschetta di whisky in bella evidenza e un solo dente presente nella bocca in balia di sgarbate e sanguinanti gengive.
A Parma siamo padroni assoluti dell’intero convoglio e ci prepariamo all’assalto della diligenza che ci corre parallela. Abbiamo lo scalpo del sindaco di Reggio Emilia e all’arrivo a Rubiera ci accoglie una folla “delirante” con al seguito banda patronale e festosi bimbi scalzi impegnati a sventolare bandierine da cocktail sequestrate ai bar adiacenti alla stazione.
Dopo due giorni di estenuante trattativa sono riuscito a barattare trecento passeggeri con: due salami, un chilo di mortadella senza pistacchio, un culatello azzannato e della maionese scaduta.
A Modena, preso da revisionismo forsennato, istituisco una commissione per accelerare le pratiche per portare Luciano Moggi tra i santi e Cesare Previti nelle fila degli “onesti servitori della patria”.
Dei paesi che seguono (tali Castelfranco Emilia, Samoggia e Anzola) credo che esistano solo le sagome inerti dipitine stile “cinecittà”. Cartonati di luoghi che realmente non hanno diritto di essere presenti sulle cartine geografiche, ultima frontiera di Presidenti di province inesistenti che studiano nuovi metodi pur di alzare qualche euro da fantomatiche addizionali Irpef e Ici sulla prima casa.
Alla fine sono giunto a Bologna. Scendo dal treno e bacio il terreno, ormai ho portato a termine il mio apprendistato di nazi-prete e le strade che dirigono direttamente a San Pietro non sono più precluse. Finalmente cerco mio fratello e lo scovo appena fuori dal binario due-ovest. E’ lì ad attendermi, stufo e spazientito, dall’ultimo nostro incontro qualche chilo in meno e qualche pelo bianco in più. Avere un figlio di anni sei ti stanca, questo lo riconosco pure io.
Viaggio incredibile, rivoglio in dietro i miei soldi, ma desisto all’idea quando vedo la lunga coda che dilaga all’ufficio “lamentele”.
Lo abbraccio. Lui ricambia e dice: “Ben arrivato, zio…”
Cristiana era ormai stanca di misurare la felicità in base al numero di ragazzi che le facevano la corte. Quello lo lasciava fare alle amiche immature. Era giovane, aveva solo venticinque anni, ma sapeva chiaramente che nei bimbi-minchia che la braccavano non avrebbe mai trovato nulla di interessante. Come avrebbe potuto accontentarsi di uno di loro, questi figli della generazione del foto-ritocco, vuoti di ideali, persi nell’inseguire desideri “sintetici”, semplici contenitori di facciata senza sostanza. E poi, come potevano piacergli dopo essere stata con un tipo come Lui…
Le facili avventure che viveva non erano altro che una soluzione temporanea, un piccolo cerotto instabile messo lì a tamponare ferite ancora aperte, ma non voleva passare per la “stupida oca” del gruppo, sentenza già pronunciata, emessa dalle amiche. Quelle stesse amiche che erano sempre pronte a chiedere il suo aiuto senza mai mostrarle in cambio neanche un semplice gesto di gratitudine o di riconoscenza. Nel suo camminare fiero nascondeva al mondo i suoi pensieri, introversa, precisa e silenziosa, unica anima incontaminata del folto gruppo di superficiali arriviste e sceme patentate. Tutte certe nell’affermare “io non farei così, io non farei cosà…” per poi calare immediatamente le braghe di fronte al primo coglione che mostrava nei loro riguardi un minimo d’interesse. Che giudicassero le loro scelte, i loro comportamenti, e non stare sempre a “stroncare” la vita degli altri, pensava Cristiana, e riteneva che molte delle sue amiche fossero veramente stupide, infatti uno come il suo ex a loro non sarebbe mai piaciuto, troppo fuori dal coro per interpretare la parte del “fidanzato modello” visto nei film, oppure quella del “principe azzurro” ascoltato nella favole.
L’ultimo “amico” con cui stava uscendo era veramente gentile con lei, coi suoi modi “aristocratici” aveva conquistato persino i genitori. Figlio di ricchi industriali della zona si era presentato seguendo il protocollo; elegante e serio, non la baciò al primo appuntamento, risultando poco invasivo e tollerante. Insomma, era un buon partito, come avrebbe detto sua nonna.
Lei rimaneva seduta per ore, persa nel vuoto gelido, chiedendosi chi avrebbe illuminato il suo cuore, perennemente indecisa sul da farsi. Sapeva che se avesse accettato le “avance” del giovane spasimante sarebbe finita inesorabilmente per farlo soffrire, conscia dell’eclisse di luna che oscurava il proprio cuore, vero e unico avamposto dei sentimenti reali. E quella malinconia sfociava inevitabilmente nello sguardo lasciato alla memoria, lo sguardo di Lui, i suoi occhi che la scrutavano fino in fondo, quel suo forte desiderio di lei, mai celato, e le sue parole uniche che ora affioravano in superficie, un ricordo che si abbatteva sulla sua anima, visibile come un fulmine in aperta campagna. E cosa dire del suo modo di salutarla, il bacio mentre lei ancora dormiva, avvolgendola interamente tra le sue braccia, prima di uscire, la promessa che tutto sarebbe filato liscio…
L’aveva conosciuto per caso, un giro di amici comuni che stentava a ricordare. Galeotto fu il primo bacio, rubato, il sapore di eternità e condanna allo stesso tempo. Lui era una persona “losca”, un randagio votato alla contestazione, un poco di buono che riusciva a innervosire anche i più pacati. Fiero e arrogante, geloso e a volte possessivo, non si arrendeva davanti a nulla, domava la paura e viveva camminando in bilico sulla sottile linea che demarcava quello che per tutti era “normale” dal suo modo “alternativo” di affrontare l’esistenza. Cresciuto in mezzo alla strada aveva rapidamente imparato le leggi non scritte della sopravvivenza, muovendosi scaltro tra le difficoltà, riuscendo ad emergere dai bassifondi paludosi che avevano incastrato i suoi amici, smarriti in situazioni ambigue e nella promessa di facili guadagni attraverso scorciatoie che non portavano a nulla. Lui passava indistintamente dai salotti buoni della città alla piazza dove si smazzava il fumo. E ovunque andava si sentiva a proprio agio, certo che il viaggio chiamato vita andava vissuto con sfrenata passione.
Lei sapeva che tra loro non avrebbe potuto mai funzionare. Troppo diversi per credere, o sperare, in un futuro assieme.
E fu proprio lei a troncare la relazione, sicura che se avesse proseguito su quella strada non avrebbe più avuto la possibilità di fare marcia indietro. Presa la decisione fu facile sparire senza più cercarlo, nascondendosi dietro ai piloni quando lo incrociava per strada, cancellando tutti i possibili contatti e con essi anche i ricordi, belli e brutti che fossero.
Ma la malinconia era sempre lì, presente come una spina infilata nel piede, fastidiosa e potenzialmente nociva, inutile nasconderlo anche a se stessa.
Con Lui alle sue spalle lei si sentiva bene. Pazzo, rabbioso, a volte prepotente, certo. Ma anche tenero, sincero, indecorosamente folle ed eticamente corretto. E povero, non aveva un becco di un quattrino. Non pensava al guadagno personale, figurarsi se poteva regalarle le cose a cui lei era abituata, viaggi in alberghi di lusso, macchine da capogiro, case da copertina illustrata. Con lui nulla di tutto ciò sarebbe successo, solo la promessa di una vita a leccarsi le ferite e a sputare sangue. Nulla di più, solo una felicità data dall’amore, stupido sentimento incontrollabile. E Cristiana ragionava con la testa, col cervello, intelligente com’era non poteva farsi intrappolare dalle emozioni. Sapeva che avrebbe dovuto rinunciare a tutto, e non si sentiva pronta.
Confortata e risollevata da questi pensieri, prima di uscire prese il mazzo di chiavi e si diresse con spasso spedito verso il vialetto della sua villa. L’amico era lì, bell’imbusto da strapazzo, camicia bianca immacolata e sorrisone “durbans” a trentasei denti, forse si sarebbe innamorata, un giorno, con pazienza, forse, un giorno…
“Voltati” disse l’amico appena la portiera fu chiusa.
“Cosa c’è?”
“Voglio solo che mi guardi negli occhi.”
“Perché?”
“Voglio vedere se riesco a scorgere qualcosa di più dei sorrisini strappati che mi regali come se mi facessi la carità. Voglio sapere cosa ci sia realmente nei tuoi pensieri. Vorrei che un giorno ti fidassi di me. Credo che dietro al tuo sguardo semplice si nasconda del dolore. Vero. E voglio essere io ad estirparlo definitivamente, del tutto, come si fa con le erbacce, strappare via la tristezza per sostituirla con la gioia, con la felicità.”
Lei rimase in silenzio per qualche istante. Fissava le proprie mani, le unghie erano ricoperte da un sottile strato di smalto nero, e capiva che doveva prendere una decisione. L’amico era veramente carino e anche le sue parole confermavano la bontà d’animo della persona seduta alla guida del fuoristrada color antracite che sostava nel vialetto di casa. Era giovane, innamorato di lei, aveva una vita davanti a lui, mancavano pochi esami e sarebbe diventato ingegnere, una laurea che gli avrebbe spalancato le porte per un domani ricco di soddisfazioni. E in quei pochi istanti in cui osservò le sue mani, lei vide il suo futuro, madre e moglie devota. Si vide seduta al bordo della piscina che tenevano in giardino, ricca di cose ma povera di felicità, due sagome inermi in una vita priva di reali emozioni. Ma non voleva tradire le ambizioni di suo padre e del resto della famiglia, in fondo non scherzavano mica quando affermavano che avrebbero approvato qualsiasi storia solo di fronte a una dichiarazione dei redditi soddisfacente. Forse era la scelta più logica, doveva fidanzarsi ufficialmente, il sostegno “amichevole” del proprio uomo poteva liberarla dalla morsa della provincia, della famiglia, dalle invadenti amiche che non smettevano mai di ricordarle quanto fosse stupida a non prendere al volo una simile occasione.
Voltandosi alla sua sinistra incontrò uno sguardo in attesa di risposte, interrogativo. Senza aprire bocca lo abbracciò forte, cercando le emozioni, provando a perdere il controllo…
E ci stava riuscendo, poco alla volta sentiva le mani dell’altro farsi sempre più forti e sicure. A occhi chiusi si lasciò trasportare, volando libera da lacci autoimposti, desiderosa di andare avanti. Sul volto nacque un sorriso debole e insicuro, figlio di nuove esperienze e speranzoso di scrivere pagine mai lette in precedenza. La coscienza urlava impazzita di baciarlo, quello era il momento giusto, non poteva mancare l’obiettivo…
“Mi dispiace” disse prima di scendere dall’auto.
L’eclisse si era abbattuta sul suo cuore. Oscurando anche le cose belle che stava vivendo. Una muta voce che proveniva dal suo stomaco le sussurrò “Buona notte. E’ tutto a posto, piccola, buona notte” e si sentì coccolata da invisibili e familiari braccia.
Nessuno potava competere con Lui, non l’avrebbe mai ammesso, ma quella era la semplice verità.
L’eclisse si abbattè furiosa sul suo cuore, lasciandola in un buio luminoso, un posto dove si sentiva calda, leggera, amata e libera allo stesso tempo.
“Buona notte. E’ tutto a posto, piccola, buona notte”… canticchiò al rientro in casa, dove corse ad ascoltare la canzone che tanto adorava del suo cantante preferito. Rigorosamente la versione “live” del ’75.
Aveva deciso, il suo desiderio non era presente in quella macchina là fuori, la risata che voleva sentire esplodere era lontana migliaia di chilometri, regalata a quello che per lei, adesso, era solo un ricordo.
“Buona notte, è tutto a posto, Jane…” ascoltò prima di addormentarsi felice, sognando di camminare fino all’alba.
In fondo, quando abbracciava il suo uomo, Cristiana voleva sentire i violini e le sirene, e il giovane spasimante, in questo, non valeva proprio un cazzo di niente…
I chilometri per tornare a casa erano stati letteralmente divorati, una folle corsa sull’auto sportiva che sgretolava ogni suo record precedentemente stabilito. Lei, al volante, era una vera professionista, indossava pure i guanti in pelle a mezze dita che aderivano perfettamente alla sue mani ed evitavano di farle sudare. Tornava per il compleanno della madre, la sera lo avrebbero festeggiato tutti assieme, seduti attorno a un tavolo, brindando per i suoi cinquant’anni, una tappa importante, una cena innaffiata dall’ottimo cognac di marca superiore, cognac comprato per l’occasione, lo stesso che piaceva tanto a suo padre. Prima, in verità, doveva passare al ristorante dove sua madre aveva una colazione di lavoro. Era lei a gestire gli affari di famiglia, fondatrice dell’azienda che portava il suo nome, florida e giovanile, nei suoi cinquanta appena compiuti, brillante donna di successo, figlia della praticità milanese. Dovevano stabilire il “piano”, e non poteva rischiare di fare tardi all’appuntamento.
A pomeriggio inoltrato, quando suo padre rientrò in casa, fu accolto e invaso dal profumo dei fiori, un mazzo incredibile visto in precedenza solo ai matrimoni dei ricchi amici, tipo quello della figlia del primario con l’avvocato di grido. Lei corse dal “distratto” padre e disse all’anziano uomo:
“Papà, anche questa volta ti sei dimenticato del compleanno della mamma, vero?… Non ti preoccupare, ci ho pensato io. Facciamo finta che sia stato tu a farle questo semplice dono, occhei?”
Lui aveva la testa sbadata, pensava al luccio che gli era scappato dalla lenza quella mattina. Ma il giorno dopo avrebbe cambiato metodo di pesca, e, dando retta ai suggerimenti di pescatori molto più esperti di lui, avrebbe lavorato di più con la canna da due metri e settanta e meno di mulinello, e la prossima volta non avrebbe fallito.
“Papà, mi ascolti?” Ripeté la figlia, aggiungendo “ho comprato io i fiori per la mamma; sapevo che anche quest’anno ti saresti dimenticato del suo compleanno. Quando entra, facciamole una sorpresa: tu spegni la luce e noi due ci posizioniamo dietro a questo stupendo mazzo, così che lei rimanga “abbagliata” dal “tuo” regalo.” Lei sapeva che il padre era altrove con la mente, lui le accarezzò il viso e lei si sentì un brivido, un piccolo senso di colpa. Non troppo, però…
Spesso suo padre era “sbadato”. Lo era sempre stato, prima nel lavoro, schiacciato dall’esuberanza della moglie, poi nella vita, sconfitto, messo all’angolo e degradato al semplice ruolo di comprimario. Ma in fondo era sempre suo padre. E lei lo difendeva, almeno di facciata, cercando d’immaginarsi un senso “reale” al matrimonio dei propri genitori, alla loro storia, al loro amore.
All’inizio aveva anche combattuto contro l’idea che sua madre avesse un amante; in breve tempo, però, anche lei era stata conquistata da quell’uomo brillante, dalle sue capacità imprenditoriali e dal suo fascino, con quell’erre moscia tipica dei francesi, nobile e accattivante. E non le importava neanche più che la cosa fosse “quasi” pubblica; escluso il padre, tutti sapevano. Certo, non poteva dire in giro che a pranzo era stata sua l’idea di fare finta che i fiori li avesse comprati lei al posto del distratto padre, sarebbe passata da stronza e quel ruolo lo lasciava volentieri a sua madre. Il “povero” amante c’era rimasto male, geloso dall’idea che i “suoi” fiori finissero per essere il regalo del “rivale”, quel marito sbadato che pensava solo alla pesca, mentre lui aveva speso oltre 200 euro per quel mazzo. Ma era stato facile per la madre zittirlo ipotizzando l’idea che li avrebbe gettati immediatamente nella spazzatura.
Lei, in principio, si sentiva complice della madre, ma quel senso di colpa venne abbandonato man mano che “pensierini” dell’amante giungevano a destinazione: non poteva mica dimenticarsi dell’anello da dodici mila euro che le aveva regalato, solo per volere di sua madre, certo, ma in più c’era la casa in pieno centro e altri regali che aveva sempre accettato senza mai rifiutare nulla.
“Capito papà, quando ti dico “via” tu spegni la luce, facciamole una sorpresa…”
Illusa che la felicità che avrebbe visto dipinta nei loro volti fosse vera, attese il suono del citofono chiedendosi come sua madre avesse potuto sposare un uomo tanto differente da lei. Ma ormai la cosa non aveva più importanza, meglio godere dei regali dell’amante, quello dall’accento francese; le aveva promesso una nuova macchina, una vera fuoriserie, e avrebbe trascorso con Saverio le vacanze a zonzo, senza i problemi economici che attanagliavano i suoi coetanei, amici costretti a pensare alle cose che per lei risultavano ancora sconosciute, come il lavoro e i sacrifici.
“Ma che bella sorpresa” disse sua madre, attrice esperta e menzognera patentata, dirigendosi verso il marito, per ringraziarlo con un finto abbraccio. Lei sorrise e fece finta che quello che stava vedendo con i propri occhi fosse tutto vero, riuscendo a mentire pure a sé stessa.
E chissà a cosa stava pensando il distratto padre, visto che non fece neanche un gesto quando lei l’avvisò di spegnere la luce…
Il cantante aveva scritto quel brano solo per lei.
E, ripensandoci bene, non solo quello. A lei erano dedicati i testi delle sue canzoni. Parole a volte “perverse” e “malate”; scavare fino a raggiungere in profondo la propria anima, solo per trovare un barlume di significato per quell’amore che gli aveva cambiato definitivamente la vita. Pensava a lei in continuazione, alla sua pelle unica, delicata come seta, profumata come una rosa selvaggia.
Nessuno sapeva di loro e spesso il cantante si domandava se, forse, per lei fosse stata una semplice avventura, oppure, se riteneva fosse stato solo un grave e stupido errore. Domande che non trovavano alcuna risposta, perché a lui mai gli era capitato in precedenza una cosa simile, innamorarsi in quel modo, quel sentirsi “inevitabilmente” attratto da lei.
Erano passati anni, ma a lui non era passata per niente.
Capiva che era inutile fermarsi ad aspettarla, ma allora, si domandava, “perché non riesco a trovare le forze per iniziare una nuova storia?” Le opportunità non gli mancavano, certo, ma nessuna ragazza scaldava la sua immaginazione come sapeva fare lei…
Era grazie a quella canzone che aveva scalato le classifiche, un testo “azzeccato” lo avevano definito i critici musicali. La sua arte era nata semplicemente per comunicare con lei, un gioco elementare per rassicurarla, innocente e senza nessuna mira a dominare il mercato. In principio neanche avrebbe immaginato che il suo buttarsi senza rete potesse scatenare tanto clamore, creando dal nulla una nuova carriera di successo. Ma, in modo del tutto inatteso, quella canzone lo catapultò in un mondo fatto di etichette discografiche che lo rincorrevano e fans impazzite che pretendevano da lui autografi, fotografie in posa e baci al sapore di latte, baci rubati in un suo momento di distrazione, baci senza futuro; quelle labbra non erano mai quelle che lui desiderava sfiorare.
L’attesa per una nuova canzone non lasciava mai deluso il numeroso pubblico che lo seguiva in maniera devota, la gente si domandava dove trovava le parole e i tempi per esprimere quel dolore, quello struggente senso di un essere ancora incompiuto, parole che venivano condivise velocemente tra i suoi seguaci come onde concentriche create da un sasso gettato nell’immobile acqua di un lago.
Aveva molte amiche che analizzavano, scartabellavano, elaboravano e sezionavano i suoi testi per scovare un senso reale, una domanda da porgli, oppure un semplice nome da agganciare per scoprire quanto fossero vere le sue parole.
Ma lui, ermetico come un palombaro, negava l’esistenza di una persona, ragazza o donna che fosse, a cui pensava quando scriveva. Impermeabile a quello che succedeva nel mondo esterno, riusciva a essere gentile con le sue ammiratrici, senza mai spingersi oltre ad un semplice e cordiale rapporto d’amicizia. L’educazione gli insegnava di dare retta a tutti, ma era chiaro che il cantante avrebbe continuato per la sua strada, chiudendosi in casa sua a scrivere decine di canzoni per un nuovo lavoro.
Ma quando suoni dal vivo certe emozioni non le puoi nascondere. E quando proponeva quella canzone teneva gli occhi chiusi, soppesava i toni, raggiungeva una trance vera, come se parlasse direttamente al cuore delle numerose ragazze che stavano in prima fila. Commosse e fedeli, non era raro intravedere qualche lacrima sparsa come a caso tra il pubblico femminile. Anche lui riusciva a raggiungere un tale pathos da finire il brano “stremato” dalle emozioni che viveva attraverso la sua musica.
Nessuno sapeva che con lei aveva raggiunto l’apogeo della felicità, immune al conformismo e all’indifferenza celata in questa cazzo di società, un paese che premia i finti e gli arrivisti, che passa intere giornate davanti alla televisione rincoglionendosi con quei finti programmi che vengono spacciati per veri.
E per lui era facile raggiungerla, bastava chiudere i suoi occhietti spenti, e immediatamente veniva catapultato in un mondo dove la parola dolore non aveva nessun diritto di cittadinanza. Un mondo da lui inventato dove non importava che lei l’avesse cancellato alla velocità della luce, lasciandolo solo nell’affrontare questa stronza vita; il suo mondo era bello, sincero, colorato e divertente. La pensava ogni giorno, un miracolo della fantasia, e spesso si domandava come lei avrebbe risposto davanti a situazioni in cui lui capitava senza rendersene conto.
Nessuno sapeva che il cantante aspettava solo il momento che “quel congegno chiamato cuore” si spegnesse da se, questo era il suo segreto…
Nessuno poteva saperlo, introverso e silenzioso, capiva chiaramente che quel congegno non si sarebbe mai spento, per la felicità delle sue fans più accanite, la sua ispirazione la vedeva tutti i giorni, sconfitto dall’amore, premiato dal successo…
Il suo ultimo brano era pronto, un nuovo e sicuro hit da classifica top-ten, senza che nessuno sapesse che lo dedicava a lei, un semplice regalo per farle sapere che non sarebbe mai uscito da quel momento magico, un mondo dove trovava riparo, creato con la sola forza della sua immaginazione.
In fondo, quell’amore, era solo una questione di pelle…
Il giovane professore di filosofia era in crisi. Mai prima d’ora gli era capitato di vivere sulla sua pelle questo stato di vuoto interiore, un senso di inadeguatezza dato dal quotidiano confronto con i suoi giovani allievi e con la stessa esistenza intera.
Aveva cercato di trattenere il fiato per non rimanere intossicato. Aveva evitato di guardare oltre la soglia, forse spaventato dalle stesse risposte che stava cercando. E quello scavare a fondo non sarebbe servito a nulla se non a consolidare dubbi mai sopiti. La pura verità non ha segreti, pensava, le risposte “definitive” non esistono e mai ci saranno svelate.
Aveva provato a volare alto attraverso i suoi libri, tomi alti più di cento piani, ma l’atterraggio si era trasformato in uno schianto al suolo, un boato causato dalla frustrazione, e in più sentiva l’impossibilità di trovare qualcuno di cui potersi fidare realmente, qualcuno che la pensasse come lui.
Andare avanti era la parola d’ordine, ma la direzione da intraprendere rimaneva un ostacolo insormontabile, più cercava risposte più veniva trascinato sul fondo dai suoi stessi ragionamenti. Sentiva dentro di se muoversi uno stato di astrazione totale dalla realtà che lo circondava. La virata era inevitabile, forse la strada con le sue leggi “sincere” era l’unica risposta di fronte al vuoto. E non lo spaventava il fatto che sarebbe stato condotto verso un nulla inesorabile, uno strapiombo in cui gettarsi contando i secondi che sarebbero mancati all’inevitabile impatto.
Aveva visto amici tradire le proprie mogli solo per soddisfare il proprio ego, ideali venire barattati per una manciata di monete, rapporti umani cancellati con un colpo di spugna e dimenticati dalla memoria senza lasciare neanche una labile traccia.
Il buon dio cristiano tramite i suoi rappresentanti tacciava di nichilismo questa società, ma evitava garbatamente di pagare le tasse sulle sue ricchezze, estraneo alle soluzioni, pronto a convertire gli ingenui. Lui da questo signore non aveva avuto altro che polvere sparata in faccia per coprire un vuoto; una specie di gioco con le tre carte, ma nel mazzo l’asso era stato fatto abilmente sparire, impossibile venirne a capo.
Il professore si stava trasformando nella sua stessa vita, specchiandosi nel dubbio che l’esistenza intera fosse in realtà una gigantesca buffonata, dove i più forti e i più furbi si sarebbero presi tutto il malloppo e agli altri non sarebbero rimaste altro che briciole da raggranellare in maniera sparsa e disordinata. Gli ordini erano stati impartiti e i soldati combattevano guerre che non gli appartenevano senza dubitare, giustificandosi con il semplice fatto che ognuno dei contendenti fosse convinto di essere dalla parte del giusto. Ma se non esiste un fine ultimo, pensava, se non abbiamo una verità sulla quale proiettare l’idea di un “bene” supremo, che senso ha continuare a comportarsi da persone eticamente corrette?
La curiosità nelle cose a lui ancora sconosciute era la sua ancora di salvezza, la certezza che intraprendendo un viaggio verso la conoscenza avrebbe diradato la nebbia nella quale era sprofondato. Nessuno amore poteva soddisfarlo, pensava che alla fine un rapporto si riduceva in una strana forma di egoismo, e le ragazze che conosceva confermavano la vuotezza di questa generazione pronta a celebrarsi davanti alla televisione nel vago sogno che “apparire” fosse molto più importante che “essere”, una gioventù votata al materialismo sfrenato e al possesso come termine ultimo della scalata professionale. E’ vero, pensava, i pochi che vivono con passione la difficile via della scoperta si elevano al di sopra della media, ma in generale il futuro era meno roseo se comparato al passato, con quel suo tirare calci in bocca alle mode del momento cercando nella felicità comune l’unica speranza rimasta.
Gli occhi dolci, i languidi sguardi e i sospiri “turbati” delle ragazze presenti nella sua aula non significavano nulla, altri insegnanti lo invidiavano per questo, cercando una fuga dalla quotidianità della famiglia, o sentirsi ringiovaniti da facili avventure “sbrigate” nei ripostigli dell’università, cosa che mandava su tutte le furie il giovane insegnante, troppo timido per imporre le sue idee, troppo lontano dalla vita sociale per riuscire a cambiare lo status delle cose.
“Allora, professore, secondo lei quale sarà il nostro futuro? Domandò la più giovane del gruppo, “visto che ci descrive come una massa di pecoroni comandati dalla pubblicità e dalla propaganda?” Il professore non aveva risposte semplici, sperava nella curiosità, nelle passioni, a lui era servito leggere, vivere, e soprattutto ascoltare. Ascoltare gli altri, certo, ma non solo.
Si rispecchiava nelle storie di perdenti, quei racconti di sconfitti, forse anche lui “cercava” una via “maestra” per la salvezza nelle canzoni tipicamente “springsteeniane”, dove i protagonisti vivevano una sorta di lotta continua tra il bene e il male, e nel loro piccolo erano eroi che cercavano, come lui, uno “stupido e semplice” motivo per guardare oltre, una redenzione dalla quale ricevere una spinta per affrontare le giornate, per “pagare debiti che nessun uomo onesto potrà mai saldare”. A questo pensava, a Springsteen e alla sua celata inquietudine, dove la speranza e la sconfitta avevano trovato un compromesso con l’anima e la vita non terminava come nei film con un lieto fine da applausi.
“Il futuro? ripeté con un sussurro il professore -per quel che mi riguarda, vedo solo diavoli e polvere… Solo diavoli e polvere” disse silenziosamente, questa volta parlava esclusivamente a sé stesso.
Si sentiva solo un diavolo perso in una nuvola di polvere…
Una scrittrice entra nel mio negozio e domanda: Sei tu il Konte?
Io: Ehm…
Lei: il Konte, quello che scrive racconti tristi…
Io: Ehm…
Lei: il Konte con la kappa, sei tu?
Io: Ehm… diciamo di sì… sì, sono io.
Lei: Le tue storie?
…Devo essere sincera? Mi fanno cagare!
…
Io non conosco filosofi, non frequento dottori e salotti, non partecipo ai dibatti di cultura.
Le parole che scrivo sono impresse sulla mia pelle, e il sangue che ho sputato viene servito come un contorno appetitoso.
Non me ne fotte un cazzo di essere in copertina, o di scalare le classifiche di vendita, niente fronzoli, non ho nessuna mira.
Cara, forse non hai ben capito una cosa, non sono uno scrittore, sono un semplice vagabondo che racconta storie “quotidiane” dal suo punto di vista.
Perché ogni persona ha un lato oscuro che nega anche a se stesso, una dolce inquietudine che difficilmente vedrà la luce del giorno, nonostante sia presente è ben nascosta, e se rimani in silenzio un secondo, la sento pulsare anche dentro la tua anima.
Sono stato in alberghi extra lusso, servito da guanti bianchi. Ho dormito nel piscio dei centri sociali, ho viaggiato per mille chilometri conoscendo moltissime persone. Ascoltare le loro vite e cercare di capire il perché avvengono certe strane cose, questo è quello che mi piace fare.
Sono un blogger, baby, sono un blogger!
E scrivo ogni giorno!
Ci sono scrittori che desiderano solo farsi conoscere, mirano a raggiungere un pubblico sempre più ampio, vorrebbero diventare qualcuno per scopare il più possibile, impossibile biasimarli… ma io non faccio parte della specie. Alcuni pubblicano per liberare la propria arte, altri lo fanno per il semplice fatto che sono istruiti.
A me non importa della sintassi, della pura grammatica e dei congiuntivi, ho solo la terza media e mi nutro di passione, il desiderio di condividere col mondo questi miei pensieri, prima che mi portino alla pazzia, prima di esplodere, prima di combinare altri disastri.
Be’, ragazza, c’è una cosa che devi sapere… Il lieto fine non mi interessa più di tanto, racconto ciò che vedo ed entro nei miei personaggi. Sconfitti e traditori, innamorati e sognatori, puttane e ballerine, fanno parte di questo circo sempre in viaggio verso una sconosciuta meta non visibile a occhio nudo.
Sono un blogger, baby, sono un blogger!
Parole scritte a caso, righe in confusione, ho una socia fenomenale, credo sia più in gamba di te. Quello che cerco mentre scrivo è una semplice verità di fondo, senza false illusioni, libero di volare lontano quando ne sento il bisogno…
Ho conosciuto cantanti famosi, artisti talentuosi, autori fenomenali che hanno ricevuto premi ambiti. Nessuno di loro aveva la tua spocchia, simile alla Santanché, ma parla pure del tuo successo, parla pure della tua fama, anche se non capisco bene il perché…
Poi un libro l’ho anche pubblicato, e un secondo è in uscita, anche se sono stato semplicemente “invitato”…
Nel tuo mondo ci sono i lacci imposti dalle case editrici… Quelli che ti cercano e poi dicono: “Se non raggiungi una quota, non riusciamo a distribuirti… Magari faresti meglio a non dire le parolacce… E non citare le canne, il vaticano si potrebbe offendere…”
Sono un blogger, baby, sono un blogger!
Penso spesso che l’interesse suscitato nei miei confronti sia solo un ostacolo alla mia indipendenza. E apprezzo chi liberamente si espone non cercando facile pubblicità.
Seguo il ritmo di Max, viaggio sulle corde di Gary, mi sento più zingaro di Steve e sono innamorato dell’anima del Boss. La sua voce mi accarezza nei momenti negativi, mi accompagna nei dubbi, mi fa ballare e strippare come un pirla illuminando il mio cupo viso. E questa musica è la colonna portante della mia esistenza. Cosa pensi, che io viva su un pianeta lontano e irreale? Magari tu sei una di quelle che approva il fatto che una piazza dedicata a Falcone e Borsellino venga sacrificata in nome di Sbirulino…
Quindi, piccola scrittrice, non giudicare gli altri, è inutile che te la tiri, non importa quanti libri rosa hai pubblicato, se non ti convinco certo non vado fuori giri.
Sono un blogger, baby, sono un blogger!
E’ successo che mi hanno chiesto autografi, dediche speciali e altre stronzate simili. E ogni volta il mio viso è diventato rosso come un pomodoro dopato figlio della cultura OGM.
Agitare il culo, scendere per strada, vivere ogni esperienza con curiosità, è questo che inseguo. Se non capisci le mie parole, forse è meglio che cambi mestiere, perché non puoi fermare uno come me, uno che è Nato per Correre!
Sono un blogger, baby, sono un blogger!
E scrivo il cazzo che mi pare!
Sono un blogger, baby, sono un blogger!
Un blogger Nato per Correre!
Sono un blogger, baby, sono un blogger!
Libero e inafferrabile!
Sono un blogger, baby, sono un blogger!
Felice di essere un blogger, baby, solo un blogger! E la piattaforma Tiscali non la mollo…
All’interno del locale Lorenzo e i Groovers suonavano un pezzo del Boss, una gara in automobile con l’amico Sonny, la folle corsa a bordo di una Chevrolet del ’69, quella struggente fuga dalla disperazione per strappare qualche spicciolo, o solo per guadagnarsi il giusto rispetto.
Là fuori la spiaggia era un asilo per coppie dal cuore infranto, il luogo dove le promesse fatte nella scura notte valevano fino all’alba e nulla più, col vicino mare che rimandava il suo molle sciacquio come sottofondo alle loro giovani gesta. Una mezza luna rendeva bianchicci gli accesi volti di ragazzi sorridenti, pronti a sfidarsi facendo a gara per chi fosse il più duro, il tutto per conquistare l’attenzione delle loro bambine, Jersey girls diventate adulte nel giro di poche ore.
Lei voleva sentirsi addosso quella bella sensazione. Voleva solo vivere, non le bastava più il ruolo di comprimaria, voleva sentirsi dentro quella bella sensazione, prima che questa sporca vita le avrebbe sottratto anche i ricordi, catapultandola nella monotonia assoluta della quotidianità…
Questa notte, disse, voglio sentire dentro l’emozione. Voglio viverla fino in fondo, finché non spunterà l’alba.
Questa notte, sarà la notte degli amanti, la notte dei poeti, una notte magica, la notte della liberazione dove la passione ci guiderà fino al primo sole del mattino.
Non aveva bisogno di altro, solo essere se stessa e vivere il più a lungo possibile quello stato, quella bella sensazione, gli altri non potevano capirla, solo chi era presente in quel luogo divideva con lei il segreto per sentirsi scorrere nelle vene quella bella sensazione.
Era stanca di essere trattata dalla famiglia come una bambina, stanca di scappare in camera sua chiudendosi alle spalle una porta che era una barriera insormontabile, i suoi genitori pensavano solo alla sua università, ai prossimi esami, severi con lei più che con loro stessi, dimenticando che a ventitré anni bisogna anche evadere e cercare di vivere il più possibile. Ma ogni volta la stessa scena, con lei che dopo aver sbattuto la porta alzava al massimo il volume dello stereo pur di non ascoltare la scia di rimproveri che faceva da eco alle infinite discussioni, spesso veri litigi, sempre a causa di quel ragazzo, quello dalla cattiva reputazione, lo stesso che ora era con lei su quella spiaggia della riviera. Lui le raccontava storie di bande che si scontravano giù nelle strade, di riscatto dall’oppressione e di regolamento di conti con la propria anima. E lei, affamata di vita reale, si perdeva in quelle parole, finalmente libera di percorrere la propria strada, non perdendo mai la retta via, quello no, ma inseguendo un sogno che faticava a ritrovare nei libri che leggeva.
Questa notte era la notte giusta, non voleva più trattenersi, non voleva più fare la brava.
Questa notte aveva bisogno di sentirsi appagata, sedotta, aveva bisogno di sentirsi abbracciata, voleva sentirsi amata.
Lui non era il suo primo amore, aveva conosciuto altri ragazzi, altri uomini erano passati sul suo cammino, ma nessuno era così sincero e così travolgente, come poteva spiegare alle amiche che con lui si sentiva bene, si sentiva come la protagonista di un film che sfila sul tappeto rosso per la “prima” davanti a fotografi e ammiratori. Finalmente avrebbe vissuto quel sogno che sarebbe durato tutta la notte.
Non si era mai sentita così, come guidata da un’energia inesauribile, come se quella notte fosse l’ultima disponibile per rendere il tutto reale, l’ultima occasione che le si presentava.
Si tolse le scarpe e rimase a piedi nudi, sentiva l’umida sabbia pungerle le piante dei piedi, una bella sensazione, sì, proprio una bella sensazione, pensava, mentre gli stringeva la mano, e lui, sorpreso, sentì un brivido, si voltò solo per guardarla, niente di più, solo un grazie detto con gli occhi, ma lei l’anticipò baciandolo, finalmente, da tempo lo sognava, lo baciò, a lungo, un bacio dolce, sincero, forse senza un domani, in punta di piedi, aderendo il suo corpo all’altro, una bella sensazione, cose che nessun libro ti può trasmettere.
Una bella sensazione, come potevano capirla gli altri della famiglia, sempre rigidi e conformi alle regole, oppure le ancora troppo adolescenti amiche, le stesse che impazzivano per la musica da discoteca. In quel momento non aveva bisogno di altro, solo essere se stessa e vivere il più a lungo possibile quello stato a lei finora sconosciuto.
Ed era riuscita finalmente a sentire quella bella sensazione, circondata dai suoi fratelli di sangue, sentiva un senso di appartenenza, una gioia collettiva che si propagava nell’aria, si diffondeva attraverso quelle note, felice di vivere questa bella sensazione con coloro che condividevano la sua stessa passione.
Il lunedì avrebbe ripreso in mano i libri di scuola, felice, sinceramente felice, decisamente una bella sensazione…
Per le info del raduno: http://www.glorydaysinrimini.net/
Credeva che non potesse mai accadere. Almeno, non a lui. Senza accorgesene si era costruito una trappola ma era troppo tardi per liberarsi e, forse, nemmeno lo voleva…
Altri amici erano passati per quella fase? Sinceramente non aveva mai visto nessuno nella sua stessa situazione. Aveva osservato questo gioco delle parti dal di fuori, era un semplice spettatore, pronto a cantare le varie sfaccettature dell’amore senza mai averlo conosciuto personalmente.
Come testimone aveva notato che c’era chi si prometteva eterna fedeltà e chi invece lo viveva con leggerezza. C’erano anche persone che pensavano solo a loro stesse, egoiste e bisognose di trovare qualcuno ad attenderle a casa, la sera, senza capire le reali necessità del partner, timorose della solitudine. E infine c’erano “quelli che ce l’avevano fatta”, coloro che stavano assieme condividendo gioie e dolori, evolvendo il rapporto nel tempo, certi della sincerità dell’altro, ma erano rimasti in pochi, solo qualche coppia fuggita dalle facili distrazioni che la vita odierna, con la sua superficialità e la mancanza assoluta di valori, ti inocula nell’organismo come un germe malato.
Ma la notizia dell’imminente divorzio del suo miglior amico l’aveva catapultato in una specie di panico, pensava alla povera moglie ancora innamorata, al loro bambino, ai traumi causati dalla loro separazione. E si sentiva in colpa, stimato da quell’amico fraterno che lo citava di continuo, con sincera ammirazione, felice di far parte anche lui del gruppo fedele al suo motto del “mai farlo a casa mia, la mattina ti ritrovi lo spazzolino di lei nel bicchiere e da quel momento le cose diventano assurdamente complicate”. E molti l’apprezzavano per questa sua scelta, coerente quanto, a dir poco, traballante; una semplice via d’uscita senza prendersi le responsabilità di un rapporto vero, ma non importava, per i miopi occhi degli amici lui era un modello da imitare, libero e spensierato, mai seriamente coinvolto, un eterno giovane che viveva il legame con le donne in maniera del tutto superficiale, spiegavano che per lui era solo un bisogno fisico e nulla più.
Loro non sapevano del suo volo…
Non sentiva la solitudine, anzi, la cercava, i troppi impegni gli riempivano inesorabilmente le giornate e lui aveva bisogno dei suoi spazi, della sua intimità. Era invidiato, molto invidiato, amici dispersi nella memoria lo cercavano e lo citavano nei loro desideri di felicità e di libertà credendo che la strada da lui intrapresa fosse quella migliore, una vita essenziale, rimarcavano, senza promesse da mantenere, una scelta di vita autonoma la sua, quel passare le serate da un letto all’altro senza lasciare traccia alcuna, ammaccando il cuore delle malcapitate senza sentirsi minimamente in colpa.
Non sapevano che quelli erano solo falsi traguardi, illusori, e la sua traballante anima era fragile come la luce di una lontana stella della volta celeste persa nell’oscurità più profonda; era solamente un debole, o un codardo, in fondo sognava la sua donna ideale, ipotetica, il suo “angelo”, lontana, irraggiungibile.
Nessuno poteva sapere che appena il crepuscolo illuminava di rosso i tetti della case il suo cuore volava lontano, raggiungeva il proprio sogno, e se di giorno non parlava molto, ecco, la sera diventava loquace, si apriva, spiritoso e innamorato, spiccava il volo e la raggiungeva, passando al di sopra dei compromessi, delle scelte che fanno male, dei timori di non essere apprezzato, lontano da discussioni e paranoie, guardando la sua immagine, bellissima, senza trucco, fine, spudoratamente bella, femminile, con la frangia buttata lì a caso sulla fronte, sì, sì, bellissima, e sembrava che l’angelo stesse guardando proprio lui, le sue labbra, le stesse labbra che appartenevano a chissà chi altro, erano lì, pronte, ad attenderlo per volare insieme. Notti bellissime, notti infinite passate a sognare, volava da lei per chiacchierare, volava da lei per sentirsi bene, volava da lei per fare l’amore, quello vero, passionale, sincero, non il semplice esercizio fisico, l’amore puro come l’armonia della natura incontaminata che ci circonda, amore puro come lei, l’unica luce nel buio totale.
Credeva che non potesse succedere, almeno, non a lui. O forse no…
La trappola in cui si era cacciato non aveva vie di fuga; i cazzotti tirati al vento non colpivano nessun obiettivo, l’aria che percuoteva rimaneva immobile, non aveva sostanza, solo un leggero movimento e nulla più; drogato di questa folle passione, scappava da lei sempre più spesso, si rifugiava in quell’amore malato, inventato, un volo attraverso verdi prati, distese di fiori, un volo testardo, volava dal suo angelo per farsi proteggere da tutto il male che vedeva. Ne sentiva la necessità, come un fantasma senza nessun lenzuolo a coprire le proprie ferite, le pecche e i difetti. E il suo cuore fatto di dura pietra si scioglieva solo per lei, altro che fortunato, forse sapeva che sarebbe successo prima o poi. Con tutte le maledizioni ricevute dalle altre, coloro che cercavano di fare breccia nella dura roccia, respinte, sofferenti ragazze senza possibilità alcuna, che interrompevano le telefonate con imprecazioni volgari, dicendo “prima o poi troverai quella che ti farà perdere la testa”, ignare che lui l’aveva già persa, per un sogno, il suo angelo, quel volo spiccato verso il cielo, il suo desiderio segreto che ogni santa notte lo raggiungeva e lo tranquillizzava, volando insieme, liberi, senza corpo, liberi dai malanni del cuore e dalle delusioni dei rapporti mal definiti.
In fondo, di questa cosa chiamata amore, lui non ne sapeva nulla, a lui bastava saper volare, solo con la mente, vero, ma temeva le conseguenze del tormento che l’amore provocava. A lui bastava saper volare, un piccolo sforzo d’immaginazione, e via, spiccava lontano dalla sofferenza altrui, codardo, vile, volava tra le sue braccia, accarezzando la sua tenera pelle, sentiva ogni cellula del suo corpo chiamare il suo nome, baciando le sue soffici labbra, certo di aver trovato il suo angelo…
Il volo non provocava danno a nessuno, pensava il povero illuso, sorridendo all’immagine che aveva di fronte, ormai eternamente intrappolato nel suo stesso desiderio.
-Come sei dolce, e che buoni i tuoi biscotti, diceva a ogni boccone l’amica di papà. -Piccola, sei veramente gentile.
Bianca non rispondeva, immobile di fronte a lei, ferma nel suo gelido sorriso. Stava lì impalata, rigida come una cameriera in uniforme, col vassoio posato sulle braccia. Attendeva che quella là prendesse un altro biscotto, senza muovere un solo muscolo della sua severa postura. Così le era stata presentata da suo padre qualche settimana addietro, al loro primo incontro, un laconico “questa è Silvana, l’amica di papà”.
Non riusciva a chiamarla per nome, ricordava solo come l’aveva battezzata sua madre, ‘quella là’; a undici anni Bianca era molto intelligente, troppo intelligente per non sapere che la signorina Silvana era la stessa donna che un tempo faceva litigare i suoi genitori, col padre che urlava “quella là ha un nome: si chiama Silvana! Ed è solo una collega” e Bianca, ancora piccola, ascoltava in silenzio, sentendo crescere dentro un sentimento di puro odio verso il bugiardo padre. E ora, dopo solo un anno dalla morte della madre, quello spudorato la portava pure nell’isolata casa di campagna, a quella là, l’odiosa signorina Silvana, quella con la risata innaturale, rumorosa, una risata sgarbata, l’esatto opposto della madre, donna dolce e fine.
Bianca era molto più intelligente della media. Suo padre confondeva quel suo distacco verso tutti con il trauma appena subito non sapendo che a soli undici anni sua figlia già conoscesse la vita e i suoi lati oscuri. Lui la vedeva ancora bambina, impegnata e fiera nel preparare squisiti biscotti. Pensava che non fosse ancora brava come la mamma, ma le aveva “rubato” la ricetta segreta e il risultato finale era più che soddisfacente.
La madre era volata in cielo l’anno prima, colta da un male incurabile, veloce e spietato. Ma Bianca aveva fatto in tempo a partecipare a quel rito ‘domenicale’ e si ricordava tutto il procedimento. Era intelligente, Bianca, più della media, e aveva apportato leggere modifiche all’impasto, qualche variazione, cose quasi impercettibili al palato.
“Che bello, sono felice di essere quì con voi, in questo casolare sperduto, isolati dal mondo; che quiete, che pace. Bianca, magari un giorno mi chiamerai mamma, lo sai?” disse tra un morso e l’altro l’antipatica, col naso ossuto e quella fastidiosa voce stridula. Chissà cosa ci trovava in lei l’inutile padre, un illusionista che cedeva inevitabilmente al fascino di un carattere dominante senza sentirsi per nulla responsabile delle sue debolezze.
“Cara, forse hai esagerato con lo zucchero” disse l’inutile in modo mieloso, affrettandosi ad aggiungere “ma sono molto buoni, molto buoni”, sostenendo l’affermazione con un nuovo morso, generoso, e poi un altro ancora, sorridendo a quella là, in fondo felice di essere tornato libero.
Nonostante avesse appena undici anni, Bianca era intelligente. A undici anni Bianca capiva che nonostante la folle corsa in auto i due non sarebbero mai arrivati vivi all’ospedale più vicino.
Nell’impasto aveva messo del potente veleno per topi, di quello inodore e insapore, lo stesso che la mamma usava in minime dosi, come le diceva spesso, “perché basta un semplice cucchiaio da cucina per fare schiattare una persona, figuriamoci una pantegana di campagna”. Bianca l’aveva messo tutto, amalgamando bene l’impasto, abbondando con lo zucchero, sapendo che l’ipocrisia dei due “amanti” li avrebbe resi “insensibili” di fronte a un gusto diverso. I due volevano fare colpo su di lei e avrebbero mangiato fino a scoppiare pur di farle piacere, senza nutrire alcun sospetto nei confronti di quella bambina che ancora piccola aveva scoperto i trucchi del padre e la rabbia nei confronti di quella dalla voce stridula.
Quando giunse la polizia lei era sul portico, tranquilla, ad aspettare; cosa poteva rischiare una bambina di undici anni? Non avrebbe mai chiamato ‘mamma’ una donna dalla voce così stridula…
Questi springsteeniani, sempre pronti ad aiutare il prossimo. Se sono bimbi bisognosi poi…
L’appuntamento in libreria è per il 22 ottobre. Non mancate.
Copio e incollo.
P.S.: Ah, dimenticavo, c’è anche un mio piccolo contributo, ma piccolo piccolo…
“Brucetellers” (256 pagine, Edizioni Nuove Esperienze) uscirà il prossimo 22 ottobre e il ricavato sarà devoluto in beneficenza per la Fondazione dell’ospedale pediatrico Meyer di Firenze.
Tutto è nato per ricordare un giovane amico, fan di Bruce Springsteen e appassionato istruttore di basket per bambini. Dall’idea ai fatti: è così che un gruppo di compagni di concerti si è messo in moto contattando il vasto ed eterogeneo mondo degli springsteeniani d’Italia. All’appello hanno risposto in 90 tra giornalisti, scrittori, musicisti, disegnatori, fotografi, liutai, grafologi, collezionisti e semplici fan: tutti con in comune la passione per Bruce, l’esperienza di svariate dozzine di concerti in giro per il mondo e un patrimonio di storie e aneddoti tutti legati al rocker di Freehold. Ne è scaturita una raccolta di storie che ha trovato ospitalità nella nuova collana editoriale con cui l’Associazione sportiva e culturale Silvano Fedi di Pistoia vuole celebrare il quarantennale di attività con il patrocinio delle istituzioni cittadine pistoiesi.
L’uscita del volume avverrà in concomitanza con una serata musicale che si terrà al Piccolo Teatro Bolognini di Pistoia, per la partecipazione di numerosi artisti del panorama nazionale.
Tra le firme, quella di Vini Lopez (primo batterista di Springsteen), Massimo Bubola, Cristina Donà, Marino Severini (Gang), Graziano Romani, Ermanno Labianca, Stefano Mannucci, Marco Denti, Leonardo Colombati, Gianluca Morozzi, Mauro Zambellini e tanti altri, che hanno accettato di prestare gratuitamente la loro opera abbracciando lo spirito benefico e il comune senso di appartenenza a quella patria trasversale di seguaci del ‘Jersey Devil’, un artista che si è sempre distinto per sensibilità e altruismo.
Il volume esce a poca distanza di tempo dalla scomparsa di Clarence Clemons, lo storico sassofonista della E-Street Band, a cui i curatori del libro hanno voluto dedicare la quarta di copertina.
Serata di presentazione del libro “Brucetellers” – Springsteen raccontato da 90 autori
TEATRO BOLOGNINI – Via del Presto, 5 - Pistoia, Italy
sabato 22 ottobre alle ore 21.00
La serata sarà dedicata alla memoria del nostro amico Giacomo Melani.
Ci sarà molta musica di Springsteen e letture tratte da brani del libro. Anche i proventi dello spettacolo (con ingresso ad offerta libera), come quelli del libro, saranno devoluti alla Fondazione Pediatrica Meyer di Firenze.
Durante la serata sarà introdotta e spiegata la nostra iniziativa e sarà venduto il libro (prezzo di copertina 13 euro)
Dal momento che molti di voi hanno manifestato la volontà di dare una mano (ma siamo sicuri che anche molti di coloro che non l’hanno detto saranno felici di farlo), eccovi la proposta: per non limitare la vendita al canale on line, stiamo cercando di creare una rete di librerie indipendenti che si dimostrino sensibili alla causa benefica e ci aiutino a vendere il libro esponendolo nei propri negozi (naturalmente in conto vendita). Lo sforzo che chiediamo è lo stesso che abbiamo fatto tutti noi, ovvero “non guadagnarci niente”, almeno dal punto di vista economico. L’idea è quella di pubblicare in rete (anche attraverso apposito comunicato stampa) la lista delle librerie che aderiranno al progetto, in modo da essere presenti sul territorio e premiare con un pizzico di visibilità quei negozianti che vorranno darci una mano segnalando il loro indirizzo, i recapiti ed eventuali siti web.
Alcuni di voi già ci hanno fatto segnalazioni di questo tipo, quindi chi ha un amico libraio (o negoziante di dischi, strumenti musicali ecc.) e riuscirà a coinvolgerlo nell’iniziativa è invitato a contattarci all’indirizzo brucetellers@gmail.com (oppure gcarobbi@gmail.com) per ricevere ulteriori indicazioni in merito. Il vostro impegno consisterà nel ricevere i libri a mezzo posta (chi sarà a Pistoia il 22 potrà ritirarli direttamente al teatro), consegnarli ai negozianti “amici” e tenere i contatti con loro raccogliendo i soldi delle eventuali vendite.
- Certo, quando incontri la persona giusta lo senti dentro, non hai esitazioni.
- Papà mi ha detto che avete già comprato casa, dove? A Bologna?
- No, no… E’ diventata invivibile, scordati gli spumeggianti anni ’90… Ora sembra peggio di Milano. Diffidente, rabbiosa e… triste. Abbiamo preso casa ad Altedo.
- Per andare a Ferrara?
- Si, cioè, no. Non proprio ad Altedo. Ricordi San Pietro in Casale? Eravamo stati lì con Andrea tanti anni fa…
- Ho capito…
- Ecco, non proprio a San Pietro in Casale, diciamo una frazione… Maccaretolo… e noi stiamo appena fuori…
- Il buco del culo del mondo… – dico prima di riagganciare.
17 – ottobre – 2002
Devo ammettere che The Rising è una gran bel disco.
Io lo definisco “completo”. Strano, per un purista springsteeniano come me. Certo, le parti campionate, quella The Fuse che sa tanto di U2, ma nell’insieme, sempre secondo me, suona molto bene. E poi sarebbe bastata Mary’s Place per farmelo piacere… Dopo la reunion di un paio d’anni addietro si intuiva che il nostro aveva in serbo altre storie da raccontare. L’undici settembre ci stava facendo piombare nel mondo della paura, la parola terrorismo veniva usata per scopi politici e la gente veniva plagiata dall’informazione. Bastava dire Bin Laden che si correva a comprare l’olio e la pasta per riempire la credenza… Poche speranze, futuro incerto. La Rinascita passa da questo album. E vaffanculo a M., giornalista disinformato e stravalutato (forse perché col suo faccione incute tenerezza agli spettatori), che aveva detto che il Boss ha scritto My City of Ruins dopo l’attacco alle torri… SCEMO!!!
Un paio di sere prima avevamo avuto l’aperitivo. Quel concerto trasmesso da MTV, in diretta, da Barcellona. Eccitato come una troia avevo “sudato” davanti alla tele. La sua pancetta era sparita, la Band era tornata una locomotiva e l’Italia lo stava aspettando… Parto per Bologna, senza niente e senza cambi; uno spazzolino, un libro (J. Fante), stivali Walker ai piedi, camicia a quadri, bandana e chiodo.
Sono pronto.
Arrivo alle 18,00 e per raggiungere via Bellaria (puntello col BrotherOne) prendo l’autobus 36; quando passiamo per via dell’Indipendenza il mezzo rallenta, quasi fino a fermarsi. Al mio lato destro ci sono i portici. C’è un bar che ha fuori dei tavolini. Penso a quali schifezze devono ingerire i clienti che si siedono a meno di un metro dal nostro tubo di scappamento. Per esempio, quei due turisti, tipicamente americani, che bevono il cappuccino a trenta cm dal sottoscritto… Ma il volto di uno dei due mi è familiare… Lo conosco, anche se non mi ricordo dove l’ho visto… Troppi cannoni, porca di quella troia… DANNY!!!!!!!!!!!!! E’ DANNY!!!!!!!!!! Con Soozie si sta bevendo la tipica bevanda che noi prendiamo a colazione e loro come aperitivo. I nervi si fanno tesi, batto le mani sul vetro come se avessi visto la luce (per me era così), urlo il suo nome nello sconcerto del resto dei passeggeri, dico a una novantaduenne che mi fissa – cazzo è Danny! e dalla gioia vorrei limonare con lei. Sento che l’autista sbotta e mi rimprovera, lo mando a fare in culo… Sotto l’Hotel Baglioni ci sono giovani con zainetti e bottiglie di acqua, scarpe da tennis e voglia di Rock: i miei Blooders… Proseguo, lascio ai fratellini l’appostamento e continuo il mio viaggio. Sento che la tensione sale, come cazzo faccio a non scendere e mischiarmi con “loro”…?
18 – Ottobre – 2002
Dopo la serata col fratello, il risveglio è speciale.
Sapete quando ancora si è intontiti e ti si stampa in faccia un sorriso ebete che non capisci?
Oggi c’è il Boss!
Ecco perché rido da solo. Mio frà mi aveva detto qualcosa prima di uscire, tipo che “dovevo” andare con lui a Bologna, ma ero ancora rincoglionito e non volevo uscire alle sette del mattino. Sento dirgli diverse parole che non colgo, l’ultima parla di sciopero…
Ore 10,00. Sono pronto. Colazione, fatta. Cacca, fatta. Sigaretta, accesa. Si parte. Nulla può rovinarmi la giornata… “Baby, quando credevo di sapere tutto quello che avevo bisogno, di conoscere di te il tuo dolce respiro, il tuo tenero tocco. Realmente non conoscevo granchè… Lo scherzo è su di me, andrà tutto bene se solo riesco a passare questo giorno solitario…” Lonesome Day, Bruce Springsteen
Esco per strada, mi stiracchio e inizio a chiedere dove si possa prendere un treno, un autobus, un mezzo qualsiasi. L’unica anima viva è una vecchietta che gestisce un bar più antico di lei; le tazzine pesano dieci chili e il caffè che mi serve è una botta di vita. Dice che devo andare a San Vincenzo (Galliera), lì troverò la stazione dei treni, ma prima che esca a godermi questa stupenda giornata di sole mi dice che non troverò nessuno. Penso che mi stia trattando così perché non ama i forestieri, “occhei, sciura, io non mi arrendo” - rispondo. Sono solo un paio di chilometri e li macino come arachidi. Arrivo in stazione e la vedo deserta. Troppo deserta. Avete presente l’inizio di “C’era una volta il West”? Mancava la goccia sulla tesa del cappello del tipo di colore. Silenzio. Assoluto. Leggo gli orari e vedo che c’è un treno per Bologna ogni ora. Non sono ancora le 11,00 e ho tutto il tempo che voglio. Aspetto quaranta minuti e noto che non è passato neanche un treno. Inizio a innervosirmi. Mi rollo una canna per placare la tensione crescente. Appena finito il joint entra un “casellante” e mi dice che oggi c’è sciopero. Rispondo che almeno un treno passerà, non siamo nel terzo mondo. Lui mi risponde che “si, certo, dopo le 18,00 partirà un treno da Ferrara, sarà stracolmo e non ci si potrà salire talmente sarà pieno, prova a controllare gli autobus…”. Va bene, niente mi ferma. Sono un pochino rincoglionito dall’effetto “stupefacente” ma si, andrò in bus…
La fermata è un palo. I biglietti si comprano al bar. Entro e noto che sono l’unico. Questo non è il buco del culo del mondo: è lo sfintere interno del buco del culo del mondo. Anzi, le pieghe che formano lo sfintere… Dove cazzo sono finito? Il vuoto, il nulla, spazi e campi. E’ ormai più di un’ora che giro come un pirla e inizio a preoccuparmi. Non c’è anima viva. Il Boss mi aspetta, non posso fare tardi. Controllo l’ora, un quarto a mezzo giorno… Ho deciso: faccio l’autostop.
La bontà degli Emiliani è nota. La loro generosità, il loro altruismo sono conosciuti. Le mie origini parmensi mi fanno essere fiducioso… Prendo la strada statale e mi incammino verso il capoluogo. Alle 12,00 il sole picchia come un trans appena derubato, mi spoglio del chiodo e rimango in camicia. Cammino sul margine della strada, un pochino pericoloso, le auto sfrecciano veloci e non esiste un cazzo di marciapiede. Mentre cammino tengo fuori il braccio sinistro e quando sento giungere qualche veicolo alzo il pollice. Alle 13,00 inizio a pensare che i walker ai piedi sono stati un grave errore. Regola numero uno: ai concerti del boss serve agilità. Alle 14,30 ho già percorso dieci km… Cazzo, è dura. Sono a San Giorgio sal cazzo e inizio a parlare con Dio a modo mio… Sono sempre più sudato e temo di non vedere il Boss. Alle 16,00 sono completamente distrutto, sono nei pressi di Funo e i chilometri accumulati sono più di quindici; è volata pure la camicia. Inizio a odiare gli emiliani e chi li ha inventati e bestemmio come un livornese. Nessun cristiano si degna di fermarsi. Il clima è pienamente estivo (che cazzo, siamo a ottobre e ci sono quasi trenta gradi). Penso che ne vale sempre la pena…
“Non so quanto lontano sono andato. Quanto lontano sono andato, quanto in alto ho scalato. Sulla mia schiena un masso da sessanta libbre. Sulle mie spalle mezzo miglio di corda…” Bruce Springsteen, The Rising.
A Castel Maggiore sono completamente fuori di me.
Impreco, azzardo, immagino, inveisco e mi sento crepare. Siamo a quasi 20 km., penso che non arriverò mai in tempo. Ormai non faccio più l’autostop ma mostro direttamente il dito medio… Si ferma una macchina.
Siate beati, penso. Sono sei indio-pachistani mandati dall’arcangelo Gabriele a salvarmi la giornata. Nessuno di loro parla italiano. Hanno denti gialli e sono più unti della carta assorbente che usa mia madre per scolare le cotolette. Li abbraccio, uno a uno. Sanno di Curry ma li leccherei tanto gli sono grato. Cercano di farmi capire che si fermano all’altezza della stazione dei vigili del Fuoco. Non importa, rispondo, anche due chilometri a questo punto sono ORO. Quando li saluto penso che a volte certa gente è generosa, di indole. Faccio due conti: ho camminato per 23 chilometri e ora ne mancano solo sette per giungere a destinazione. Una passeggiata. Sono le 17,50 e sono a pezzi; BRUCE, ARRIVOOOOOOO!!!!!
“Nel mondo ci sono solo due tipi di persone: quelle che adorano Bruce Springsteen e quelle che non l’hanno mai visto in concerto.” cit.
Alle 19,20 vedo la meta. Ho le vesciche ai piedi, l’ascella è pezzata e lo sguardo è assassino. Mi attacco alla vetrata del supermercato di cui mio fratello è il direttore e picchio come un randagio a piene mani. Avete presente il film “Il laureato”? Dentro non c’è nessuna mrs. Robinson a impedirmi di sposarmi ma clienti attoniti, interdetti e spaventati che osservano questo pazzo che urla come un ossesso la frase: AAAAARRRRRRRRRRRRGGGGGGGGGGGGGGHHH.
L’unico che non è sorpreso dal tremore di vetri è il direttore. Anzi, lo scemo mi prende per il culo e ride a crepapelle. Fratello, non sai cosa ho provato… Dopo mezz’ora passata a massaggiarmi i piedi (quando ho tolto i walker le calze si erano “fuse” con la pianta), siamo in macchina: direzione Casalecchio di Reno, Palamalaguti.
L’eccitazione è massima. Rimaniamo in piedi in mezzo alla bolgia. I chilometri macinati? Svampiti, dimenticati. Fame? Zero. Davanti a noi ci sono dei ragazzi giunti da Barcellona. Li ascolto dare giudizi in spagnolo, e non sono per nulla edificanti verso il nostro paese, verso il popolo del Boss. Paragonano, illustrano, dichiarano… Dicono che il pubblico spagnolo è migliore (?) e che sono delusi dall’atteggiamento che abbiamo noi italiani. Che cazzo vogliono ‘sti stronzi con la puzza sotto il naso? Parlano ancora prima di vedere il concerto… Pensano che nessuno capisca quello che dicono. Io ho parenti Baschi. Mi sento MOLTO legato a quella terra. Mi avvicino all’orecchio di uno di loro e bisbiglio qualcosa riguardante le bombe dell’ETA e colpisco nel segno. Mi dicono di non arrabbiarmi…
Manca poco, saltello sul posto e l’eccitazione sale proporzionata ai cori che si fanno sempre più intensi. Parte il concerto. Uno dei migliori a cui ho assistito. Sarà per la povertà della struttura che ci ospita (dietro si intravede il parcheggio) che rende “intimo” lo spettacolo, sarà che me lo sono “sudato”, o più probabilmente sarà la scaletta (5 pezzi da Born to Run). Che cosa dire… Pezzi unici (Night ha sostituito la bellissima ma troppe volte assistita da me Prove it all Night) e Something in the Night è commovente. Anche se le lacrimuccie scendono al duo Empty Sky – You’re Missing. La chicca è Stand on it, avevo pure il singolo (retro di Glory Days), introdotta al piano dal “professore”… Finalmente assisto a Backstreets, la canzone che dall’88 non vedevo suonata dal vivo, seguita da una struggente For You eseguita da solo al piano. Born to Run è suonata con Elliot Murphy e cantata da tutto il palazzetto. Il concerto prosegue fino a naturale conclusione.
La gente non si rassegna, non basta, non basta. Cazzo, Bruce, ho fatto tanta strada (e non parlo metaforicamente), non ci lasciare così… dai, cosa diciamo ai catalani di prima, vogliamo far capire chi siamo??? La gente la pensa come me, appena la band abbandona il palco, sale il coro di Thunder Road, non si placa… Bruce, porca di quella troia, ho fatto trenta chilometri a piedi per essere qui stasera. Trenta chilometri con gli stivali. Fammi un regalo. Escono tutti i componenti, allacciate le cinture, l’ultima è per NOI. Luci accese. La canzone più bella di sempre. Il pezzo che non mi stancherò MAI di ascoltare. Urlo, canto, vivo assieme ai miei fratelli di sangue la nostra passione, l’Amore che ci lega a Bruce. La mia voce ormai è ridotta al nulla e le vesciche pulsano come uno schiocco di frusta, ma non me ne frega un beneamato cazzo di niente…
“Oh oh come take my hand. Riding out tonight to case the promised land. Oh oh Thunder Road. Oh Thunder Road. Oh Thunder Road. Lying out there like a killer in the sun. Hey I know it’s late we can make it if we run. Oh Thunder Road, sit tight take hold, Thunder Road” Oh, oh oh oh….
“Well I got this guitar, and I learned how to make it talk. And my car’s out back. If you’re ready to take that long walk. From your front porch to my front seat. The door’s open but the ride it ain’t free. And I know you’re lonely. For words that I ain’t spoken. But tonight we’ll be free. All the promises’ll be broken. There were ghosts in the eyes. Of all the boys you sent away. They haunt this dusty beach road. In the skeleton frames of burned out Chevrolets” La più grande poesia d’amore Rock, la speranza per i vagabondi, la carezza a chi non può permettersi il lusso dell’Amore facile…
…“But when you get to the porch they’re gone. On the wind, so Mary climb in. It’s a town full of losers. And I’m pulling out of here to win”. Thunder Road, Bruce Springsteen.
Solo di Clarenzio, band in prima fila e stop. Finito. Il coro continua…
Io non mollo una mazza.
I miei polpaccetti (ladyminchia, sigh!) sono impiantati, non mi muovo, canto, canto, canto…
Lui è il Boss e nulla me lo leva, noi siamo il pubblico migliore che ci sia, questa è la sacrosanta verità.
Oh oh Thunder Road. La Band è già sparita, noi no.
Oh, oh oh oh…
Intravedo gente che si eccita, è Bruce che torna sul palco ad accompagnarci nel coro con il piano. Unico, irripetibile.
Oh, oh oh oh…
Cerco con gli occhi gli spagnoli, vorrei fargli mangiare la merda che avevano sparso su di noi. Magari esce pure il vostro “live”, ma questa è già storia! Non esco neanche dopo che parte la musica, nello schermo viene trasmesso il video di Countin’ on a Miracle, versione acustica.
Cazzo, questo è il Boss. Questo è Bruce Springsteen con i suoi tour italiani.
Questi siamo NOI.
Lo so, lo so, i concerti del Boss sono sempre belli, in Italia, in Europa, ovunque.
Aveva detto al suo fidanzato di lasciarla in pace.
Solo questo. Nulla più di una boccata d’ossigeno presa a pieni polmoni, aveva spiegato, per liberarmi dai dubbi e dalle incertezze.
Lui non capiva.
Non capiva questi suoi momenti di crisi. Non ne afferrava il motivo reale, credeva fosse stato chiaro, una coppia “deve” aiutarsi, diceva…
Non capiva cosa passasse nella testa della sua fidanzata, quali fossero questi maledetti “pensieri” che la tormentavano. Lei e la sua inquietudine erano diventati un “suo” problema e doveva risolverlo. Per nulla al mondo avrebbe rinunciato a lei, innamorato e fedele al suo cuore, ma chi vede il mondo a colori spesso non capisce cosa succede nel cervello di chi è circondato dalla tenebrosa nebbia. E puoi scavare fino in fondo, a mani nude, o cercare delle soluzioni tremendamente personali, che non serve proprio a nulla.
Lei non parlava. Non si apriva.
Non voleva fare male a una persona che amava.
Ma il suo fidanzato non le lasciava tregua. Lui e il suo fottuto bisogno di avere subito le risposte. Pronte e impacchettate, un luccicante nastro d’argento a fare da cornice. E in questi casi lei diventava cattiva. Lo trattava male e lo allontanava il più possibile. Ma come un elastico ben tirato lui tornava sempre indietro più innamorato che mai. Prendeva la rincorsa e ripiombava da lei, fiero delle sue certezze, dichiarandosi pronto a combattere assieme a lei questa dura battaglia.
Non capiva che, facendo così, peggiorava solo le cose.
Comprava per lei bellissimi fiori, la chiamava cento volte al giorno, cercava di risolvere la questione a modo “suo”. All’ultimo appuntamento aveva anche pianto, teneramente, implorandola di farlo entrare nel suo mondo, sicuro del fatto suo, che avrebbe capito, diceva, si sarebbe “sbattuto” non lasciandola mai da sola.
Non avrebbe mai rinunciato a lei. Alle sue smorfie che valevano più di mille parole, ai suoi profondi silenzi, al suo sorriso che nei giorni sì era “solare” e donava felicità al suo cuore.
Lei, per canto suo, combatteva una dura battaglia con le proprie armi. Reggeva, tollerava, a volte sorrideva anche, ma alla fine eruttava in un’esplosione di rabbia offendendolo, lui e le sue teorie da quattro soldi, due più due fa sempre quattro, diceva, convinto che la matematica non fosse un’opinione. E facendo così peggiorava solo le cose, scoprendo un lato che lei non apprezzava affatto. Debole e troppo mieloso. Un uomo non piange mai… pensava.
Come poteva spiegargli che viveva con i suoi fantasmi. Come poteva esserle di aiuto una persona che vede le cose in maniera semplice e lineare. Come poteva dirgli che il suo peggior nemico era lei stessa. Nessuno avrebbe potuto aiutarla, sicuramente non lui, e neanche coloro che condividevano il suo stesso sentimento, quella maledetta inquietudine che ti stringe la gola e assedia i tuoi pensieri tirandoti sempre più in basso, penetrando nelle ossa come l’umidità invernale, strisciando ai tuoi piedi, infima sensazione che non arriverai mai neanche a sfiorare le pendici del paradiso e della felicità reale. Cosa cazzo ne poteva sapere lui, protetto e cullato dalle sue certezze, dalla sua religione tutta risposte e nessun dubbio. Cosa poteva sapere lui delle sue notti passate a cercare di sconfiggere i propri demoni, questa invincibile malinconia, senza mai vedere sorgere un sole splendente, una possibilità di vivere leggera un domani che non sarebbe mai giunto.
Cosa ne poteva sapere lui dell’ombra, dell’oscurità, del fatto che lei vedesse il suo peggior nemico ogni volta che si rifletteva allo specchio. Sapeva che avrebbe dovuto conviverci per il resto dalla sua ancor giovane vita.
Sconfiggere la paura significava sconfiggere se stessi, farsi del male da soli, doveva imparare a vivere insieme a questa sua forma di disperazione, solo questo, prendere una boccata d’ossigeno, tornare a respirare e isolarsi in questi suoi periodi “neri”.
Non poteva dire al suo fidanzato che il suo lato oscuro gli avrebbe provocato un dolore assurdo, forse in maniera del tutto involontaria, ma alla fine lo avrebbe fatto soffrire.
“Occhei, va bene, passa alle quattro, mi farò trovare giù all’angolo”, disse stremata. Non voleva farlo piangere ancora, sentiva la sua voce “tremolante” anticipare le solite parole. Allora aveva ceduto, sarebbero usciti, nonostante le ombre, la tristezza e l’oscurità.
Prima di uscire si sistemò la folta chioma e guardò allo specchio la faccia del suo peggior nemico salutarla dicendole “a dopo”…
“…nessuno può darmi ciò che voglio”, disse all’amica festeggiata in quel modo spumeggiante, usando un tono tipicamente teatrale e forzatamente svogliato. All’interno tutti ridevano e ballavano mentre l’uomo sedeva in un angolo nel fondo del tram.
Tutti ridevano e ballavano, tutti tranne lei e quell’uomo…
Veramente originale festeggiare il compleanno di Paola, la sua migliore amica, in un mezzo interamente riservato ai loro amici. Quel pezzo da museo, addobbato a festa e straripante musica, sferragliava allegramente attraverso il centro di Milano contagiando anche gli attoniti passanti.
Paola, la neo-ventenne, sporgendosi dal finestrino, rispose:
“Certo, noi siamo comuni mortali mentre tu sei divina… Pamela, non so se lo hai notato, c’è una persona che ti fissa da quando siamo partiti.”
L’uomo doveva avere oltre quarant’anni, forse quarantacinque, e la fissava attraverso occhiali formati da spesse lenti, occhiali squadrati e volgari, del tutto fuori moda. Pamela non capiva perché dovessero invitare anche simili dinosauri a una festa di giovani e, quando lo vide alzarsi, capì che veniva verso di lei per chiederle di ballare. All’idea di sentirsi posare sulle sue spalle quelle mani ‘datate’ e ‘nodose’ si sentì male. Si volse verso Paola e ringhiò:
“Non dovrò mica ballare con quel ‘coso’ lì, vero?!”
Paola posò al suolo il bicchiere di birra, guardò il ‘coso’ farsi largo educatamente, avanzare instabile in mezzo alle giovani coppie che stavano ballando uno scatenato rock&roll e, con voce quasi impercettibile, confessò all’amica:
“Pamela, quello è Ettore Bianchi, un caro amico di famiglia. E’ il padrone della fabbrica di microchip più grande del nord Italia, è rimasto vedovo da poco e… è un multimiliardario.”
L’uomo era arrivato davanti a Pamela; la fissò attraverso le spesse lenti e, denotando un certo imbarazzo, parlò:
“Signorina Pamela, disse, permetterebbe questo ballo?”
Lei non lo udì nemmeno, era già tra le sue braccia, delicatamente stretta da quelle che non erano più mani datate o nodose; ormai per lei erano mani forti, mani sicure, mani virili, pensò, e poi non è per niente vecchio, è un uomo, e lei era stanca di quei bambocci infantili dei suoi amici, sempre a parlare di taggare o postare o altre stupidate simili. Voleva dimenticarsi velocemente dell’ultimo ragazzo, uno che non la metteva nel risalto che avrebbe meritato e che si dimenticava pure del suo compleanno, impegnato com’era a passare le serate a giocare a calcetto con gli amici o alla play station sotto effetto di eccitanti da quattro lire.
Pamela pensò che la vita per un uomo inizia a quarant’anni e poi lui non era neppure brutto. Anzi era forte, elegante nel suo incedere e… così uomo che solo a guardarlo aveva l’impressione di sentirsi protetta e che con lui potesse raggiungere la tanto agognata felicità. Si aprì in un sorriso conturbante e tornò a recitare fedelmente la parte della perenne annoiata in cerca di qualcosa di diverso.
Pamela, ancora giovane ma già scaltra, appoggiò la sua guancia a quella dell’uomo e sussurrò all’orecchio del quarantenne, in modo languido e per nulla triste:
“Lei è molto gentile, ma… nessuno può darmi ciò che voglio.”
“Vedremo.” Replicò lui, cingendole la vita in un intimo abbraccio.
“Le andrebbe di scendere e andare a mangiare un boccone? Con i miei coetanei mi stanco subito…”
“Ogni suo desiderio è un ordine.” Rispose Ettore Bianchi, cercando con gli occhi una venditrice di rose. Lei meritava solo il meglio.
Paola li vide sparire così, in una comunissima serata di un comunissimo primo novembre milanese…
La sirena che urla la fine della giornata, il rompete le righe fino al prossimo giorno lavorativo.
Per tutti è una gioia, ma per me non lo è per nulla.
Saluto i “colleghi”, felici di ritrovare familiari sorrisi in attesa di sbocciare, mentre mi avvio alla fermata dell’autobus.
Osservo la gente. Li vedo ridere, scherzare e correre, con l’amico o con la fidanzata, a prendere un buon aperitivo nei vari bar della zona.
In corso di Porta Ticinese dopo le diciotto la folla si riversa in strada e sembra un viale di Barcellona tanta è la gente che riempie la chiassosa via cittadina.
Io li osservo, aspetto l’autobus e li ascolto. Senza mai aprire bocca.
Ascolto le loro risate e chiudo gli occhi…
I discorsi no, quelli non mi interessano.
Ma le risate della gente spensierata sono per me come una boccata di fresco ossigeno.
Il cielo è vuoto, il mio futuro è certo.
Solo tra quattro mura a leggere l’ennesimo libro di racconti, di spazi inesplorati, di terre immaginate.
Arriva l’autobus che mi porta alla stazione Nord in piazzale Cadorna. La gente strattona senza chiedere scusa. Mi domando quando abbiam perso il senso civico, la semplice buona educazione.
Salgo e noto che sono tutti al telefono. Forse sono cose importanti, oppure vitali. Anche se a me sembra una semplice moda, quella di farsi vedere che si è al cellulare, ma non saprei dirlo con certezza.
Vanno tutti di corsa, pare che abbiano fretta di arrivare a casa e rinchiudersi nelle loro vite a tre mandate. Forse temono i ladri, oppure gli scocciatori che vendono casa per casa. Sono diffidenti, attenti a non cadere nelle trappole, vigili e sempre all’erta.
Per me il viaggio quotidiano è l’unico momento dove l’immaginazione trova spazio nella realtà.
Un’anziana signora fatica a scendere dal mezzo. Le prendo la mano e l’accompagno per un pezzo di strada. Lei dice: “che caro figliolo, che persona simpatica”. Mi congedo accarezzando la sua tenera guancia, nascondendo una lacrima solitaria.
Piazzale Cadorna, con le sue luci e il suo monumento alla moda milanese, riesce a farmi sognare anche a colori.
Immagino di essere in mondi a parte, dove nulla è come sembra. Così dimentico le pene e le sofferenze, e la mia mente scappa da lei.
Il fischio del treno avvisa i passeggeri di salire a bordo, la chiusura delle porte è per me un dolore simile all’emicrania.
Le fermate mandate a memoria, la Bovisa e la nuova stazione, chissà com’è là fuori, se han sistemato le cose, l’ultima volta che la vidi era ancora colma di decadenti edifici abbandonati dal dopo-guerra.
Arrivo a Bollate centro. Ancora pochi metri di aria pulita, di cielo libero da intossicazioni verbali e forzature giudiziarie.
L’autobus mi raccoglie davanti alla stazione e mi scarrozza in giro per questa grigia cittadina.
Osservo i ragazzi fuori a girovagare godersi l’amicizia e, anche se non li sento, faccio mia la loro allegria.
Uno di loro deve aver fatto uno scherzo, l’altro lo insegue con in mano un bicchiere. Ma sono felici, non hanno pensieri, stasera a casa troveranno un buon pasto caldo preparato con amore.
Le loro risate. Serviranno molto, siamo alla vigilia del fine settimana, e sabato non si lavora.
Trovo da sedermi ma non stacco lo sguardo dal finestrino fino alla mia fermata.
Scendo dal mezzo e la nausea mi assale. Eccomi a casa; la porta carraia, le mura di cinta e tutto sprofonda.
Cerco di reggere lo sguardo delle guardie, i secondini battono il tempo dell’appello serale, dicono “ben tornato”, ma non c’è simpatia nelle loro parole.
Stridendo sorrido, mi faccio perquisire ed entro.
I battenti del portone scattano con un suono metallico e il rumore di chiavi elettronico rimbalza come un proiettile impazzito nel mio cervello.
A me nessuno ha dedicato articoli, nessuna canzone contro l’Expo, niente racconti romantici sulle rapine.
Vent’anni fa un giudice mi ha condannato all’ergastolo per un colpo andato male.
Ho solo rimorsi. E ogni notte vedo la stessa scena.
L’attimo in cui ho compromesso la mia vita. Per sempre.
Niente di romantico, niente di eroico, solo un gesto ignobile.
Oltre alla mia, ho rovinato la vita alla donna che amavo. Lei era incinta di cinque mesi. E non mi disse nulla. L’ho scoperto da poco, grazie a un amico.
Ora convive assieme ad un uomo che mia figlia chiama papà.
Non la vedrò crescere, non riderò mai con lei, nessuna festa di laurea, nessun abbraccio speciale.
Una volta ero un uomo, adesso non c’è più spazio per me.
Hey, secondino, chiudi il portone. La mia vita non mi appartiene…
Mia piccola Principessa, come posso esprimere in semplici parole un sentimento. Forse dovrei cantare le tue mille virtù, ma non possiedo una voce così intonata da rendere magico questo momento. Sapienti e sicure mani hanno scolpito nel marmo la tua fragile bellezza, mentre le mie tremano al solo pensiero di te, del tuo viso negato al mondo intero.
Chiuso nell’imprudente pazzia del mio folle amore, non conosco abili trucchi per palesare l’emozione crescente, imprudente e randagia, libera di correre nelle verdi terre incontaminate, come farebbe un fiero cavallo selvaggio nella fresca brina mattiniera.
Mia piccola Principessa, il mio sensibile cuore teme che tu non reggerai all’urto della vita, splendido fiore privato delle sue giovani radici, e che la bufera mi colga impreparato se non vorrei essere per sempre lì al tuo fianco, nel caso ne avessi bisogno.
Attendevo seduto sotto un’esile tettoia con le mani in tasca. Solo questo. La sigaretta ciondolava stanca dalla bocca, osservavo sconosciuti volti che alternavano lacrime e sorrisi, l’autunno era giunto con le sue silenziose foglie sparse al suolo e quel dolce profumo di malinconia.
Le ore passavano… ma i secondi no. Quelli rimanevano fermi ad aspettare te, eterno e dolce cigno graziato.
Mia gemma preziosa, cosa succederebbe mai se non potessi vedere i tuoi occhi splendere come un raggio di sole, o le tue labbra dorate pronunciare il mio nome, o sentire le tua morbida pelle sfiorare la mia, o inseguire il tuo lento andar via.
Le nostre vite si sono appena sfiorate, nulla più. Ma è impossibile dimenticare un morbido sogno nato sotto un cielo illuminato da brillanti stelle lucenti, sostenuto dalla volta celeste col suo futuro già scritto.
Spiriti neutrali ballano allegri nei miei pensieri, festeggiano una vita fatta di speranza. Racchiuso nel suo sgualcito cappotto un vagabondo chiede una moneta, mi alzo e l’abbraccio. Lo ringrazio stringendo forte la sua nodosa mano e gli offro una calda minestra. Lui è il mio eroe,
sconfitto,
dimenticato,
abbandonato.
Lo saluto chiedendo perdono, è mia la colpa, di nessun altro. I suoi occhi racchiudono la bellezza stessa della vita vissuta, dell’esperienza di chi non ha nulla, e una semplice carezza è l’intero paradiso in terra.
Che nessuno più mi tocchi, la verità è che sono qui per te.
Sono qui per te, per te, solo per te.
E che il tramonto color rosso fuoco mi sia testimone.
Per te, per te, sono qui per te.
A sancire che si tratta di vero amore…
Torno al mio posto illuminato dal freddo argento dei neon industriali. La periferia del cuore scappa veloce, è una semplice voce con il suo accento di terre lontane, un relitto abbandonato alle maestose onde del mare in tempesta. Le ombre si allungano e giunge la sera. Mia anima dolce, mia eterna primavera, mio soffio di vento, riusciremo mai a vivere in pieno questo insensato amore?
Le inutili promesse di amore eterno le lascio agli uomini veri, mentre io sono solo metà, senza di te, solo una metà mai completata, non voglio essere un banale e occasionale amante, non posso più rinunciare al tuo essere semplice, assetato d’amore vorrei bere dalle purissime acque provenienti dal tuo giovane cuore, a mani nude, colmare questa mia possente sete con sincero ardore.
Mia amata, mia unica amica, piango felice nell’attesa di un solo momento, solo uno stupido istante, in cui potrò stringerti a me per sentirmi realmente contento.
Insipida è questa mia vita passata nella continua ricerca di te e del tuo esser mia, perché ti penso, da sempre, da prima di tutto.
Da sempre ti penso, mia forte ragazza, mio spirito giuda, mia eterna saggezza. Con te al mio fianco nulla è impossibile, viaggiare alto nei cieli, affrontare pericolose sfide. Con la tua mano chiusa nella mia ogni nuovo giorno sarà meglio di ieri, e il mio viso tornerà a risplendere assieme al tuo, ora pallido, ora buio.
Le promesse iniziali le lasciamo ai ciechi credenti, coloro che non vedono oltre ad un semplice muro, fermi sul posto col loro male oscuro, immobili ad aspettare che qualcun altro risolva i loro problemi. Mentre noi, mia fata sublime, sappiamo alimentare questa pazzia fondendo le reciproche vite in un sol viaggio che ci vede percorrere strade diverse, ma è la meta che conta, il rassicurante bacio della buonanotte. E il nemico che abbiamo siam spesso noi stessi, intrappolati in stringenti corpi che ci legano al suolo, mia amata, libera l’anima, falla volare, fai sì che questo mio cuore, a volte malato, venga preso nella tua tenera mano, così da veder bellissime notti, vivere il sogno dell’unione perfetta in questo mondo molesto e crudele.
La mia mente infantile si nutre di te e del succo tuo, o nettare vitale, morbida fragola d’assaporare. Avaro di beni reali, nulla è in mio possesso. Spoglio di monete sonanti e di vorticosi palazzi, sono un semplice folle che ancora ci crede, in fondo una cosa è già mia, e forse è meglio di un tesoro disperso, è il mio orgoglio sincero d’amarti da sempre e che lo veda il mondo intero, non ho più timore di passare per uno che non prova alcun sentimento, nessun desiderio.
Racconteremo ai nostri figli di come ci siamo incontrati, della reciproca fiducia, dell’esser sinceri con l’altro, e non solo con noi stessi. E quando li vedremo sprofondare nel sonno ne assaporeremo il profumo, proteggendo il loro futuro con il nostro avvolgente amore, incuranti di quello che succede nell’infuocata vita reale, leggendo una storia che abbiam scritto assieme, dando certezza alle anime dubbiose, lasciandoci addietro l’inutile zavorra di insani pensieri e di dubbi mai detti, che nessuna ricchezza è più preziosa di questo nostro futuro, e so di certo che lotteremo fino allo stremo, perché la bellezza sta nel vivere la vita e rendere unica questa esperienza.
Attendevo seduto sotto un’esile tettoia, chiedendo perdono ad un dio a cui non credo, quando sei comparsa. All’improvviso. Il mio cuore ha capito prima di me che finalmente ti avevo incontrata. E la musica del Boss è esplosa in tutta la sua struggente poesia. All’inizio era un semplice gioco ma pian piano ti sei fidata, mi hai regalato la gioia e la bellezza racchiusa nel mio sguardo verso di te, smarrito in chissà quale oscuro passato.
Perso nella scalata alla quotidiana sopravvivenza non capivo la ragione del continuo agitarsi per restare ancora in piedi, non possedevo certezze né segreti da farmi rilevare, forse avevo solo più soldi ma non mi sentivo per nulla ricco, l’amore non lo si può comperare, e adesso che non ho nulla mi sento veramente un signore, cammino a dieci centimetri dal suolo e non ho nessuna intenzione di atterrare, vivo il mio sogno impossibile dedicandoti stupide parole, dormo con te al mio fianco e non provo alcuna vergogna, sorrido alla luna e danzo con le cadenti stelle, il mio ruolo l’ho trovato ed è quello di renderti felice, un tuo sorriso vale mille milioni e che io sia maledetto se lo barattassi con qualsiasi oggetto o denaro. E nessun cuore spezzato riuscirà mai a cancellare le tracce del nostro indelebile amore, perché la tua fragile anima la porto nel mio intero essere, l’indivisibile fusione di due persone così lontane ma così vicine, la risposta è solo una ed è semplice, la ricerca dell’anima gemella per completare quello che è rimasto di un mezzo uomo che prima di te era incapace di amare.
Chissà mai se ti incontrerò ancora, il destino è beffardo e non lo voglio sfidare. Ma se succederà sappi che la verità non la si può trasformare, o celare, o mascherare, o nascondere all’infinito.
E ti dirò queste parole.
Non sono quì per caso.
Ho avuto più coraggio nello sfidare la morte che affrontare la vita con le sue delusioni. Sublime codardo io ero, ma grazie a un vero angelo ora ho capito…
La verità è che sono qui per te.
Sono qui per te, per te, solo per te.
E che il tramonto color rosso fuoco mi sia testimone.
Rita guardava la vita attraverso la grande finestra della camera da letto. C’era il mondo là fuori, ammorbidito e ovattato della scighera, il tipico nebbione milanese che “bagna” le persone, e non provava più rabbia.
Aveva urlato, Rita. Aveva lottato, Rita. Tempra forgiata in altre epoche, quella di Rita.
Non aveva mai messo piede nella fabbrica dove lavorava il marito.
Mai.
Eppure aveva vissuto seguendo il ritmo impresso dai turni della Breda, aspettando il fine settimana per andare a ballare al circolo o regalarsi scampoli di felicità.
Un colpo di tosse. E poi un altro ancora.
Le figlie erano lì al suo fianco, presenti, come sempre. Rita osservava lo squarcio di mondo che filtrava dalla finestra e decise di farlo entrare. Invitò il mare intero, ricordava i viaggi degli anni ’70 verso la villeggiatura, le colonne di auto in fila sognando le tanto agognate spiagge ferragostane, con le bambine ancora piccole e le valigie montate sul tetto dell’utilitaria.
Un colpo di tosse. E poi un altro ancora.
Fece entrare la montagna, la Rita. E con lei tutti i sacrifici fatti per far sciare le figlie, “a l’è minga uno sport de sciùri” diceva il marito, un vero intrepido. Povero, il Giuanin, aveva inspirato troppa polvere d’amianto, stroncato dal tumore causato dal semplice fatto di “respirare” le sostanze tossiche. Era ancora giovane e aveva tanto da dare a tutti loro, una vita sacrificata in nome dell’utile aziendale.
Il profitto era l’unico scopo della classe dirigente della Breda Fucine, avevano speculato sulla sicurezza dei lavoratori, non installando gli aspiratori richiesti dal sindacato e le vasche di “pulitura” degli indumenti che gli operai indossavano giornalmente venendo a contatto con sostanze altamente cancerogene. E con la scusa di “dover risparmiare” si arricchivano sempre più facendo pagare un conto salato alla povera gente. Coloro che vivevano nelle case popolari, coloro che facevano sacrifici, coloro che facevano fatica, realmente, ad arrivare alla fine del mese.
La Rita non aveva mai messo piede in “quella” fabbrica, eppure lavava la tuta blu indossata dal marito, lavava via l’unto e il grasso lasciato dalla produzione della catena di montaggio. E non le avevano creduto quando, dopo la morte del marito, aveva urlato, aveva lottato con tutte le sue forze.
Era salita sul palco per denunciare, la Rita. Con dignità e fermezza, non aveva rinunciato alla manifestazione in ricordo delle vittime sul lavoro. E aveva lanciato il suo accorato appello. Oltre a “uccidere” gli operai, la sostanza killer aveva portato la morte anche nelle loro famiglie, lasciando una scia di lutti e di malattie nella gente di Sesto San Giovanni e della zona nove di Milano, il quartiere “proletario” della città.
Un colpo di tosse. E poi un altro ancora.
Mentre si spegneva Rita pensò all’avvocato della ditta, quello che diceva che il suo carcinoma polmonare era frutto del tabacco e non dell’amianto. Pensava di essere furbo, l’avvocato. Pensava che i padroni dettassero legge, l’avvocato. Pensava che la magistratura, come in passato, avrebbe chiuso un occhio…
Un colpo di tosse. E poi un altro ancora.
La Rita, prima di morire, fece entrare il mondo intero da quella finestra. I boschi, i laghi, le foreste infinite, e tutte le persone che l’avevano sostenuta in quella battaglia.
E, due anni dopo la sua dipartita, un tribunale aveva sancito la “sua” vittoria, quell’estendere i controlli sanitari anche sulle famiglie degli operai di quel triangolo d’oro degli anni settanta, dalla Breda alla Pirelli, dalle Falk alla Marelli.
Prevenzione era stata la sua parola d’ordine, il suo credo.
Solo adesso, a due anni di distanza, poteva riposare in pace, senza provare più tanta rabbia.
Dedicato a Carmela M., morta a 53 anni per aver “semplicemente” lavato la tuta del marito.
Erano passati quattro anni da quando si erano conosciuti e quella domanda “Perdonami, è tuo questo bicchiere?” ancora danzava nella sua mente come un piacevole dolore di fondo. Ricordava che il giorno dopo erano andati al cinema e lui, timido e imbranato, con la banale scusa di stiracchiarsi fece la mossa di abbracciarla. Lina rimase immobile, realmente emozionata, credendo che quelle cose succedessero solo nei vecchi film. All’uscita lui le raccontò alcune storie, forse vere o forse no, ma non importava, lei era già stata rapita. “Ecco, io, adesso…” disse lui appena si sedettero.
“… vorrei baciarti, ma non so da dove iniziare.” I ricordi si fanno talmente nitidi che diventano il presente…
Come spesso capita le donne sono molto più concrete dei maschietti ed è lei a prendere l’iniziativa e finalmente lo bacia. In un modo innocente e sincero. Solo un bacio, nulla più. L’attesa durata qualche giorno, poi un suo sms, vuole vederla al bar la mattina seguente, lei che era sempre in ritardo arriva con mezz’ora d’anticipo, nel messaggio c’era scritto che aveva intenzione di parlarle e, quando sono uno di fronte all’altro, Lina ascolta le sue parole, “voglio stare con te, non ho dubbi. Non riesco a trovare in nessun’altra ragazza l’imbarazzo che vedo nei tuoi occhi, quel tuo abbassare lo sguardo quando ricevi un complimento.”
Era certa, questo è amore. Quello vero. Finalmente capitava anche a lei di provare certe emozioni, a volte solo sfiorate, altre volte osservate come comoda spettatrice nella vita di altre persone. La girandola di sentimenti che ti rapisce quando sei insieme al “tuo uomo”, dalla passione alla gelosia, non sono forse la meta e lo scopo della “semplice” esistenza?
Il tempo passa velocemente, lei vive senza incertezze un bellissimo rapporto, i dubbi e i tormenti passati vengono tenuti fuori come fa la luce con l’oscurità, anche se deve lottare per illuminare la “loro” strada chiamata futuro.
Quando lui viene trasferito lontano tutto inizia a precipitare. Litigano di continuo e lui vuole mollare il colpo, ogni giorno diventa una dura battaglia telefonica per certificare che il loro amore è ancora presente, la lontananza è fedele testimone delle mille difficoltà vissute, ma non resistono due ore all’idea di perdersi, di smarrire la “loro” strada, e ogni volta che si incontrano ricaricano le batterie, vivono la passione, bruciano d’ardore.
Due anni passati in un continuo allontanarsi per poi riavvicinarsi sfibrano la più dura resistenza, Lina percepisce quell’aria imminente di “rompete le righe” celate sotto parole come “libertà” e “indipendenza” e inizia a traballare, sente corrodere le sue ormai esili speranze di continuare a credere nel suo legittimo sogno. Lo ama, Lina ne è certa. Sente dentro una voce che, nei momenti tristi, chiama il suo uomo, ne percepisce il profumo, sente il suo bisogno fisico. Ma ha deciso, è stanca di lottare e vuole scrivere la parola la fine…
Altro tempo e altre lacrime vengono versate, fino a quando una sera lui la chiama piangendo e le dice che non può stare senza la sua metà, promettendole che sarebbe cambiato, anche lui l’ama, ne è certo, le chiede di raggiungerlo e di trasferirsi da lui. Lina accetta.
In questo grande gioco dei sentimenti a volte succedono cose strane e, dopo un periodo apparentemente felice, la fiamma sembra spegnersi. Non c’è più la voglia di abbracciarsi, di coccolarsi, tutto si trasforma in una semplice e piatta routine fatta di dialoghi distratti e nulla più.
Una litigata furiosa, Lina che viene “gentilmente” invitata a togliersi dai piedi, il tremendo viaggio in treno e la solitudine nell’affrontare la sconfitta nei giorni successivi.
“Ma è veramente possibile che sia finito l’amore? O è la “storia” in sè che non funziona? Eppure io lo amo ancora…” Queste e altre domande pesano troppo, sono situazioni difficili da sopportare senza cadere in una profonda crisi e Lina, timida e introversa, arriva a perdere talmente tanti chili da volare via al primo soffio di vento come una foglia autunnale sotto un potente uragano.
Quella luce ora è un riflesso accecante nella quale Lina rimane imbrigliata e un pensiero continuo, “l’amore è sofferenza”, si aggira nella sua mente come l’ombra di uno spettro facendo coincidere benessere e dolore, sogno e realtà. Impossibile resistere a quell’idea che urla è “lui”, e non importa se questo significa farsi del male, non importa se ogni volta che torna al paese Lina lo vede con altre, no non importa, l’anima gemella è una, lo ha imparato nelle favole che ascoltava da bambina, nelle storie “memorabili” raccontate al cinema, nelle poesie narrate nei libri, nelle canzoni e nella dolce melodia della musica, forse l’intera esistenza è un gioioso inno all’amore, questo ha imparato Lina. E non importa se il prezzo da pagare è alto, ogni talvolta che lui torna al paese e si sfiorano “sente” che è lui, non può fidarsi del giudizio degli altri, ascolta la sua anima e sente che chiama il suo nome, dolcissima ferita, delicato malessere, e quella morsa che le centrifuga lo stomaco la spinge a soffrire, a guardarlo mentre altre stanno sedute sulle sue ginocchia, ma è la forza dei suoi sogni a dare l’impulso e, giusto o sbagliato che sia, Lina non si arrende.
Ormai sono passati quattro anni dall’inizio della storia e Lina ha deciso di credere nei propri sogni, in quello specchio magico che ci deforma e ci illude che quella sia la realtà, restituendoci l’immagine appagante di un mondo che non esiste. Ne è consapevole, incapace di trasformare il suo “amore” in una persona da “cancellare”, fedele tanto al suo cuore quanto a quello stato di sofferenza continua dovuta dalla perdita dell’uomo della sua vita.
E quando le amiche le dicono di non pensarci più e che ormai è acqua passata Lina, distrattamente, risponde “Lo so… Lo so…” soffocando un piacevole e sottile dolore di fondo.
Mi ero ripromesso di non scrivere più di Springsteen. Ho pubblicato un libro, ho scritto decine di racconti, ho girato l’intera penisola raccontando e ascoltando le storie di amici, semplici fans, fratelli di sangue, sorelle di “credo”, cugine di fava…
Credevo fosse abbastanza chiaro questo mio essere springsteeniano, credevo bastasse… ma non ce la faccio!
Are you ready?
Siamo saliti sulla tua Cadillac Rosa, ci hai scorrazzato in giro attraversando il piatto Nebraska.
Ci siamo persi nel diluvio, abbiamo “scroccato” un passaggio ad Eddie per raggiungere l’altra parte del fiume.
E quel buco nero nel sole non ci ha impedito di inseguire la terra promessa, dove i sogni si trasformano in realtà e la speranza non ci abbandonerà mai.
Tu ci hai preso per mano, chiamandoci per nome come un fratello maggiore. Il cielo promette fulmini e saette, ma nulla ci può fermare.
E se ci scappa il temporale?
Non ce ne fotte un’emerita sega, tutto diventerà ancora più epico…
Lascia che piova.
Ci troveremo da Mary e nulla rovinerà la festa!
Se anche tu sei di quelli che… quando arriva la notizia, il Boss torna in Italia, senti salire la “febbre”, quella malattia contagiosa che ti fa correre al primo punto vendita, alla prima ricevitoria, al primo cazzo di posto dove si possono trovare i tanto agognati tagliandi. E non importa se mancano ancora otto mesi e c’è spazio per tutti, devi averlo il prima possibile nelle tue mani questo maledetto biglietto! Non ti basta una fottutissima ricevuta stampata da internet, no, quella è illusoria, tu vuoi il Ticket originale, quello con l’immagine a colori e la filigrana, quello da infilare nei ricordi, stupendi, di un passato che ti ha visto presente alla chiamata…
Migliaia di volti vengono illuminati, questo è ogni tuo concerto.
C’è chi fa a gara nel contarli, ma non sono cose così importanti.
C’è chi ha perso la propria anima, c’è chi si sente come un uomo di ghiaccio.
C’è chi vuole sposarsi e chi esce per una passeggiata e non fa più ritorno a casa.
Già mi vedo circondato da centinaia di amici, è arrivato pure il gruppo di Napoli con la mascotte di “brucino”. Lello ha portato la chitarra, essenziale come sempre. Davide infonde entusiasmo, il diavolo del bresciano è accolto come un trionfatore. I ragazzi di Torino sono arrivati il giorno prima, cazzo, quella è la mia banda, gli concedo asilo politico nella mia minuscola mansarda.
E se piove?
Ci troveremo da Mary, e nulla rovinerà la festa! Anzi, ci divertiremo ancor di più!
Se anche tu sei di quelli che… no, dai, questo giro me li sparo tutti in un sol fiato, senza pause, senza soste, senza soldi, disposto a barattare le mutande per un fottutissimo braccialetto, e chissenefrega del resto del mondo! Si parte da casa, da Milano, da San Siro il “tempio” del Boss, un bel giovedì di giugno, è un bellissimo mese quello di giugno, non è ancora afoso ma fa abbastanza caldo per lo “stravacco” viscerale, e poi si va in Toscana, a Firenze, e nella notte via di corsa a Trieste, dai fratelli pazzi, molto pazzi del Rock, la città che mi ha adottato e che sento come una seconda casa…
Credevo bastasse così, credevo fosse giunto il momento di virare e lasciare il Boss ad altre penne più specializzate, credevo di stancare la gente (sottoscritto compreso) nel dire quanto quest’uomo di origine napoletane sia stato importante per la mia vita e per quella di molta gente che ho incontrato. Credevo…
Se anche tu sei di quelli che… e se mi girano le palle me ne vado pure all’estero, diciamo Inghilterra, oppure in Spagna, la tierra caliente, in fondo sono nostri “cugini” e poi ci scappa pure la vacanzina del post concerto per ricaricare le batterie…
Se anche tu sei di quelli che… quando ascolti il Sax di Clarence senti una fitta al cuore e un sottile dolore ti dice che nulla sarà più come un tempo.
Ma la cosa che più di tutte sentiamo dentro è quella speranza che ci infondi, un giorno anche l’ultimo dei peccatori riceverà il perdono, la speranza che il domani è l’occasione da cogliere per evadere da quelle Badlands che ci hanno soppresso la gioia, la speranza di finire un viaggio dove si è guidato tutta la notte per raggiungere le braccia del tuo amore, quello vero. La speranza che anche il più abile travestimento nasconde un sentimento, una persona disposta ad ascoltare i nostri lamenti.
Ci siamo incontrati parecchi anni fa, mi hai visto crescere e diventare uomo.
L’adolescenza e quella rabbia giovanile, ora è tutto passato.
Ho sognato ascoltando la tua serenata per la grande mela, che dire di quello spacciatore che cantando trasmette brividi “secolari”.
Ti abbiamo guardato attraverso gli occhi di Tom Joad, eravamo presenti alla rinascita.
E quella dedica all’Aquila nel concerto di Roma ci ha toccati nel profondo, quella sì che è una città in rovina.
Per ogni stato d’animo c’è una canzone, e che il viaggio continui.
Possiamo gareggiare sulle strade secondarie per sempre, oppure giocarci tutto giù alla Thunder Road.
Abbiamo ascoltato l’urlo del reduce nato negli Stati Uniti che al suo ritorno dal Vietnam ha smarrito la propria identità.
Come spiriti nella notte abbiamo osservato un cielo diventare vuoto, siamo entrati nella stanza di Candy.
E se la giornata gira storta basta mettere sul piatto la tua musica che ci sentiamo subito meglio.
Tu non curi le ferite, non fai miracoli da illusionista, non fai promesse impossibili da mantenere, non ti lasci comprare.
Ma se ho voglia di allegria ascolto questo shuffle sparato a palla e alzo il volume.
Sacco a pelo pronto, si torna giù in strada (alza il volume).
Gli appelli ogni ora, il boato al soundcheck (alza il volume).
Quella Fender Telecaster impugnata come una potente arma (alza il volume).
Le tue vacillanti parole in italiano, che lo spettacolo abbia inizio (alza il volume).
Il tuo sorriso è “solare”, i cartelli delle richieste sono lì per te (alza il volume).
Dai Bruce, alza il volume.
Ci troviamo da Mary, e faremo un festone. Perché alla fine è solo rock and roll, come diceva Bennato, “sono solo canzonette”, ma ci piace credere che sia qualcosa di più che un semplice pentagramma scarabocchiato. Assistere a un tuo concerto è sempre stupendo, l’incrocio di strade e culture diverse. Di gente che ha sofferto e altra che non lo ha fatto, non è obbligatorio sentire l’inquietudine gridare impazzita, o aver visto i “gini” piangere ai bordi della giungla d’asfalto, no, non è obbligatorio. Il Boss ci ha insegnato che dopo una sconfitta ci si può rialzare, anzi, dobbiamo farlo!
Se anche tu sei di quelli che… ti sei sentito sopra un treno che va giù, hai lottato per far capire al tuo amore che sei il più forte di tutti, hai cercato qualcosa nella notte, guidando una macchina rubata hai raggiunto il punto dove l’autostrada finisce e inizia il deserto, giocando tra diavoli e polvere, per camminare come un vero uomo, lasciando alle spalle una città di sconfitti per riuscire a vincere…
Se anche tu sei di quelli che… senti queste parole come la TUA biografia, presa in prestito dall’amico del New Jersey, “Insieme Wendy possiamo sopportare la tristezza. Ti amerò con tutta la pazzia della mia anima. Un giorno ragazza, non so quando, arriveremo in quel posto. Dove davvero vogliamo andare, e cammineremo al sole. Ma fino ad allora i vagabondi come noi sono NATI PER CORRERE”
Se anche tu sei di quelli che… cazzo faccio ancora quì a scrivere su questa tastiera, emozionato come un bambino di fronte a un negozio pieno di morbidi e succosi dolci al cioccolato, invece di catapultarmi fuori e gridare con tutto il fiato che ho in corpo: oggi sono TROPPO felice!
Ecco, se anche tu sei tra quelli che salta sul posto, contando i giorni, le ore, i minuti che ci separano da questo strepitoso evento, allora questa è per te, mio fratello di sangue.
Lascia che piova, niente potrà rovinare il festone!
Quando superi Monfalcone la vedi appoggiata sul mare, vestita di blu, e capisci che sei finalmente a “casa”. Città di una bellezza pungente e disarmante, ricca di storia e di cultura. Città di confine, dove le “differenze” sono una ricchezza che unisce e l’entusiasmo di vivere lo si legge negli occhi della gente.
Cosa chiedere di più? Questi ragazzi sono eccezionali. Persone splendide e inarrestabili, trasferte “esilaranti” dove piantare la bandiera di “nuove” terre da conquistare… Sosteniamo, condividiamo e diffondiamo la loro/nostra passione.
“I wanna be where Trieste is Rock are!”
Muli, ci vediamo domani, Blood Brothers…
“Trieste is Rock” è stata creata grazie all’entusiasmo di un gruppo di appassionati con lo scopo di aggregare attorno a sé tutti coloro che amano la musica rock e tutta la cultura che questo genere musicale rappresenta. L’idea di creare questa associazione con questa precisa connotazione è nata infatti quasi per caso quando un nutrito gruppo di triestini, ragazzi e ragazze giovanissimi ed attempati rockers, si sono trovati “casualmente” assieme sotto i palchi di mezza Europa accomunati dalla stessa passione. L’entusiasmo è pienamente giustificato dalle prime reazioni registrate in città: “Trieste is Rock” non è soltanto un’associazione che vuole unire i giovani e giovanissimi che per definizione ne sono i primi destinatari, ma anche gli appassionati che magari hanno già superato la cinquantina e che non possono fare a meno dell’energia e delle emozioni che il rock continua a sfornare rinnovandosi in continuazione. E’ lo stesso entusiasmo che ci ha poi spinto ad organizzare tutti assieme travolgenti trasferte al seguito di artisti del calibro di Bruce Springsteen, Pearl Jam, Neil Young, Ac/Dc, Black Crowes ecc. con campers attrezzati di tutto punto e siamo riusciti a trasformare questi viaggi in vere e proprie vacanze rock’n’roll! Anche nei club e nei locali cittadini che sempre più spesso offrono eventi live si respira la stessa energia e lo stesso senso di appartenenza, la musica rock abbatte davvero ogni barriera generazionale. “Trieste is Rock” si propone di far crescere questo legame che unisce giovani e meno giovani proponendo una serie di eventi che altrimenti non avrebbero mai raggiunto la nostra città.
CHI SIAMO
Siamo un’associazione culturale “no profit” nata da poco con l’obiettivo di colmare la carenza di un certo tipo di iniziative musicali che ora vengono proposte nella nostra città purtroppo soltanto in modo occasionale. Stiamo parlando della scarsità di concerti o manifestazioni di musica Rock ad ogni livello: artisti nazionali ed internazionali poco noti o addirittura sconosciuti al grande pubblico; artisti di nicchia ed indipendenti, ma pur con un buon seguito di appassionati non arrivano in città a proporre la loro musica spesso soltanto perché nessuno si è proposto per organizzare la loro venuta… Noi ci proponiamo di riportare la nostra città sulla cartina geografica del Rock. Da qui il nostro nome! Con una forte connotazione cittadina (il nome della città e l’alabarda nel nostro logo) e con un’affermazione che non lascia dubbi: Trieste is Rock.
COSA VOGLIAMO PROPORRE
Il nostro intento è organizzare manifestazioni culturali incentrate sulla musica Rock, quali concerti, conferenze, incontri, workshop con artisti, proiezioni ecc., per fare ciò ci assumeremo l’intero onere dell’ organizzazione oppure collaboreremo con le altre associazioni già presenti sul territorio per offrire ai nostri soci ed a tutti gli appassionati eventi della miglior qualità possibile; in questi casi l’unione fa la forza!
COSA VI CHIEDIAMO
Vi chiediamo un piccolo contributo in termini di tesseramento annuale che prevede il versamento di euro 20. Il carattere del vostro contributo in primo luogo vorremmo connotarlo con la voglia da parte dell’associato di svegliare l’animo rock della città e di dare quindi un segnale che ci siamo e che tutti insieme possiamo fare qualcosa di buono. Stiamo partendo ora e per creare le basi future c’è bisogno di questo piccolo sacrificio. Logicamente il tesseramento non avrà solo questo risvolto, ANZI!! La nostra tessera darà possibilità all’associato di: • assistere ad eventi il cui ingresso sarà condizionato al possesso della stessa oltre che gratuito. • assistere ad eventi con particolari agevolazioni sul prezzo del biglietto. • partecipare a varie attività organizzate dall’associazione in maniera privilegiata. • usufruire di sconti e convenzioni con determinate attività commerciali cittadine.
- Per tutti quelli che nella splendida città giuliana amano la musica rock in tutte le sue forme.
- Per tutti quelli che nel rock hanno trovato una passione travolgente e quasi uno stile di vita.
- Per tutti quelli che grazie al rock hanno superato o in parte dimenticato momenti negativi della propria vita.
- Per tutti quelli che “dove c’è rock ci devo essere anch’io”
- Per tutti quelli che “Rock’n roll ain’t a noise pollution”
- Per tutti quelli che vogliono più rock a Trieste!
IL ROCK E’ QUELLA COSA CHE TI ENTRA DENTRO E NON NE ESCE PIU’!!!!
Dal lunotto anteriore dell’automobile Gino osservava la propria vita sfrecciare veloce. Sulla strada vedeva sovrapporsi all’asfalto l’immagine di Bella, una ragazza conosciuta in “rete” qualche settimana prima.
“Cosa fai per vivere?” domandò Gino al primo approccio e lei rispose immediatamente: “Studio, sono all’ultimo anno di Farmacia, e lavoricchio. Cerco di non pensare alle cose brutte…”
Riservata, introversa, con un qualcosa di educato, le sue foto dicevano quello. Era bella, di nome e di fatto; sembrava una timida rosa inconsapevole del suo splendore.
Bastarono poche settimane per trasformare lo spirito di Gino. Odiava profondamente il suo lavoro e ancor di più i colleghi d’ufficio. Gente superficiale che appena ne aveva la possibilità “spariva” senza lasciare traccia alcuna. Non sopportava il suo capo, un troglodita messo lì perché nipote di qualche pezzo grosso dell’azienda, e fino a quel giorno le budella gli si erano arroventate al solo pensiero di varcare ancora una volta il portone d’ingresso della multinazionale. Non credeva più in quella sua vita, capiva che era giunto il tempo di voltare pagina e di cambiare aria una volta per tutte.
Da “quel giorno”, da quel piacevole e inaspettato contatto, le ore passarono velocemente come se il tempo avesse cambiato percorso. Rimanere “online” con Bella si era trasformata in una gradevole routine quotidiana.
Una dolce musica accompagnava quel suo girovagare senza meta, sognava di abbandonare la caotica città per altri lidi più tranquilli, posti dove vivere non era così difficile e non bisognava “lottare” come bestie selvagge per dieci ore al giorno solo per dimostrare di esistere. Pensava a Bella mentre si fermava al semaforo, a quelle parole scritte sul monitor: “I miei occhi tristi vengono nascosti alla tua vista” aveva detto nell’ultimo messaggio. Ormai passavano ore rimanendo “collegati” e parlavano di tutto, dallo scambiarsi video alle semplici considerazioni sulle notizie del giorno. Lui, che fino a quel momento era stato molto “discreto” nell’esporsi con ragazze che non conosceva, si lasciava andare a commenti che di persona non avrebbe mai fatto. Erano diventati talmente intimi che a volte capitava che Gino la chiamasse “troia”, e che Bella ridesse di ciò, per nulla offesa… Illuminato da tanta fiducia riposta in lui, in fondo era solo uno sconosciuto, una sera scrisse in maniera impulsiva, forse era giunto il momento di esporsi, di rilevare il suo sentimento. Un lontano sussurro giungeva al suo cuore, forse nulla era reale, ma non importava.
“Cara, anche se non ci conosciamo di persona, vorrei dirti che per me sei importante. Magari è solo un gioco che a breve vedrà la fine, ma la verità è che sei entrata nelle mie vene, nelle mie ossa, nei miei sogni. Forse sono semplicemente un romantico e nulla più di questo, ma devo ammettere che da quando ci sei… sono felice. Mi sveglio, mi lavo, vado al lavoro, esco, giro, parlo, vivo senza averti mai vista di persona. Eppure tu sei qui con me. Sempre. Quando arrivo in ufficio e accendo il computer la speranza è quella di leggere un tuo messaggio. Non capisco cosa mi stia succedendo, sono a conoscenza del fatto che questi “canali” sono come maschere indossate dalle persone per risultare migliori di quello che sono nella vita di tutti i giorni. Ma… la verità è che il mio sentimento nei tuoi confronti è reale. Vedo un film romantico? Immagino di guardarlo assieme a te. Ascolto una bella canzone? La protagonista sei tu. Leggo una poesia che mi provoca brividi lungo la schiena? Sono per te quelle parole. E questo è tutto vero, altro che “universo parallelo” o “realtà virtuale”… Possibile che stia capitando a me? Come posso essere così fortunato di aver trovato un’amica a cui voglio già così bene?”
Lei, impotente nel reagire al fallimento di un vecchio amore, accecata dalla gioia di condividere tale amicizia espressa in quel modo garbato, quasi obsoleto, nascose il fatto che nella sua vita ci fosse una nuova fiamma, usciva con un bel ragazzo che da tempo la corteggiava, ma non trovò il coraggio di dirlo a Gino temendo di ferirlo. Il loro era un gioco, uno scherzo, ma in fondo anche lei un pochino pensava a quell’amico speciale anche “dopo” le chat e i messaggi. E la sera, quando si sedeva vicino al fuoco del camino, avrebbe voluto averlo lì vicino.
Per Bella l’amore era il sentire le farfalle nello stomaco, una cosa impossibile da provare attraverso un modem.
Bella e Gino non si incontrarono mai, il loro rapporto rimase “platonico”, si erano semplicemente aiutati a lavar via una patina di cupa tristezza che spesso riveste la “vita reale” delle persone che non si dicono mai ti voglio bene…
Ormai erano passati sei anni, sei anni trascorsi nella fredda città.
Sei anni di sacrifici per Anna e Franco, di restrizioni, di lontane telefonate ai parenti, di pianti silenziosi e malinconici. La città che li aveva accolti era rigida, quando scendeva la nebbia l’umidità penetrava nelle ossa e nell’anima, e doveva cercare nei ricordi il profumo della sua lontana terra d’origine. Ma aveva promesso al suo uomo di seguirlo, di essere fedele, nella buona e nella cattiva sorte, nella gioia e nel dolore. E pensare che la loro figlia non conosceva realmente il loro paese, la loro terra, a cinque anni il suo unico pensiero era l’approssimarsi del Natale, e aveva fatto la brava, come promesso alla madre, si era lavata le mani e avrebbe atteso il rientro di papà per addobbare l’albero.
Non c’era futuro per loro nella provincia del sud, niente lavoro, niente casa, nessuna prospettiva. Così erano partiti per Milano, la grande Milano, una città dove era facile trovare un impiego onesto, aiutati dal cugino, lui si era comperato pure la macchina, con le cambiali, questo è ovvio, ma diceva che nel giro di pochi anni sarebbe diventata sua.
“Quando torna papà?” domandò la bimba stringendo in mano la statuina di San Giuseppe, smaniosa di cominciare a piazzare i protagonisti del presepe al loro posto. E Anna si era girata rispondendo a sua figlia con un sorriso, “prima prepariamo la tavola, hai voglia di aiutarmi?” nascondendo la verità, Franco era passato in banca per prelevare del contante e poi sarebbe andato a comprare i regali.
Anna sperava che lui non esagerasse e non spendesse tutti i soldi in inutili sciocchezze, ma in fondo quel profumo che le piaceva tanto sarebbe stato di suo gradimento, era francese e l’usava anche la signora dove prestava servizio per quattro ore al giorno, roba da ricchi quel profumo, si spruzzava con una pompetta ovale, cose da film.
I piatti, le posate, il centro tavolo, ed infine le candele. Anna voleva festeggiare, forse non erano ancora “arrivati”, ma l’estate prossima sarebbero tornati a casa, al loro paese, e avrebbero portato doni e regali per tutti. Immaginava l’invidia della cugina, quella che si era sposata con il barista, oppure la festa della sorellina, la più piccola, quando le avrebbe regalato il vestito che la signora non usava più e le aveva generosamente “donato”.
Un botto, lontano. Forse un semplice eco, una vibrazione sottile che fece traballare il fuoco della candela.
Anna pensò a un petardo. Inconsciamente corse alla finestra, sentiva un velo scuro scendere sulla sua anima, come se una voce muta l’avvertisse del pericolo incombente, dell’attimo che poi tutto non è più come prima…
Il telefono squillò, con mano tremante Anna afferrò di scatto la cornetta, e prima di portare il ricevitore all’orecchio sognò di udire la voce della madre, o della sorella, ansiosa di sapere se Franco le aveva comprato il profumo.
Non riconobbe la voce. Era maschile, asciutta, con l’accento meridionale, contornata di urla e agitazione. Anna capì che chi stava dall’altra parte dell’apparecchio era immerso nell’eccitazione e nella convulsione, nelle sirene che facevano da sfondo e nelle urla disperate.
“Sono il Commissario di Polizia, disse la voce. C’è stata un’esplosione nella vostra banca, dovrebbe venire subito qui…”
Ci volle più di un giorno per riconoscere la salma. Franco non era più il “suo” Franco, suo marito, il bel ragazzo che l’aveva corteggiata con assoluta delicatezza. No, quello steso sulla fredda lamiera dell’obitorio non era il marito che l’aveva rispettata e amata, non era il padre devoto che metteva la famiglia prima di tutto. Non poteva essere lui, il corpo mutilato e lo sguardo assente, la bocca ferma in un’espressione deforme. No, Anna si rifiutava a credere che potessero esistere persone che ammazzavano sconosciuti per un credo politico, o per creare caos e paura.
No, Anna non poteva credere che fosse vero, reale, niente più baci, niente più sorrisi, niente più gioia.
No, Anna non poteva credere che una persona potesse uscire di casa per una commissione senza fare più ritorno, esploso assieme alle loro vite e al loro futuro in una banca di piazza Fontana di un dicembre milanese…
La nipotina aveva litigato ancora una volta col fidanzato. Si era chiusa in camera sua e non voleva parlare con nessuno.
Manuela bussò timidamente alla porta: “Sono la nonna, almeno a me puoi dire cosa ti è successo?” disse con delicatezza, quasi sottovoce.
La piccola aprì e, tra le lacrime, abbracciò di slancio sua nonna. Era l’unica persona alla quale confidava tutto. Dal primo bacio, dato in prima media, alla “sbandata” per il compagno di classe al liceo. Manuela si stese al suo fianco e cercò di consolare la giovane nipote.
“Piccola, l’amore è una cosa meravigliosa. Certo, a volte si soffre, ma senza amore si vive una vita vuota. Ora ti racconto una storia…” disse in un sussurro, accarezzando i capelli della sedicenne.
“…C’era una volta un bel ragazzo che amava la sua fidanzata. L’amava talmente tanto che era pronto a rinunciare al proprio folle desiderio pur di renderla felice. Ma anche lei voleva volare alto, come lui voleva raggiungere i propri sogni. La sua idea era quella di girare il mondo, di fare esperienze, di conoscere luoghi e persone nuove. Sempre stando accanto al suo fidanzato. Così, una sera come tante altre, lui si presentò sotto casa sua e l’attese…”
“Salta su e chiudi forte – le disse. A volte nella vita bisogna saper lottare. Anche se non c’è nessuna speranza di successo”. Lei non se lo fece ripetere due volte, la voglia di fuga era scritta sulla sua pelle, un marchio impresso a fuoco che bruciava nelle notti passate a sognarsi “realmente” felice. Ma i suoi genitori avevano altri programmi per lei, un buon partito da sposare e un lavoro “sicuro” su cui fare sempre affidamento. Altra generazione, altre speranze, altri obiettivi.
Partirono senza una meta, viaggiando di notte, felici e sileziosi. Non c’erano parole da aggiungere. Stavano bene insieme e questo bastava ad entrambi. Lui aveva comprato cibo e birra a sufficienza, lei portava nello zaino una foto in bianco e nero della sua famiglia. Non poteva spiegare loro quel gesto repentino, sparire lasciando un foglietto in cucina non era da lei, ma ormai il viaggio era cominciato e per la prima volta si sentiva padrona del suo futuro. Altro che lavorare in posta e cazzate del genere…
A lui, squattrinato vagabondo, non interessava dove volessero andare, quello che contava era il “muoversi”, levarsi da lì, da un passato che presentava immancabilmente un conto da saldare e da un buio futuro fatto di turni alla catena di montaggio giù alla fabbrica di materassi. I soldi se li sarebbe procurati, in un modo o nell’altro, quello non era mai stato un problema. Si accontentava del minimo indispensabile, colmo di dorate aspettative che non si potevano comperare con moneta sonante. No, il loro era un viaggio verso l’ignoto, verso loro stessi, una corsa nella direzione di quello che credevano fosse la meta, l’essere felici insieme e crearsi un “loro” vita.
Man mano che macinavano chilometri il loro entusiasmo cresceva a dismisura. Lei impugnava la sua mano e lui la teneva stretta, come a confermare che non l’avrebbe lasciata mai. Da quel “ti ho mai detto che ho bisogno di te?” lei aveva deciso, erano bastate quelle semplici parole a convincerla. I sogni erano lì, quasi li potevi sfiorare, ma il motore che rendeva possibile il viaggio era il loro amore, unico e spontaneo. Non si erano mai detti “ti amo”, era inutile, lo sapevano, e lo dimostravano coi fatti; negli sguardi che si scambiavano, nello sfiorarsi di continuo alla ricerca del sublime contatto dell’altro.
Giunti nella città che li avrebbe ospitati per qualche tempo lei trovò lavoro come baby-sitter, nel pomeriggio accudiva un bambina per quattro ore, mentre lui faceva il cameriere nella tavola calda sotto casa. La sera, prima di addormentarsi, pianificavano le prossime tappe, lui le diceva, facendo trasparire un minimo di orgoglio: “entro due settimane avremo abbastanza soldi per ripartire, il viaggio è ancora lungo, abbiamo tanti posti da visitare e, quando ci sentiremo pronti, ci sistemeremo”.
Erano stati lontano per molto tempo. Lui aveva lavorato all’estero per qualche anno e fu proprio quella lontananza a cementificare la loro unione.
Viaggiarono per quasi due anni, conobbero tantissime persone, fecero esperienze bellissime, condivisero gioie e dolori. Insomma, furono felici, inseguirono un sogno e… lo raggiunsero.
“Che bella storia – replicò la nipote, ormai non più triste. Nonna, ma come si chiamava la ragazza? E’ stata coraggiosa a mollare tutto per realizzare la propria idea… Magari la conosco?”
“Certo che la conosci, ora è un’anziana signora ed è ancora felice, e ha una nipote a cui vuole un mondo di bene…” disse sorridendo Manuela.
Mentre faceva colazione Valentina guardava, attraverso la vetrata, la neve cadere copiosa. La vigilia di Natale era uno dei giorni dell’anno che preferiva. L’albero, i regali, le musiche natalizie, ora che era arrivata anche la neve il quadro si poteva definire perfetto, anche se…
Di giorno faceva l’educatrice alla scuola del paese, mentre la sera dedicava un po’ di tempo al volontariato; passava un paio d’ore all’ospedale del capoluogo, nel reparto dove venivano ricoverati i bambini afflitti da forme tumorali. Aiutare gli altri era per lei, più che una missione, un vero e proprio dovere; era sempre pronta e disponibile per tutti, e non solo con i più piccoli. Si sentiva bene, non c’era nulla di prettamente egoistico in lei, e accorreva al capezzale degli amici bisognosi quando quest’ultimi attraversavano momenti negativi.
E fu così che si era comportata anche quella volta; si era verso fine novembre e aveva deciso di stare vicino al suo caro amico Daniele, caduto in crisi dopo che la fidanzata lo aveva lasciato. Disponibile e gentile, Valentina rispondeva ai suoi messaggi certa del fatto che una carezza fatta al momento giusto potesse consolarlo, anche lei una vita addietro era stata innamorata e ricordava il dolore procurato dall’assenza tangibile di un rapporto finito male. Daniele non era né un depresso né un frignone, era solo un caro amico a cui mandare un messaggio quando tornava a casa prima di recarsi all’ospedale, o al rientro, prima di dormire, per un veloce saluto della buonanotte.
Daniele apprezzava ed era rapido nel risponderle: Cara – le diceva, grazie di tutto. Sei una gemma preziosa persa in un oceano di menefreghismo.
Era dolce, Daniele. E quel suo abbassare lo sguardo quando lei gli diceva che era un bel ragazzo e che sicuramente avrebbe trovato una nuova fiamma lo rendeva ai suoi occhi sinceri ancor più affascinante. Col passare dei giorni lo scambio di messaggi, di telefonate, di incontri veloci davanti a un caffè, era diventata un’abitudine quasi irrinunciabile. Valentina non si spingeva mai oltre il dovuto, rispettando le scelte di Daniele di non parlare mai della sua ex fidanzata, cementando l’affetto nei suoi confronti. Domande tipo: cosa ti sei preparato per cena? cosa fai questa sera? mi suggerisci un film da vedere? davano al loro rapporto un senso vero d’amicizia. Un vero amico è colui che ti vuole bene senza chiedere nulla in cambio, pensava Valentina, una persona che ti accetta per quello che sei e basta. Senza dover far colpo a tutti i costi con effetti speciali o con improbabili trucchi.
Il biscotto scomparve nella tazza di latte caldo, a Valentina piaceva fare un bel zuppone, come faceva da bambina, quando la mamma la chiamava per accompagnarla a scuola. Il tempo passa, ma le antiche abitudini rimangono, soprattutto quelle che ti hanno accompagnato da sempre e per sempre le porterai con te.
Come le passioni, Valentina adorava l’arte e la musica. Ed era una cosa che accostava la sensibilità dei due amici, l’amore per le cose belle e il confronto quotidiano era un gioco che piaceva ad entrambi. Scoprirsi giorno dopo giorno sempre più simili, vicini anche se lontani, sapere che al mondo esisteva una persona che vedeva la vita “come lei” era una bellissima sensazione. Negli ultimi giorni, poi, lo scambio di opinioni si era infittito, si cervano anche al di fuori degli orari “stabiliti”; Valentina era orgogliosa e andava fiera di questo nuova piega che il loro rapporto aveva preso. E se succedeva che lui fosse impegnato o non potesse scriverle, lei lo rassicurava rispondendo che andava bene, di non agitarsi, lei sarebbe stata sempre lì e non sarebbe scappata.
A questo pensava Valentina, in quella vigilia di Natale, mentre il biscotto spariva nel latte caldo.
Lei era sempre lì, per lui. Solo per lui.
Disponibile e gentile con tutti, ma Daniele ormai le era entrato nel suo cuore, e la cosa stava prendendo una strada diversa da quella prospettata. Avrebbe voluto passare con lui la vigilia di Natale, scartare assieme il regalo che gli aveva comprato e, magari, andare oltre… Dirgli che era diventato importante, una presenza ormai irrinunciabile, un qualcosa che superava la semplice amicizia. Avrebbe voluto stringerlo a sè, stargli vicino, sentiva i brividi appena vedeva il suo nome comparire nel display del cellulare e, più di ogni altra cosa, avrebbe voluto… baciarlo.
A questo pensava Valentina, in quella vigilia di Natale, mentre il biscotto spariva nel latte caldo. Insolitamente fredda e triste vigilia di Natale, forse solo una dolce malinconia, nulla più che un grande amore irrealizzabile.
Valentina si era trovata coinvolta senza volerlo, senza cercarlo, senza desiderare di soffrire o di fare soffrire, ma quella mattina capì che era tutto inutile. Le cose capitano senza un motivo. Voleva una persona che aveva la testa e il cuore rivolti verso una ragazza che non era lei.
E, nonostante tutto, era felice di amare una persona per lei unica al mondo…
A tutti i lettori va il mio più sincero augurio di passare un sereno Natale… Grazie per tutto l’affetto che mi dimostrate, Fabio.
I lisci capelli e quel ciuffo ribelle che le cadeva sul viso la rendevano unica. Almeno agli occhi di lui.
Era così timida da non riuscire a scorgere appieno la sua bellezza e, quando usciva con gli amici, succedeva spesso che volesse passare inosservata. A loro aveva detto che non voleva stare con nessun uomo. Forse non era del tutto sincera, nella vita a volte succede che per orgoglio o per paura si dicano bugie senza essere forzatamente dei bugiardi. Probabilmente si comportava così solo per proteggersi, usava quelle parole come uno schermo trasparente per tenere lontano la sofferenza.
Lui le disse che non voleva più passare per quello superficiale che trovava soddisfazione solo nel sesso. Era stanco di quella vita senza un progetto e non riusciva ad integrarsi nella società. Tutti i suoi amici avevano un desiderio da realizzare, una bella casa da arredare, una nuova automobile da comprare, un telecomando per rimanere comodamente seduti in poltrona a dominare l’appartamento. Tutti avevano un desiderio da realizzare. Tutti tranne lui. Il suo unico sogno era trovare un posto dove fare ritorno nelle fredde sere invernali, un camino per potersi riscaldare, magari leggendo un bel libro, e riposarsi vicino al calore del fuoco…
La fine dell’anno si avvicinava e lui voleva trascorrerla con lei. Diceva che sarebbero stati bene insieme. Che avrebbero festeggiato fino al mattino. Che l’indomani le avrebbe preparato la colazione.
“Le mille luci della città, la festa, gli auguri e poi una coccola prima di addormentarsi.”
Lei rise di gusto a questa sua proposta. Disse che non avrebbe mai lasciato soli gli amici per la festa di capodanno. Era una scusa elegante per uscire dall’imbarazzo. Cosa si era messo in testa quel bizzarro personaggio che da qualche tempo la corteggiava? Sapeva che era “strano” e “particolare”, ma era giunto il momento di prendere le distanze prima di farlo soffrire. Non era tipo per lei, manco le piaceva, e poi si era stancata delle mille frasi da “baci perugina” che le mandava. “Forse le dice a tutte”, pensava, “mica voglio essere una tacca in più di cui vantarsi con gli amici…”
Lui aveva sempre vissuto prendendosi quello che voleva, non accettava nessun padrone e non doveva nulla a nessuno. Diceva che nella vita guadagnarsi le cose dava molte più soddisfazioni che riceverle in regalo. E, in fondo, aveva quello stesso pensiero anche quando si parlava d’amore, anche se per lui questo sentimento era poco più che sconosciuto. Ma sapeva che non voleva più passare le nottate con anonime ragazze dal seno prosperoso di cui la mattina seguente si sarebbe dimenticato anche il nome. Forse era pazzo, certamente audace nell’inseguire questo suo desiderio, o forse poco più che un balordo rottamatore di storie, a lei ancora non le era del tutto chiaro il motivo per cui l’avesse scelta… E poi, quella tronfia sicurezza nelle sue parole, come poteva essere così certo che sarebbero stati bene insieme?
Anche se non aveva mai provato niente di simile prima d’ora, lui capì questo suo imbarazzo, in fondo era veramente illogico quell’inspiegabile trasporto che provava nei suoi confronti della “sua” bella, e non la cercò più, credendo di fare la cosa giusta.
Arrivò l’ultimo dell’anno. I fuochi artificiali illuminarono il cielo riempiendo di mille colori l’oscura volta celeste. Lei si ritrovò col musino rivolto verso l’alto quando sentì sfiorarsi la nuca da due labbra. Era Luca, il ragazzo che le piaceva, quello che aveva conosciuto ai tempi dell’università. Un brivido corse lungo la schiena, forse era un pochino brillo, ma non importava. Lei si sentiva bene quando stava vicino a Luca e questo le bastava. Il conto alla rovescia, i tappi sparati verso il cielo, gli auguri ai mille volti sconosciuti, e il bacio al “suo” bello. Finalmente era felice, non sentiva bisogno di altro.
All’alba, prima di giungere a casa, scrisse un messaggio al “temerario” spasimante. Gli disse che la vita è splendida, una continua sorpresa, che anche lui avrebbe trovato la felicità, questo gli augurava per il nuovo anno.
Lui sentì vibrare il cellulare e alzò la testa dal cuscino. Allungò la mano per afferrarlo ma desistette subito perché troppo lontano. Con voce roca chiese alla ragazza che stava nel suo letto se poteva fare lo sforzo di passargli il telefonino. Lesse il testo e sorrise, felice per la “sua” bella, convinto che, alla fine, fosse LEI quella giusta. Non voleva abbandonare quel folle sogno, ma per la prima volta in tutta la sua vita non era lui a dominare le danze. Quando lasciò ricadere la testa nel letto disse: “grazie… ehm…” rendendosi conto che si era già dimenticato il nome della sua ultima “ospite”.
Non voleva andarsene dal suo stesso sogno, pazzo vagabondo dell’anima, sconfitto dal suo stesso desiderio di provare finalmente sulla sua pelle questa cosa a lui sconosciuta chiamata amore…
“Devi saper ascoltare i segni” disse alla fine. Il monologo era sembrato interminabile, un continuo parlare con il cuore in mano. Aveva spiegato all’amico dei suoi occhi (marroni, o castani, ma in fondo che differenza fa, sono la porta della mia anima – disse intimorito), del loro futuro incontro tanto desiderato quanto timido ed incerto e, forse la cosa più importante, delle loro esistenze così intrecciate, quel mescolare sensazioni uniche e irripetibili. Aveva parlato e parlato, di fronte al placido scorrere del naviglio, di quella ragazza conosciuta casualmente, del loro primo argomento trattato e della loro voglia di cercarsi senza lasciarsi totalmente andare.
“Ci sono troppe cose in comune” – ripeteva al silenzioso amico in quella gelida serata, dove l’alba ritardava al massimo la sua comparsa, forse perché anche lei stanca ed esausta dalla notte precedente passata a festeggiare. “Cioè, sono veramente strane le cose che mi stanno capitando. In principio credevo fossero semplici coincidenze e nulla più, poi…”
“Spiega.”
“Una sera dovevo uscire in moto e lei mi disse di stare attento, e la cosa mi fece enorme piacere. Nessuno si preoccupa per me. E non capisco come, ma mi sono ritrovato coinvolto in un incidente e quando rientrai a casa lei mi disse che se lo sentiva che fosse successo.”
“Magari è una strega.”
“Magari è una fata.”
“Su su, continua…”
“Abbiamo gli stessi identici gusti; arte, spettacolo, cantanti, passioni… Non faccio a tempo ad iniziare una frase che lei è pronta a terminarla, e ci azzecca sempre. Entrambi amiamo mangiare, leggere, vivere senza menate…”
“Una cosa abbastanza comune, credo.”
“Forse sì. Ma ama fare le cose che adoro anch’io, tipo suonare la chitarra, fare le fotografie senza soggetti umani, guardare film “culto”, dire sempre la verità anche a scapito del proprio bene… In fondo ho capito che mi piace tutto di lei, anche quello che non conosco. Lo sento.”
“Ma ti sei dichiarato?”
“Ehm, in un certo senso. Ma non ho nulla da offrire. Non sono bello, non sono ricco, mi caccio sempre nei guai e non riesco a cambiare. Devo ammettere che non sono un buon partito.”
“Se è lei ti accetterà per come sei, no?”
“Sì, anche questo è vero. Ripeto, è una cosa strana. E’ l’ultimo mio pensiero prima di addormentarmi e il primo al risveglio. E la cosa, come posso dire… mi rende felice.”
“Allora è fatta. Buttati!”
“Sì, cioè, no… C’è ancora una cosa che ancora non riesco a capire.”
“Spara.”
“Può sembrare assurdo, ma sembra che stia sognando. Forse lo è e non me ne sto accorgendo. Come le mattine dopo sbornie potenti dove non ricordi nulla del giorno precedente. Ma questa volta è come se tutto fosse ovattato, profumato e silenzioso. Non sento urla, nè bicchieri che cascano a terra. Nessun rumore di sottofondo. E anche i colori sembrano più vivi. Da quando l’ho conosciuta è come se ci fosse un prima e un dopo… Mi capisci? E poi, per la prima volta, non riesco a capire in che direzione porti questo percorso, non vedo un traguardo, una fine.”
“E tu come vorresti che finisse?”
“Ehm… diciamo che il classico ‘E vissero felici e contenti’ andrebbe benissimo.”
“Occhei, fatto.”
“In che senso?”
“Nel senso che tu, realmente, non esisti. Sei solamente il frutto della mia fantasia. La verità è che io scrivo racconti e oggi avevo voglia di scrivere una favola.”
“Non ci credo…”
“Fidati, quello di cui hai bisogno è di un finale che, ogni tanto, non faccia male.”
“Perché?”
“Peché nelle favole, a differenza della realtà, arriva sempre il lieto fine…”
“E allora? Come finisce?”
“Che tu e lei sarete felici, circondati da bimbi paffutelli e una mandria di maialini nani che vi corrono tra le gambe… Va bene?”
“Va benissimo… D’altro canto ogni favola è un gioco…”
Rientrata in casa la prima cosa che fece fu quella di mettere il suo disco preferito sul piatto del vecchio stereo. Non amava troppo la fredda tecnologia e sentire la puntina raccogliere la polvere, scavalcare incurante i segni dell’usura per “vibrare” al contatto del venile, le riempiva l’anima di un muto calore.
Dopo gli applausi giunse il pianoforte, sensuale e dolce come l’innocente carezza data a un bambino desideroso di ricevere un semplice gesto d’affetto. L’intro del professore si tuffava direttamente nell’armonica, graffiante e liberatoria, una porta spalancata dove l’ingresso era consentito a tutti quegli sconfitti, intrepidi e testardi, che lei tanto adorava, coloro che ancora non si erano arresi al vuoto e che desideravano, o forse reclamavano, dalla vita una rivincita o meglio ancora una seconda possibilità.
Poi ci fu solo magia.
Si lasciò cadere sul divano, con la punta del piede destro fece perno sul tallone sinistro e la prima scarpa volò come d’incanto, seguita quasi immediatamente dall’altra, anche se le dita dei piedi avvolte dai collant scivolavano sul tacco, e dovette ripetere quel ridicolo gesto un paio di volte prima di fare presa. Piegò le ginocchia e la gonna risalì lasciando intravedere le sue formose gambe, bellissime e attraenti gambe da modella. Mentre la rugosa e familiare voce diffusa dalle casse le faceva palpitare il cuore, ripensava alla strada percorsa sino a quel momento. Si era laureata a pieni voti, ma in questo paese chiamato Italia per fare carriera e raggiungere certi traguardi si era obbligati ad avere “conoscenze” e “spintarelle” varie. Così si era accontentata di quel lavoro alla Rinascente di piazza Duomo, per pagarsi le spese, dove era obbligatorio portare la divisa d’ordinanza oltre che sorridere stupidamente. Si alzò di scatto, sfilò la gonna che, innocente, cadde al suolo e, prima di infilarsi in un comodo pigiamone maculato, rimase per qualche attimo immobile davanti allo specchio a riflettere.
“Non tornare dentro di corsa. Tesoro, lo sai perché sono qui. Ed è per questo che sei spaventata e pensi che forse non abbiamo più l’età per certe cose. Dammi un pò di fiducia, c’è magia in questa notte. Non sei una bellezza, ma a me vai bene così. Oh e per me va tutto bene così… Puoi nasconderti sotto le coperte a rimuginare sui tuoi dolori…”
Aveva lottato duramente contro i mille nemici invisibili che ostacolavano i suoi desideri; dai timori dei suoi genitori, – “trova un bravo ragazzo e abbandona quella voglia di successo”, alle amiche che poi, alla fine, tanto amiche non erano, – “che vai a fare in quella fredda città, lì la concorrenza è spietata e la gente è triste”, ai mille stupidi ragazzotti del suo paese, compreso l’ultimo fidanzato, sì forse carino o addirittura bello, ma come gli altri incapace di capire fino in fondo cosa ci volesse per conquistarla, uomini immobili nelle loro facce abbronzate e pavoneggianti che non sapevano andare oltre al machismo espresso in quelle volgari espressioni, – “che ne dici se io e te… fuchi fuchi?”
No, non le sarebbe mai bastato fare la moglie devota e rispettosa della tradizione. Oppure la mamma casalinga, non che ci fosse nulla di male in quello, anche lei avrebbe voluto dei figli, certamente li avrebbe voluti, ma solo con la persona giusta e non prima di aver provato a fare il grande salto. Lei sentiva la necessità di spazi enormi per poter distendere le sue ali e volare alto, aveva bisogno di terre libere da concetti prestabiliti da altri, sentiva la necessità di realizzarsi come singolo individuo per poi trovare la sua metà, perfetta e combaciante, con cui proseguire il viaggio.
“Questa strada a due corsie ci porterà ovunque vogliamo.Abbiamo un’ultima possibilità per avverare i nostri sogni. Per scambiare con delle buone ruote le nostre ali. Salta su. Il Paradiso ci aspetta lungo il percorso. Dai, prendi la mia mano. Stanotte cercheremo di raggiungere la terra promessa…”
Era stato difficile lasciare la casa e gli affetti. Molto difficile. Le prime settimane sembravano interminabili e la nostalgia della sua terra la veniva a trovare ogni santo giorno. Non era stato facile adattarsi ai ritmi di quella frenetica città, dove anche sulle scale mobili della metropolitana dovevi tenere la destra per lasciare lo spazio alle persone che andavano perennemente di corsa. A volte si domandava dove andasse tutta questa gente agitata e se avessero un treno da prendere a tutti i costi, un treno che non li avrebbe mai attesi, forse l’ultimo di tutta la vita. Ma Milano era anche la città che offriva diverse possibilità ed era un perfetto trampolino di lancio per spiccare il volo e raggiungere i propri sogni di felicità e, anche se non avrebbe mai desiderato viverci per sempre, era una tappa fondamentale di passaggio (la piccola New York, se uno ce la faceva a Milano ce l’avrebbe fatta ovunque).
“E so che ti senti malinconica. Per le parole che non ti ho detto. Ma stanotte saremo liberi. Tutte le promesse saranno infrante. C’erano spettri negli occhi di tutti i ragazzi che hai lasciato. Adesso tormentano questa polverosa strada di costiera…”
La sua passione era la musica. Cantava da sempre, ripensandoci le sembrava che non avesse fatto altro nella vita, e voleva mettersi alla prova, sfidare se stessa e i suoi timori. Sognava di viaggiare con una propria Band formata da amici, di conoscere molte persone, di ascoltare mille racconti avventurosi, quel mondo era il suo mondo, e non le importava nulla del fatto che avrebbe potuto fare la modella, era di una bellezza “esorbitante”, no, non le importava della sua bellezza, lei voleva mettersi in gioco davanti alla gente, un pubblico reale, sentiva il bisogno di leggere nei loro occhi le emozioni. Era anche per quello che aveva troncato la storia con l’ultimo fidanzato, lui proprio non riusciva a capire, quell’amore “malato” era diventato più che altro una stupida abitudine poco stimolante. Ad aiutarla a troncare definitivamente la “storia” era stato un suo caro amico, un poeta maledetto, quello che le faceva il filo in modo discreto, che aveva toccato i tasti giusti…
“Gridano forte il tuo nome nella strada di notte. La tua toga universitaria è a pezzi ai loro piedi. E nella fredda solitudine che precede l’alba. Senti i loro motori rombare. Ma quando ti affacci sulla veranda si sono già dileguati nel vento, perciò Mary salta dentro. E’ una città piena di perdenti. E io me ne sto andando per vincere…”
Sì, in fondo quel poeta maledetto aveva ragione. Le aveva detto: “ogni volta che ti penso mi viene in mente “Thunder Road”, la più bella canzone di tutte, e mi è impossibile non canticchiare il motivo della versione al piano, la cosa più bella che si possa dedicare alla ragazza più bella… di tutte.”
E per lei “vincere” non significava arrivare prima, desiderava semplicemente urlare al mondo “io ci ho provato”, con speranza e passione, senza nessun timore. E lui pareva l’unico ad averlo capito…
Quando il prete mi vide entrare in chiesa ebbe un sussulto, si domandava cosa ci facesse un bandito in quel posto sacro. Al mio passaggio nella navata centrale le candele smisero di far luce e, nonostante siano passati tanti anni, credo fosse il loro modo di rifuggire un mio ritorno. L’anziana perpetua diede un colpo di tosse e quando se ne andò fui inghiottito dal buio. Rimanemmo solo io e il prete, mi inginocchiai e liberai la lingua, forse era giunto il tempo di essere totalmente sincero.
“Prete, tu conosci la mia storia. Di mia madre so solo che mi ha partorito a sedici anni prima di cambiare paese mentre mio padre rimane per me uno sconosciuto che non fece in tempo a fermarsi e uno schizzo di troppo causò il danno. Fui abbandonato fuori dalla chiesa e delle suore mi portarono nell’orfanotrofio che c’è qui dietro. L’infanzia non fu cosa facile, ricordo le botte dei miei fratelli maggiori, erano sempre in cerca di uno più piccolo per sfogare la loro repressione, e sai anche tu che in quel posto c’è una muta gerarchia da rispettare. Arrivato ai tredici anni fui mandato a lavorare giù alla conceria vicino al fiume, il padrone era uno che usava la sua cintura in cuoio nello stesso modo in cui un buon maestro adopera i libri per educare i piccini. Scappai e promisi a me stesso di non provare più nessun tipo di dolore. Tornato al quartiere arruolai altri ragazzi che non avevano una casa, misi in piedi una banda e dopo aver sgominato la resistenza degli avversari diventammo padroni dell’intera zona. Ogni tanto la polizia mi metteva dentro, ma le legnate che mi davano non erano nulla e la testa a posto non l’avrei mai messa. C’era un poliziotto in particolare che pareva volermi spezzare le ossa, diceva che ero solo feccia e finchè ero in giro per la città la sua piccola figlia Alina non sarebbe stata al sicuro. E difficilmente usava le parole per esprimere questo concetto”.
“Il mese scorso ho incontrato Alina, adesso è diventata donna, e abbiamo parlato del più e del meno. Lei conosce la mia fama e dice che non ha paura di me. Ci siamo dati un secondo appuntamento, ho comprato un vestito nuovo e mi sono presentato con dei fiori. Non avevo mai pensato alle donne come ora penso a lei, credevo fossero delle distrazioni e dei vincoli che non mi avrebbero permesso di scalare la vetta e arrivare fino alla cima. Quando in lontananza la vidi arrivare il mio cuore batteva forte, non riuscivo a controllare l’emozione, e diventai rosso come un peperone. Lei disse -”Tra noi non può funzionare, tu sei il vecchio nemico di mio padre” e il mondo è caduto sulla mia testa. E di quella sua irritante onestà non ne posso più fare a meno”.
“Ora, prete, dimmi una cosa. Dimmi se esiste un modo per ricevere l’assoluzione senza perdere la dignità che solo il mio modo di vivere liberamente mi ha dato. Farei di tutto per conquistarla, per ricevere un bacio dalle sua labbra, o per dormire con lei al mio fianco. Dici che devo pentirmi per le mie malefatte, ma non riesco a vergognarmi di aver lottato duramente contro questa sporca vita, questa società che ha emesso la sentenza ancora prima che apprendessi a camminare da solo sulle mie fragili gambe. Ho imparato a piangere senza versare una lacrima, a urlare senza aprire la bocca, ma ora rinuncerei a tutto pur di stringerla tra le mie braccia”.
“E adesso, nel buio della mia stanza da letto, cerco Alina col pensiero, sento divampare la passione, e il sonno scappa via lontano portando solo dubbi e incertezze”.
“Dimmi, prete. Dimmi cosa deve fare un povero diavolo come me per conquistare il cuore della figlia dello sbirro. Chissà se è innamorata di un altro o è solo un’altra persona che non mi vuole… Prete, ho solo voglia di sincerità”.
“Non ho nessun diploma o laurea da appendere alla parete o da incorniciare, non possiedo una lussuosa automobile con sedili in pelle con cui abbandonare la città e poter scappare. Non ho una casa di proprietà a cui fare ritorno senza sentire l’ansia dell’affitto, non ho una carta di credito oro che fa dire a sorridenti e graziose donnine: “Signore, lei è il benvenuto”. Non ho soldi da spendere in giganteschi e colorati mazzi di rose senza spine da inviare, non ho mai fatto le vacanze in posti esotici dove ti servono il bicchiere con sottocoppa in argento e l’ombrellino.”
“Ma non mi interessa nulla di tutto ciò, perché ho te…”
“Non ho molti amici che mi hanno rincuorato quando l’inquietudine è arrivata in quel momento, non ho mai avuto un vero successo con le donne e credo che per loro sia stato esclusivamente un maledetto tormento. Non possiedo scarpe comode e avvolgenti per poter camminare, non ho neanche due forti ali che mi permettono di librarmi in alto e di volare. Non ho eleganti vestiti di marca di cui poter fare sfoggio, non posso permettermi anelli con diamanti o monili d’oro da poter allacciare al tuo morbido collo.”
“Ma non mi interessa nulla di tutto ciò, perché ho te…”
“Ho solo il mio folle e delirante amore, e per me è tutto. E nessuna ricchezza potrebbe cancellarlo, nessuna cifra con sei zeri può comprarlo, sono stato scelto e mi è impossibile non farlo… Perché tutto è già dentro, tutto è già stato scritto. Innamorarsi di una donna e non di un’altra, esiste un motivo. Avere nella mia testa i tuoi stessi pensieri e seguire il medesimo ritmo, respirare il tuo odore come se fosse l’ultima goccia d’ossigeno del creato. Non mi pento di amarti nel profondo, perché con te ho tutto quello che ho sempre desiderato…”
“Ho camminato, ho corso, ho peccato e mi son divertito, ho preso tanti schiaffi e mi è servito. Ho la passione che spinge le mie gambe in continua ricerca, ho il cuore colmo dato dall’avere al fianco la migliore, ho sempre detto quello che penso e ora che ti stringo forte a me capisco cosa sia il puro godimento. C’è chi regala una pelliccia o una promessa, c’è chi vuole un castello disabitato e poi va a messa, c’è chi canta una serenata per la sua bella, e poi ci sono io che ti seguirò sempre, mia dolce stella. Perché nessuna coincidenza è tollerata, solo ora l’ho capito, che possedere molte cose, non ultima il successo, è solo il capriccio di un bambino o di un travestito, e ora che ho te sento di avere nella mano il mondo nella sua intera essenza. Forse ho tutto o forse niente, diceva una fata, lasciamo che sia il futuro a decidere, ma da quando sei entrata nella mia vita, ho capito che ci sei sempre stata….”
Abbiamo sopportato tutto, abbiamo lottato, ci siamo arresi, abbiamo accettato.
Abbiamo aspettato che il sole risorgesse, abbiamo consegnato il nostro futuro in “sagge” mani che promettevano di risolvere i nostri problemi. Ci siamo fidati delle soluzioni dettate da regole che non avevamo scritto noi.
E’ arrivato il tempo in cui dobbiamo essere noi stessi a riprendere in mano la nostra vita, a partecipare in prima persona.
Dobbiamo curare da soli le nostre ferite, dobbiamo soppiantare il dolore, dobbiamo prenderci cura dei nostri anziani, dobbiamo dare un domani ai nostri figli, dobbiamo amare le nostre amate.
Non è più tempo di fidarsi di loro.
Il toro e l’orso sono un tranello in cui siamo cascati. Dicevano frasi tipo: “se i più ricchi saranno più ricchi staremo tutti meglio perché sono loro che fanno girare l’economia”. Bene, ora i ricchi vogliono ancora di più, vogliono che non ci siano regole per licenziare, per sfruttare, per poter imbrogliare. E guai a parlare di patrimoniale, siamo matti?
La povertà sta serpeggiando, i falò sotto i ponti aumentano, sempre più gente dorme nei cartoni alla stazione Centrale.
Dobbiamo riprenderci il nostro futuro.
Dobbiamo riprenderci il nostro amore.
Abbiamo chiesto l’assoluzione per i peccati da loro commessi. Abbiamo dato i nostri risparmi alle banche, alle assicurazioni. Ora ci chiedono sacrifici per risanare i loro conti in rosso. Il sistema sta implodendo e i politici litigano per quale tipo di patè preferiscono sulla tartina.
Quando gli ultimi saranno i primi è una frase che non si avvererà mai.
Abbiamo lavorato una vita per vedere i nostri risparmi evaporare nei trucchi dei traders affamati. Hanno inventato sistemi sempre più contorti per succhiarci il sangue, li chiamano “future, subprime”, insomma vendite allo scoperto di quell’economia malata creata dal loro stesso sistema. Tutto fatto per poi allacciarci al carro degli sconfitti, per loro siamo solo dei somari da traino da frustare.
Ma quando non c’è più una goccia di sangue da spremere, quando il nostro unico valore è la dura pietra, quando una società non riesce a mantenere le promesse fatte, è il momento di prenderci cura di noi stessi.
Inaffidabile sistema economico-politico non mi avrai più. Forse non ho una soluzione, ma il fallimento di questo modo di vedere le cose è evidente, chi possiede tanto esige sempre di più, e non si ferma davanti a nulla. Cammina sulle macerie, rende cimiteri spettrali stupende città come l’Aquila, obbligando i “superstiti” a risiedere in quartieri invivibili costruiti da loro stessi. Festeggiano a ogni disgrazia, costruiscono centri commerciali devoti all’idea del comprare uguale benessere, occupano la pubblica amministrazione per distruggerla dall’interno, annientano l’intero ecosistema incuranti dei danni causati.
Questa logica del massimo profitto spinge alla guerra dei poveri. Ballano sui nostri cadaveri senza neanche portare il lutto al braccio. Vogliono privatizzare la sanità, regalano con l’inganno carte di credito, parlano di capitalismo ma per salvarsi chiedono i soldi allo stato. Quando c’è l’utile spartiscono tra loro, mentre quando gestiscono male le aziende dobbiamo pagare tutti. Se io sbaglio, nessuno mi salva!
L’americano del lingotto parla con la cicca in bocca, dice che siamo arretrati, minaccia continuamente di abbandonare il nostro paese. Cashmerino, forse dimentichi che la tua azienda è sopravvissuta solo grazie ai soldi pubblici.
Ora, mia madre vive con una pensione da fame, io lavoro dodici ore al giorno e la banca mi sta col fiato sul collo se solo ritardo di un giorno il pagamento di una rimessa bancaria. Meno del tre per cento della popolazione mondiale racchiude più della metà della ricchezza. Ci sono paesi dove ancora si muore di fame, a Milano dal prossimo mese molte famiglie rimarranno senza entrate perché scade il periodo di cassa integrazione. Paghiamo per servizi che non riceviamo, versiamo somme all’istituto di previdenza sociale senza avere nessuna garanzia che arriveremo all’età pensionabile. A Cortina si lamentano perché c’è stato un blitz della guardia di finanza, hanno crisi isteriche perché l’iphone non ha campo, guidano fuoriserie da centinaia di migliaia di euro e non hanno mai sudato in vita loro. E’ un loro diritto essere privilegiati. Assurdo!
Non ci resta che prenderci cura noi stessi dei nostri cari.
Dobbiamo riprenderci il nostro futuro.
Dobbiamo riprenderci il nostro amore.
Se non lo facciamo noi, chi lo fara? Loro?
Senza profitto non muoveranno mai un dito, troppo occupati a guardare i grafici dei loro guadagni miliardari.
Per favore, qualcuno si prenda la responsabilità di ciò che sta accadendo, io sono troppo occupato a prendermi cura di mia madre.
E questo messaggio è un urlo lanciato con amore, perché quando la nave affonderà loro saranno già al largo, brindando sulle nostre ceneri, dicendo che, in fondo, sulla scialuppa di salvataggio non c’era posto per tutti.
Grazie Bruce, ancora una volta, grazie di esistere…
Dondolavo senza meta nella mia città quando per caso incontrai un caro amico d’infanzia. Teodoro è il tipico ragazzo “buono”, uno di quelli che non farebbe male neanche a una mosca. Ci sedemmo in un locale e notai che aveva lo sguardo spento, come se attendesse qualcuno senza cullare la speranza di incontrarlo. Chiesi cosa gli fosse successo e mi raccontò la sua storia.
Ora la racconto a voi.
- Ero in un’altra città per una trasferta di lavoro, passeggiavo e mi sentii chiamare.
- “Vuoi delle rose?” – disse una voce femminile. Mi voltai e quella voce apparteneva alla ragazza più bella che abbia mai incontrato. “Tre rose rosse cinque euro, un mazzetto a dieci” – proseguì la zingara. Di rimando risposi subito di no, Non saprei cosa farmene – aggiunsi, Non ho nemmeno una fidanzata a cui fare un gentile dono.
- I suoi occhi parevano sorridermi e il suo fascino era irresistibile. L’invitai a sedersi con me in un bar lì vicino e prendemmo da bere. Il tempo passava e sentivo che non volevo più staccarmi da lei. Le comprai l’intero cesto e le chiesi di venire a stare da me, in fondo ero solo in quella città sconosciuta. Lei accettò e dopo due ore stavamo cenando illuminati dal bagliore di una candela.
- Si fermò come mia ospite, diceva che la baracca dove dormiva era fredda e spettrale. Io ero felice che lei avesse accettato. Passarono i giorni e trascorremmo insieme molto tempo, io mi occupavo del lavoro, lei apparecchiava la tavola e preparava la cena.
- Capisco che può sembrare strano, ma è impossibile spiegare l’amore. E’ qualcosa che capita quando incontri una persona, anche sconosciuta, con cui senti di avere un legame intenso. E questo legame non è frutto di qualcosa di razionale o intenzionale, no, non lo è affatto. E’ un qualcosa che va oltre il tuo controllo, contro cui non puoi combattere, qualcosa che doveva essere così. Una cosa incredibile, l’amore. Desideri non rimanerne mai senza, senti che vorresti che durasse per sempre.
- Lei parlava poco, a stento riusciva ad esprimersi nella nostra lingua. Era arrivata da sola in Italia e viveva nel campo appena dietro la ditta dove stavo prestando servizio. Una sera mi prese la mano e andammo a letto. Facemmo l’amore, dolcemente, come se stessimo mischiando due colori differenti in un’unica latta di vernice. Sentivamo la magia ed entrambi volevamo che la cosa non finisse mai.
- Un colpo di tosse mi portò alla realtà, ero nel mio letto, a casa mia, a Milano. Era stato solo un sogno. Mi alzai e le lenzuola erano pregne di sudore. Eppure era stato tutto così… reale. Io la chiamavo “patagnuri”, lei mi dava del “vecchio”, giocavamo e ridevamo, impossibile pensare a un sogno così vero. Andai in bagno e mi lavai il viso, il cuore impazziva al suo semplice pensiero, ai suoi occhi, alla sua voce tremolante. Non riuscivo a togliermela dalla testa, sentivo ancora sulle mani il suo buon odore, come di fresco bucato steso al sole. Impossibile da cancellare. Ma ero nel mio appartamento, mentre con lei stavo in una città diversa, e io in vita mia non ho mai abbandonato Milano.”
Sospirai, non credevo a questo genere di storie, annuivo distrattamente lasciandolo parlare. Continuò…
- Debellato e sfinito dall’intensità del sogno, andai in sala da pranzo e quasi mi prese un colpo. Nel mezzo del tavolo c’era un cesto di rose rosse. Le sue rose rosse…”
Teodoro si congedò con una calorosa stratta di mano, indossò un acido cappotto verde e sparì dalla mia vista.
La stessa notte non riuscii a dormire, ripensavo al mio amico. Alla sua “strana” storia. Cercavo di capire come mai spesso la vita ci butti al suolo. Credo che dipenda da noi trovare le forze per rialzarci. Andai a letto sconfitto, invidiavo Teodoro e quella sua capacità di credere ai propri sogni, pensavo che in fondo chi non è capace di cullare l’ambizione di realizzare i propri desideri è già sconfitto in partenza.
Al mattino ero distrutto, forse non avevo riposato bene. La mia casa sembrava essersi rimpicciolita, come se si fosse racchiusa su di me, lasciandomi senza respiro.
Dovevo aver sognato, pensai, ma il mio sogno diceva che non avevo alcuna possibilità.
Quando andai in cucina a prepararmi il caffè quasi mi prese un colpo. Nel mezzo del tavolo c’era un cesto di rose rosse. Le sue rose rosse…
N.d.A.: dedicato a tutte le “patagnuri” che desiderano essere sognate…
Anche se era solo una prova, con le nuove scarpine ai piedi si sentiva già più forte. Calzavano perfettamente ed erano fatte di morbido cuoio. Avevano tacchetti intercambiabili e possedevano il nuovo metodo per l’allacciatura; le stringhe venivano nascoste dalla linguetta.
“Come quelli di serie A – disse il suo vecchio. Vedrai che con queste ai piedi volerai come un falco. E ricordati che gli osservatori della grande squadra verranno appositamente dalla città con il semplice scopo di portarti con loro. Questa è la tua grande occasione, se ti sceglieranno avrò esaudito il mio sogno. Come le senti? comode? Va bene, le compriamo” sentenziò.
Il padre lo aveva accompagnato in città, avevano preso la corriera e poi il treno, era impossibile arrivarci col trattore. E quel negozio era bellissimo: aveva la moquette verde, come un vero campo di calcio, morbida e calda, e tutti i commessi portavano una divisa sportiva. Il silenzioso Billy sapeva che lo sforzo economico fatto dai suoi genitori era enorme e per tutto il viaggio di ritorno tenne stretta al petto la scatola contenente il prezioso dono. Anche sua madre era convinta che quello fosse un sicuro investimento, “Il tuo futuro sarà migliore del nostro, ripeteva incessantemente, vedrai quante ragazze ti ronzeranno attorno”.
Prima di arrivare alla vecchia abitazione rurale sperduta nei campi, l’occhio di Billy cadde sulla casetta degli attrezzi, l’isolata casetta costruita dallo zio con assi di legno, alluminio riciclato e pezzi di ondulato messo lì alla rinfusa per tappare i buchi.
E venne il giorno della partita. A giudicare dalla gente che affollava le gradinate, più che altro fredde e amatoriali tribunette in ferro, la presenza degli osservatori della grande squadra aveva fatto il giro dell’intera provincia. Lui era l’indiscusso idolo di casa; nel piccolo sobborgo dimenticato da Dio dove viveva l’avevano soprannominato ‘Billy il fenomeno’. Aveva tredici anni e i suoi compaesani gli avevano pronosticato, o si auspicavano, un futuro in serie A – forse anche la nazionale, dicevano i suoi sostenitori più incalliti. Il padre lo aveva allevato a pane e football, allenandolo duramente per ore, tutti i giorni della settimana, nessuno escluso. Il pallone era diventato il suo miglior amico e andava in giro per i campi palleggiando o scartando i sassi sparsi sul terreno. Erano poveri, la dura vita dell’agricoltore non rendeva più, e il sogno di papà era che il figlio sfondasse nello sport visto gli altissimi guadagni dei calciatori professionisti. Loro erano semplici contadini di umili origini, vivevano nella casa colonica assieme alla famiglia dello zio, e non si potevano permettere di lasciare i campi neanche per le vacanze estive e lui, in particolare, non aveva mai visto il mare.
“Vai e gioca come sai.” Aveva urlato l’allenatore nel momento in cui l’arbitro diede il via alla partita, girandosi e facendo un cenno impercettibile ai due uomini seduti in tribuna. Forse anche lui sognava di comparire in televisione, in futuro, intervistato come lo scopritore del più grande talento che il calcio italiano possedesse, ma bastarono pochi minuti al mister per capire che ‘il fenomeno’ aveva l’aria assente, sembrava svagato e non aveva la minima concentrazione su quello che accadeva in campo.
Capita spesso che gli adulti non sappiano riconoscere la sofferenza. Lui stava male, era dal giorno prima che stava male, da quando suo zio era tornato con quella faccia disperata dall’ospedale.
I grandi si erano radunati in sala, bisbigliando incomprensibili parole e trattenendo il pianto.
Lui aveva capito.
Aveva capito che la sua adorata cuginetta era morta per quella malattia che da tempo la braccava. Aveva lo stesso nome del suo segno zodiacale, la maledetta. E lui credeva fosse tutta colpa sua. I grandi non gli avevano detto nulla, aveva la partita il giorno seguente, ma non era così stupido da non comprendere il motivo degli occhi arrossati della zia e della disperazione trattenuta a stento nello sguardo di sua madre…
Erano cresciuti insieme, Billy e sua cugina.
Vivendo e scoprendo insieme la vita, le prime gioie e i primi ‘umori’, vietati e proibiti, esplorati per caso nell’isolata casetta degli attrezzi costruita dallo zio, quando la noia e la voglia di giocare ad ‘altro’ si impadroniva di Billy. L’ultima volta che era stato lì con lei aveva promesso che sarebbero andati al mare, insieme. Lì nessuno sapeva della loro parentela e finalmente avrebbero potuto camminare mano nella mano, guardarsi negli occhi e dire le cose che sentivano intimamente, ma che non potevano esprimere a parole. Si desideravano. Semplicemente. Si volevano un gran bene, con sguardi complici e usando un linguaggio ‘segreto’ avevano stabilito che prima di tutto ci sarebbero stati loro due, poi sarebbe venuto il resto del mondo. Billy le raccontava dei suoi desideri di uscire con lei, finalmente soli, diceva in tono commosso, lei rispondeva col sorriso, appagata da quell’abbraccio con cui Billy la stringeva a sè, come per proteggerla dall’inevitabile.
Era il bambino più invidiato dell’intera regione, ma a Billy non importava più niente, sentiva in sé la colpa della tragedia, e quella sarebbe stata la sua ultima partita. Segretamente aveva già deciso di smettere di giocare a calcio.
Mi chiamo Omar Devil e ho una ditta che muove del bel grano. Io vivo a Milano e ho incrociato un tipo stravagante, direi molto strano. Cantava per strada ed era felice e solare. Il cappello di paglia posato sul marciapiede per riuscire a mangiare. La volta celeste per tetto, era suo tutto il cielo. Come giaciglio una brandina pieghevole e un pesante sacco a pelo. Scriveva sia musica che parole, accordava lo strumento al tocco di un campanello. Un orecchio affilato, e non solo quello, trasformava ogni nota in un bel ritornello. Girava il paese con la chitarra a tracolla, portava l’armonica a bocca e di ricambio una corda in budello.
Il dì della merla arrivò in stazione Centrale. Viaggiava leggero senza bagaglio o protezione, e non è affatto banale. Tutti i passanti venivano rapiti, come obbligati a prestargli attenzione. Espressioni di gioia provocata dal suo enorme talento, da collezione. Anche i poliziotti che volevano farlo sloggiare, rimasero imbambolati nel sentirlo cantare. Bisbigli sussurrati enunciavan che era divino, “Dovrebbe registrare un disco oppure fare un provino. Magari uno scopritore di nuovi volti, uno vestito di raso”, la gente diceva che era bravo, “se non ha fatto successo è solo un caso”. Il cantante sorrideva ma non aveva risposte, con fermo garbo diceva no con la testa e rifiutava le allettanti proposte.
Non apriva la bocca se non per cantare, con l’espressione dei suoi occhi non esprimeva mai più del dovuto, era una vera rarità sentirlo parlare. Un giorno di gennaio il cantante passò dalla mia città, arrivò a Milano. Mi fermai ad ascoltarlo per l’intera giornata, eseguì il suo repertorio e mi prese per mano. Gli feci i complimenti e lanciai nel cappello una banconota pesante. Lui smise di suonare e con gran dignità, disse: “questi son troppi, per carità”. Gli chiesi come mai avesse scelto quello stile di vita molto randagio. Col suo talento e quella bravura avrebbe potuto avere tutto ciò che lo mettesse a suo agio. Lui sorrise con lo sguardo di uno senza memoria, mi ridiede la banconota e mi raccontò la sua storia.
“Ho sempre avuto una band tutta mia. Un giorno un manager voglioso di successo promise che avremmo sfondato.”
“Così è stato, abbiamo scalato le classifiche e mi sentivo appagato. Ma è proprio da quel giorno che non son più tornato.”
“Avevo una donna in ogni paese, la rossa giù a Genova e la bionda calabrese. A Napoli la mora che chiavavo in camerino, a Firenze quell’orsacchiotto che trovavo carino.”
“Non mi importava nulla di nessuna di loro, ogni volta che uscivo sul palco si alzava un gran coro. E quando hai successo perdi completamente il controllo. Diventi una troia al soldo di un altro, e accetti di tutto, pure il nero petrolio.”
“Poi ho conosciuto la piccola dalla frangia ribelle. Lei non mi voleva e disse di no, io non capivo il motivo di tanto rifiuto, ho barcollato, ho iniziato con la coca, l’alcol e poi giù di tutto.”
“Ho sempre pensato che le persone si dividano in due categorie: quelli che stanno sul bordo ad aspettare che la vita gli dia il dovuto.”
“E quelli che prendono di petto la propria esistenza, e come zanzare impazzite si sbattono e ambiscono a quello che credano sia il top come fosse pura sostanza.”
“Sarà stato quel folle amore mai ricambiato, sarà stato che il resto della band quel contratto l’aveva già firmato, ora non ricordo neanche il motivo, ho bruciato il documento, sono partito e a casa non sono più ritornato.”
“Ascolta bene amico mio caro. La vita non è una scalata al successo, quello è solo un effimero stato. Quando arrivi su in cima hai perso il controllo. E dimentichi per cosa hai lottato, vuoi sempre di più altrimenti ti senti frustrato.”
“L’unica mia salvezza sta nell’arte e nel contemplare il bello, e se mi capisci sei già mio fratello. Quello che è astratto e non puoi avere o toccare, come il brillio delle stelle o un folle amore mai ricambiato. Non è il sangue o il successo a dettare il nostro percorso, ma siamo noi stessi che squallidi ci caschiamo scavando quel solco.”
“Così sono partito per varie città. Ho girato il mondo, ho suonato sotto la Mole di Torino o a Roma al lato dei Fori Imperiali e al Colosseo. A Trieste ho suonato in piazza Unità, son stato nei posti più belli di mezzo emisfero.”
“Un pasto caldo e una bella persona con cui stare. Sono le uniche cose di cui bisognerebbe avere bisogno, non c’è un cazzo da fare.”
“Intanto chi intrallazza, chi è svelto nell’atterrare il nemico, sarà sempre beato. E una volta che ho perso la dignità non ci son più ricascato”.
Ho pensato che il cantante non avesse tutti i torti. Uno si sbatte tanto, tiene vivi i rapporti, cerca di far vedere quanto nella vita vale, per poi vedere che il furbo mangia con posate dorate, e per colazione si sbaffa tartine al caviale. E’ davvero speciale una persona che canta per le stelle o per la timida luna, gli ho augurato di trovare una strada che gli porti fortuna. Forse soffriva ancora le pene del cuore, di quella lontana ragazza scorgeva il volto nascosto dietro a un ricordo, ma ostinato continuava a desiderare chi proprio non poteva mai avere.
Poi ho capito che tra i due è lui il talento mentre io sono una riserva, uno stupido pesce che lotta attaccato alla lenza. Faccio parte della schiera dei morti viventi, un ricambio che subentra a partita quasi finita per fare presenza. C’è qualcosa di marcio che scava dentro di me, alla fine sono un perdente che non riesce a mollare ricchezza e benessere, in sincerità non mi è mai piaciuto ciò che sono stato, non ho la forza di reagire e da questa pesantezza mi sento schiacciato. Quel cantante mi ha aperto gli occhi e che ora scenda la neve. Che spazzi via tutto, sommerga la mia anima e rompa queste pesanti catene. Io giro la testa davanti a un povero che non ce la fa’, come se non guardandolo dimenticassi la triste realtà. E la sera al circolo con gli amici tra una partita a squash e una sauna finlandese, mi vedo pagliaccio agli occhi di chi a fatica arriva alla fine del mese.
Invidio il cantante, e tutto il suo stato. Quella rinuncia al suo amore tanto adorato. Un coltello infilato nel fondo del cuore, è quella la salvezza che permette di scavare dentro me stesso per trovare il mio amore. Una persona abietta, ecco che sono, ripugnante mia vita, ti chiedo perdono. Quell’uomo è un Re seduto sul trono, osservo le giornate scorrere veloci fingendo pienezza, ma se allo specchio mi guardo vedo molta tristezza. Ho timore di sognare una vita migliore con un cielo più giusto, aspettando che passi l’ultima stella dorata. Un mondo dove l’amore sia vero e le persone incontrino l’anima gemella a loro destinata, per cercare realmente di toccare il cielo, accecarsi dal brillio delle stelle, e non solo per arrivare alla fine di una dura giornata…
Ad Ale: eravamo giovani, eravamo pazzi, eravamo randagi, e tu eri il migliore di tutti noi. Vivrai per sempre nel mio cuore…
Avere una pistola puntata in mezzo agli occhi è strano.
Fissare a meno di un centimetro la canna della Walther P38 è sicuramente strano. L’effetto che provoca non è come ti saresti immaginato. Il tempo rallenta in maniera clamorosa e il mondo che era alle spalle del “buco” svanisce, diventa dapprima sfuocato, poi del tutto assente.
Ti ritrovi a fissare nel vuoto della canna, perdendoti nel nero accecante del suo interno, attendendo il click che a breve ti farà raggiungere il buio eterno.
Alì urla qualcosa nella sua lingua madre, Babà gli risponde sbraitando e sputazzando disordinatamente orrendi pezzi di falafel.
Ma sono ancora lì in quella stanza? Credo di si, probabilmente si. Certamente si.
La puzza impregna l’aria. Un miscuglio tra sudore ascellare, taleggio scaduto, calzini marci e latte rancido. L’olfatto è l’unico senso che funziona ancora, chissà per quanto tempo…
Eccomi, ho una pistola che punta decisamente la mia fronte, diciamo appena sopra il centro esatto che ho in mezzo agli occhi.
Sapete dove si formano le rughine? A pochi millimetri, forse meno di un centimetro dalla mia pelle, o poco più. Non ho più il senso delle dimensioni, avvolto da uno strabismo maniacale ho perso la profondità, tutto appare piatto come una fotocopia sbiadita, quando il toner è quasi esaurito.
Uno pensa che in quel momento la vita ti scorra davanti agli occhi, i pensieri ti affollino la mente tanto velocemente da non lasciare spazio ad altro, che il rischio mischiato all’adrenalina vengano pompati come schegge urlanti nel tuo sangue e le vene si divarichino in modo tale da permettere alla circolazione di proseguire in modo lineare, senza trovare intoppi sul tragitto.
Niente di tutto ciò.
Penso a una cosa sola.
Penso che quella che ho di fronte non è una pistola qualunque. Premetto, io ODIO le armi. In generale, dico.
Ma quella è la Pistola.
La Pistola, con la P maiuscola.
La Pistola che usa Lupin III. Quello vero, giacca verde, camicia nera e cravatta gialla. Quello che sparava ai cattivi per freddarli, quello che adoravo da bambino. Già da allora c’era qualcosa di sbagliato in me, altri amici volavano con Goldrake o con Gig Robot d’acciaio, io ero innamorato di Fujiko Mine, personificazione dell’egoismo e del fascino femminile, roba da bavetta alla bocca.
-
La serata era iniziata come sempre, cazzeggiando.
Nelle backstreets bollatesi la sera si esce per non fare nulla. Programmi, progetti, organizzi e ti sbatti. Poi vai in strada e ti ritrovi con i soliti amici, a dire le solite cose, a fare le solite stronzate. Quella sera il Bricco (Magic Rat) era passato come un temporale estivo. Tipo; cazzo che caldo, ci vorrebbe un bel acquazzone per rinfrescarci. Ma non arriva solo uno scroscio di pioggia che abbassa la temperatura dell’asfalto e poi nulla. No. Arriva la fine del mondo, la tempesta perfetta, l’uragano estivo che provoca danni. Il Bricco era così; o tutto o niente.
Quella sera ero stanco di:
1) ascoltare la solita storia raccontata da quel tipo che ti dice che se le scopa tutte. – C’è in tutte le compagnie. Ovunque. Quello che parla solo di figa. Quello che pensa solo alla figa. Quello che vive per la figa. Quello che si vanta… della figa. E finisce qualsiasi frase con la seguente affermazione: se voglio, me la faccio, oppure: già fatta (per poi scoprire che in realtà è uscito con lei solo una sera e si è beccato un due di picche, rimediando una poderosa sega casalinga, immaginandola sopra, o sotto, o alla pecorina, o smorzacandela, o in piedi. Gli uomini quando sono accompagnati dalla loro mano destra hanno molta fantasia).
2) sentire parlare di moto. – Basta, non sopporto neanche un secondo di più ascoltare i “maniaci” delle due ruote; sentirli continuamente parlare di elaborazioni, marmitte truccate, sospensioni pompate, motori spinti, cilindri limati, battistrada lisciati, catarifrangenti ingrati, trasforma i miei coglioni in pietruzze colorate da collezionare su una cazzo di mensola ed esibire ai vicini quando ti chiedono lo zucchero.
3) calcio e fumo. – Argomenti senza via di fuga. Vale a dire: ogni persona ha i “suoi” gusti, i pareri, le opinioni, la fede, la visione soggettiva, la visione oggettiva e la visione che vuole. E, ogni santa sera, sentivo dire dalle stesse persone le stesse identiche cose: – il libanese è più leggero dell’afgano. – cazzo dici, era fuorigioco. – certo che, almeno per me, il cioccolato supera di gran lunga il marocchino, ti sfronda una cifra. – vero, ma il pressing del Milan di Sacchi… – vuoi mettere la canna a bandiera, nettamente meglio, non fumi la colla.
Vedere arrivare ai parchi il Bricco è stato come vedere il salvatore, il messia, il redentore che mi strappa via dalla rottura di coglioni che incombe come una ghigliottina sulla mia testa. La Renault 5 turbo è da tamarro. Vero. Minigonne e fiamme sui fianchi. Super Tamarro. Ma Bricco ha il permesso, a lui perdono tutto. Neanche scende dalla macchina, il “braccione” ben esposto fuori dal finestrino, sigaretta a ciondolo dalle labbra e musica sparata a volume improponibile. Nino D’Angelo gracchia dalle casse qualcosa d’incomprensibile, il dialetto napoletano lo capisco, ma quello che canta “‘o scugnizzo” non lo riesco proprio a tradurre.
- Vedo che sei impastato nelle sabbie mobili. Esordisce Magic Rat. Ti sequestro per un’oretta, ti va?
Neanche il tempo di terminare la frase che sono seduto al suo fianco a “manovrare” l’autoradio, a estrarre “sta musica di merda” per inserire la mia cassettina “portatile”. Ah, già, le cassette. Cazzo, che bei ricordi. Le cassette da 46′, oppure da 60′. Un concerto del Boss non ci stava neanche su due da 90′. Le cassette da registrare, da regalare, da condividere. Il nastro riavvolto con la bic e la compilation fatta per la figa di turno (quasi sempre incorporavano ballate strappascopata tipo “Home sweet home” dei Motley Crue, oppure “Still Loving You” degli Scorpions).
Ora si, questa è musica. La melodia del Boss ci preleva dai parchetti di Bollate per catapultarci sulla strada che porta a Senago. Ai palazzoni. Alla Corea. Dove non entrano neanche gli sbirri.
Il Boss canta:“… L’ho incontrata sul percorso tre anni fa. In una Camaro con un damerino di L.A. Mi sono lasciato alle spalle la Camaro e mi sono portato via quella ragazzina. (…) Con gli occhi di una che odia semplicemente per essere venuta al mondo. Per tutti gli estranei sconfitti e gli angeli della hot rod. Che rombano attraverso questa terra promessa. Stanotte la mia piccola ed io correremo fino al mare. E laveremo dalle nostre mani questi peccati…”
Godimento. Allo stato puro.
Sono leggero come una piuma e mi sento bene. Avere un fratello al tuo fianco e Springsteen a massimo volume mi rilassa, mi sento a casa. Solo quando Magic Rat dice che siamo arrivati a destinazione mi sveglio da questo torpore. Osservo bene la location. La bruttura è nelle cose. L’architetto che ha progettato questo “agglomerato” di carne e ossa deve soffrire di qualche turba mentale. Troppo brutto, troppo triste. Abbiamo lasciato mano libera agli architetti, loro ci hanno restituito la merda in versione duepuntozero.
Chiedo a Bricco di cosa si tratti e lui risponde solo con un sorriso. Primo allarme. Quando non dice nulla è un brutto segnale. Saliamo le scale che ci separano dal terzo piano. L’ascensore? Neanche a parlarne. Hanno rubato il motore e l’hanno montato su un carretto. Così, per divertimento. La rampa è costellata da disegni osceni. Ogni piano ha il suo bel pisello ritratto in diverse pose. Ridiamo come fanno i bambini a scuola, mettendo la mano davanti alla bocca per trattenerci il più possibile. Bricco si porta il dito davanti alla bocca, in segno di silenzio. Torno serio e mi domando come mai dobbiamo stare zitti quando tutto il condominio è una festa di suoni magrebini.
Magic Rat è troppo serio, noto che i nervi sul collo si stanno tendendo e che la mascella viene serrata. Si prepara… per cosa?
Quando siamo di fronte a una porta uguale a tutte le altre rallenta, si appoggia con la spalla sullo stipite e con una mano mi raccomanda la calma. Sussurra che non succederà niente di grave.
- Sono pronto, rispondo . Non devo essere stato troppo convincente. Magic Rat riprende a ridere, ha notato che sono agitato… Solo un pochino…
Lui bussa, in maniera pesante. Talmente pesante che ho un sussulto. Dentro i rumori si placano. Il volume della tele viene abbassato e scorgo un leggero bisbiglio dietro l’uscio. Ma che cazzo di lingua è? Arabo? Dialetto Tunisino? Marocchino? La mie domande trovano risposte quando Alì apre la porta. E’ un omone alto circa due metri e indossa una tunica. Ha una lunga cicatrice sulla guancia destra e la sua faccia spaventerebbe anche Mike Tyson. Dietro a lui c’è il suo socio, Babà. Babà è la versione di Alì in piccolo. Però, se possibile, ancora più cattiva del suo amico. La stanza che ci vede tutti e quattro raggruppati gomito a gomito è tre metri per due. E puzza di piscio rancido. Trattengo a stento un conato di vomito e saluto.
- Salam aleikum, dico. Mi hanno insegnato il rispetto quando vai in casa d’altri. Loro rispondono facendo un leggero inchino col capo e portando le mani giunte verso il viso. Quando osservo lo stanzino noto una sacca, una borsa, mezza aperta… Anche il Bricco l’ha notata, i suoi occhi la fissano disinteressandosi delle parole che Alì e Babà gli stanno rivolgendo. Parlano Arabo-napoletano-milanese. Tutto assieme. Tutti insieme. Non capisco un cazzo di niente e dico di sì, certo, senz’altro, come no…
Poi, d’improvviso, esplode Bricco. Con un gesto fulmineo, rapace e sicuro, contemporaneamente afferra la borsa ed estrae dalla tasca un coltello a serramanico. Dopo neanche un secondo mi trovo l’arma puntata in fronte.
Se non fossi lì, la scena sarebbe anche divertente: Alì mi minaccia, Bricco urla di abbassare l’arma, Babà è il più isterico di tutti e sembra una bomba pronta ad esplodere da un momento all’altro. E io?
Io penso a Lupin III.
Non ricordo, ma, alla fine, se l’è mai fatta quella figa di Fujiko? No, sapete, forse morirò a breve e questa cosa la vorrei sapere.
Uno schianto improvviso mi preleva da questi pensieri filosofici. E’ il Bricco. Con uno schiaffone ha letteralmente ribaltato Babà. Che ora piange. Come un bambino che si sente in colpa. Alì è ancora fermo con la pistola puntata su di me. Ma non sembra più così convinto di quello che sta facendo. Magic Rat gli ha appoggiato “la lama” dritta nella schiena. E spinge, lentamente, ma in modo costante. La vista è tornata, come per magia. Osservo che Bricco ha in una mano la borsa e nell’altra il coltello. Vedo il viso di Alì; una goccia di sudore percorre il tragitto che parte dalla fronte, passa per la cicatrice e finisce sul mento. Traballa, oscilla, trema e cade ai suoi piedi. La pistola si abbassa. Alì è sconfitto. Magic Rat ha vinto. Ancora una volta…
(“Stanotte, stanotte l’autostrada risplende. E’ meglio che tu te ne stia fuori dalla nostra strada amico. Perché l’estate è arrivata ed è il momento giusto. Per andare a gareggiare in strada”)
In macchina, solo in macchina, Magic Rat mi spiega che la pistola era scarica. Lui le conosce bene, le armi. Lui non le odia. Le armi. Non so se questo sia vero, ormai è andata, meglio non indagare.
Scivoliamo verso Bollate, passiamo lo stradone che porta alla Città Satellite, poi il centro di Senago e via verso casa. Quando giungiamo ai parchi gli chiedo cosa ci sia nella borsa. Bricco sorride, come un bimbo. Mi dice se voglio andare a Milano. Elusivo, penso. Ancora eccitato dico di si, certo che voglio andare a fare un giro nella città delle mille luci.
Facciamo una tappa a lasciare in “mani sicure” la borsa e viaggiamo verso Milano.
Stanotte è una bellissima notte, le luci dei lampioni sono dello stesso colore del sole, le stelle brillano in cielo e il nostro silenzio è rotto solo dal piano di Roy Bittan, il professore. Nulla di quello che è successo diventerà storia, niente di ciò che siamo merita di essere ricordato. Ma non importa, abbasso il finestrino e mi sento vivo. Le nostre teste seguono all’unisono il ritmo incalzante impresso dalla E – Street Band e ci sembra di essere finalmente i protagonisti di questo film chiamato Vita.
Siamo accompagnati dal Boss (cazzo, quello canta la mia vita!), entrambi abbiamo stampato in volto un ghigno beffardo, siamo di Bollate e siamo nati senza un cazzo di niente oltre alla nostra dignità. E non leccheremo mai il culo a nessuno. Questa è la nostra promessa.
Abbiamo abbastanza benzina da bruciare gli avversari e la sfida che questo mondo ci ha lanciato l’abbiamo accettata. Nonostante nessuno ci abbia mai invitato, noi esistiamo realmente.
Stanotte la strada risplende e nessuno ci può fermare, mio fratello di sangue!
Uscita dalla doccia si rifugiò nel rassicurante torpore mattutino. Era interamente avvolta nel calore dell’asciugamano che aveva steso sul radiatore del bagno, come a cercare protezione, un semplice gesto innocente, cinta in quel delicato abbraccio, il suo intero corpo fasciato da una calda morbidezza. Si accese la prima sigaretta della giornata e osservò il proprio viso riflesso nella maestosa finestra; un viso trasparente, dai contorni sfumati, senza spessore e profondità. Alle spalle la città era al risveglio e ai suoi occhi appariva silenziosa e riflessiva, ancora intorpidita dalla nottata appena trascorsa. Ripensava ai complimenti ricevuti la sera precedente al circolo letterario da lei fondato, quel carrozzone itinerante che lambiva le librerie di diverse città. La letteratura e il suo irrinunciabile amore per i libri erano la causa ad averla spinta a creare questi eventi che, secondo i suoi più accaniti sostenitori, non erano mai abbastanza pubblicizzati in questi tempi di povertà culturale.
Oppure era stata convinta dai ricordi, chissà…
Ricordava l’emozione che sin da piccola si impadroniva di lei quando leggeva, l’eccitazione che si presentava come una discreta compagna e amica fedele, nello sfogliare i classici, Platone su tutti, quel suo cercare negli “altri” delle risposte, delle soluzioni ai suoi perché si è al mondo. E ogni volta che varcava la soglia di una nuova libreria riscopriva la stessa ragazza di allora e riviveva la stessa identica emozione (in fondo la vita non è il perenne inseguimento dei “puri” ricordi giovanili?), inebriata dall’odore dell’inchiostro di stampa ed emozionata nel sentire al tatto il grinzoso giallore della carta impecorita delle antiche edizioni. Adorava entrare nelle vecchie librerie, dove la penombra proteggeva i segreti custoditi nelle pagine dei libri poggiati sugli scaffali creati artigianalmente da sapienti mani, su misura, in vecchio legno di rovere, e quel sentore di muffa che la soffocava creandole vertigini, ricordi di posti ormai scomparsi, con ai lati mezzanini dove trovare gli autori che avevano cercato di spiegare al mondo l’inconfessabile verità dell’essere umano.
Il successo lontano non le bastava più, si era finalmente messa in gioco. Basta con le bozze spedite in duplice copia all’editore, basta con le belle recensioni sulle riviste specializzate, basta con l’anonimato più severo. Voleva sentire, voleva vedere, voleva toccare con mano la cruda realtà, dividendo il proprio mondo con le persone che vivevano la sua stessa passione, in fondo leggere le parole scritte da altri è come spiare attraverso una fessura, si hanno solamente piccoli spiragli, il resto lo creiamo noi con la nostra immaginazione, diamo volti e disegnamo panorami alle storie che leggiamo, e capita spesso di percepirne anche i profumi, delicati o pungenti, a seconda della situazione.
E quella sera, come sospinta da oscure mani, si permise di leggere, lei, a voce alta. Una cosa breve, era la prima volta che lo faceva, qualche minuto e nulla più di quello, ne sentiva l’impellente bisogno.
Lei che non aveva mai preso una lezione di dizione, lei timida e insicura, lei folle di passione.
Lei affamata d’amore.
Voleva leggere negli occhi della sofferenza, affrontando e percorrendo a testa alta un sentiero impregnato dai dubbi e sommerso da tonnellate d’incertezze.
Era stato deciso che fosse l’ultima a prendere la parola, le serate generalmente si dipanavano nella lettura di diversi brani narrati da un attore professionista, ma la “stella” era lei, e la chiusura era tutta per la regina, come l’avevano classificata alcune sue estimatrici, una breve e fugace avventura in un ruolo non propriamente suo.
Si avvicinò al microfono e, incurante della morsa che le avvinghiò lo stomaco, socchiuse gli occhi. Quelle parole le aveva scritte da poco ed era la prima volta che le leggeva in pubblico, contrariamente alle volte precedenti dove venivano riportate parti già edite e pubblicate. In fondo la gente ricerca sempre una conferma che la rassicuri, difficilmente è incline alle novità.
Il brusio cessò d’incanto e la sala piombò nel più oscuro silenzio.
“Dicono che la purezza di un sentimento vero sia inattaccabile. E non si possa paragonare a nessun’altra esperienza. Il corpo perde lo spessore e la gravità evapora in mille impercettibili gocce di rugiada. Si diventa liberi come una fresca brezza primaverile, o come fragili e timide bolle di sapone soffiate da un respiro innocente, e in esse ci perderemo sinuosi, illuminati dalle sfumature dell’iride.
Diventeremo due amabili bolle di sapone, contempleremo i giochi di luce, adagiati sui raggi del potente sole, rimbalzanti a seconda della prospettiva e mutevoli come dimenticate stagioni dell’anima.
La magia del volteggio verrà interrotta dallo scoppio improvviso di alcune parti di noi ma, amore mio, non ti spaventare, sono solo frammenti superflui, polvere formata dalla naturale morte dell’inutile cute superficiale.
Le parti più deboli di noi cadranno vigorosamente al suolo dissolvendosi immediatamente e tornando ad essere inermi molecole.
Altre si libreranno alte in cielo, come maestose principesse fatte di sola aria, e in loro saremo noi due, insieme.
Osserveremo i contorni delle nuvole, disegneremo ampie e sconosciute traiettorie, sempre nuove, curiosi di scoprire cosa ci riservi il futuro, fosse gioia o dolore, e saremo noi due, insieme.
Fluttueremo nell’eterno azzurro del cielo, Tu e io, seduti vicini, uno accanto all’altra, insieme.
E staremo così, vicini, ad ammirarle, a custodirle, a proteggerle. Tu e io. Insieme.
Rideremo e piangeremo, saremo genitori e figli, scherzeremo di noi stessi e taceremo colpe mai dette. Tu e io. Insieme.
Cresceremo e divamperemo, altre volte ricorderemo le sconfitte e giaceremo immobili sfidando il fato, amici preziosi e instancabili amanti, ascolteremo il canto degli angeli e incuranti dell’incessante frastuono che ci circonda cederemo al fascino abbagliante della luna.
Come due semplici bolle di sapone, felici. Tu e io. Per sempre. Insieme…”
Gli applausi la fecero tornare al mondo e fu immediatamente circondata da mani da stringere e guance da baciare. Lei sembrava felice ma in realtà non era mai abbastanza orgogliosa di se stessa, pignola e perfezionista com’era, non credeva di meritare tanto clamore.
Quella mattina, mentre osservava il suo viso riflesso nella maestosa finestra, ripensò alla sera precedente. Rivedeva la gente che, illusa e accecata, credeva di scorgere la felicità dove non vi era alcuna traccia di gioia o di appagamento. Era invidiata da molte persone, persino imitata, ma nessuno sapeva che quelle sue parole erano un semplice grido di dolore, urlare al mondo intero il suo folle amore, quel suo perdersi tra le pieghe dell’immaginazione e quelle della realtà, senza più riconoscere la differenza tra l’una e l’altra. Nessuno lo sapeva, neanche le amiche più strette, celava la realtà dietro un’apparente e inquieta tranquillità dei movimenti, morbidi e sicuri.
Nessuno sapeva che quelle parole le aveva dedicate a lui.
E lui, di risposta, ne aveva fatto spallucce.
- “Mi sembra di essere stato chiaro sin dal principio. Non provo nessuna attrazione nei tuoi riguardi”, le aveva scritto, e lei, innamorata, lo sentiva parlare, immaginandolo, nel suo forte accento lontano, lontano come la distanza che li separava, fisicamente e non solo.
- “Certo, fa piacere che provi certe sentimenti verso di me, ma non voglio che ti crei aspettative irrealizzabili. Ti prego, non mi cercare più”, sentenziò. Era stato chiaro e coinciso, non aveva usato mezzi termini.
Nessuno comprendeva che questa sua tenacia nell’inseguirlo si scontrava con un perpetuo rifiuto, a lui proprio non piaceva e non avrebbe mai cambiato idea. Nessuno immaginava che lei avrebbe rinunciato a tutta la gloria guadagnata duramente solo per potersi svegliare con lui al suo fianco, per respirare il suo respiro, la fiatella del mattino scambiata attraverso il primo bacio giornaliero, oppure addormentarsi insieme, aspettando il momento in cui i suoi piedi la cercassero per cingerla a sé, piedi forse infreddoliti, bisognosi del suo calore umano.
Nessuno capiva che lei non avrebbe mai accettato un amore qualsiasi e che, nonostante avesse moltissimi estimatori, avrebbe voluto solo lui, stregata dal suo fascino, persa nelle sue parole, smarrita nei suoi liquidi occhi…
Non conosceva molte cose sul suo conto, ma era certa che fosse la persona giusta e, come sedotta dall’ammaliante canto di una sirena, lo continuava a cercare nello sguardo di mille altri uomini, persone incontrate ai suoi eventi, o per strada, casualmente, in giro per il nostro paese, non riconoscendo in nessuno di loro la verità strillata dal suo cuore.
Inconsapevolmente era caduta nel suo stesso amore per i grandi poeti, come travolta da quel fiume di parole, dove siamo a conoscenza di una piccolissima parte dell’inquadratura generale e il resto lo creiamo con il contributo della nostra illimitata fantasia, diventandone parte vitale, recitando a memoria il copione come se fossimo noi i protagonisti di quei racconti.
Amaro è il calice che la vita quotidiana ci offre, il nettare è spesso da ricercare altrove, dove possiamo “realmente” vivere e respirare quel puro ossigeno che troppo spesso ci viene negato.
Le regole dell’amore sono fragili come traballanti calamite attaccate ad un gelido frigorifero, perennemente vuoto, pensò, inutile cercare di comprenderle, si rischia solamente di perdere il controllo. Bisogna viverle, semplicemente, fino in fondo, fino alla fine, fino a quando sentiremo finalmente vibrare le corde dell’anima.
Verificò l’orario dei treni. Il giorno seguente sarebbe stata nella città dell’amore, della magia eterna, la città della promessa fatta attraverso un bacio strappato, forse insicuro, oppure rubato, un bacio dato con le spalle appoggiate ad un muro ricco di storia, un muro cantato da mille poeti. Euforica di quel pensiero si sentì stranamente felice di rimanere fedele al suo cuore. E se non fosse stato lui il suo dolce Romeo, non lo sarebbe stato nessun altro…
Erano ancora in macchina quando stabilirono che si sarebbero divisi in tre gruppi. Riccardo avrebbe preso con se i ragazzi che volevano giocare; nello zaino portava una parrucca bionda arricchita da un rosso naso da pagliaccio e li avrebbe ammaliati con i suoi fantasmagorici trucchi da giocoliere, gli stessi che aveva imparato dai veri pagliacci, e in più c’era quella sua bravura nel creare animali di ogni forma e colore soffiando e modellando i palloncini gonfiabili. Poi c’erano Chiara e i suoi pennelli. Sembravano uno la naturale continuazione dell’altro, non si capiva bene dove finissero le dita di Chiara e dove cominciassero i suoi attrezzi da lavoro. Avrebbe disegnato e dipinto con i pastelli, unito i puntini con i pennarelli e riempito gli spazi bianchi da colorare. Si infilò il grembiule e prese per mano i piccoli che desideravano seguirla nel suo fantastico mondo arcobaleno. E poi c’era lui, Flavio, nuovo del gruppo, quella non era la sua fondazione ma aveva accettato con entusiasmo; ospite timoroso aveva fatto mille domande, incerto di riuscire a catturare l’attenzione dei piccini con i suoi racconti, le fiabe scritte di suo pugno, “niente Hans Christian Andersen questo giro” gli aveva detto Riccardo, “improvvisa e crea con loro, si divertiranno”. Il “gruppo delle favole” era formato da cinque bimbi e dai loro genitori, anch’essi accomodati sui morbidi cuscini buttati nell’angolo, quello era lo spazio che si erano ritagliati in fondo al corridoio. Flavio cominciò domandando ai bambini quali nomi volessero dare ai protagonisti, in fondo quella fiaba l’avrebbero costruita assieme.
-”Ragazzi, il protagonista è un brutto marinaio, poi ci sono una Principessa e un Principe Azzurro, chi mi aiuta a trovare i loro nomi? Come dici? Va bene, il marinaio lo chiamiamo come il tuo cane… Billy, va benissimo Billy… La Principessa? Manù? Va bene a tutti? Occhei, da adesso è la Principessa Manù… e il Principe Azzurro? Gigi? Che razza di nome è per un Principe Azzurro? E poi perché proprio Gigi? Ah, ho capito, Gigi è il tuo amichetto speciale… Ci siamo, il Principe Azzurro si chiamerà Gigi.”
La loro collaborazione portò a questo risultato…
C’era una volta un marinaio. Si chiamava Billy. Aveva deciso di viaggiare con la sua barca, disperso tra le onde, solitario come un oscuro cacciatore nella notte. Voleva catturare nuove emozioni, il marinaio Billy. Era brutto e subiva una remota maledizione chiamata “il malefico influsso delle tenebre” senza sapere come tutto ciò fosse successo. “Il malefico influsso delle tenebre” era presente da sempre, sin da quando i ricordi cominciarono a rimanere impressi nella memoria della giovane mente di Billy. Succede spesso, però, che il male e il bene siano appesi allo stesso filo cercando tra loro un sottile equilibrio. Così il brutto marinaio decise di mettere al riparo dalla maledizione che lo perseguitava più gente possibile, viaggiando in continuazione, un uomo solitario sempre in fuga dalla propria immagine. Alla guida della sua imbarcazione era orgoglioso e spavaldo, mettersi alla prova contro le forze della natura era una battaglia che lo affascinava da sempre; voleva vedere se fosse stato in grado di sfidare l’impeto del mare, guidare il soffio del vento e dominare la gelida tempesta. Ma nessun uomo da solo riesce a vincere la potente forza della natura e il destino lo spinse fino alle rive di un antico reame, così antico che nessuna mappa scritta sino ad allora ne riportava traccia alcuna, disperso nelle sconosciute rotte mai percorse e ben nascosto nel bel mezzo dell’impetuoso mare che i vecchi saggi chiamavano con il nome di “Oceano Sconosciuto”.
Dopo la tumultuosa notte passata a lottare tra sferzanti soffi siberiani e onde grandi come pareti di grattacieli, Billy si svegliò ai piedi di un castello. Non ricordava nulla della notte precedente e di cosa fosse successo alla fine della battaglia impari contro madre natura, sapeva solo che a un certo punto aveva alzato bandiera bianca e si era arreso, cadendo svenuto.
Una volta desto bussò due volte al portone di legno e l’uscio si spalancò: l’interno del cortile era un viavai di gente e di animali, “si stanno preparando a una festa” – pensò il marinaio vedendo l’eccitazione della gente e percependo i profumi che provenivano dalle cucine. Non sapeva che in quel posto tutti i giorni erano felici e le persone vivevano tutti i giorni dell’anno col buon umore come fedele compagno.
“Ecco il nostro povero naufrago, – disse una voce. E’ una fortuna che sia ancora vivo. Cosa si era messo in testa? voleva attraversare da solo l’Oceano Sconosciuto? desidera morire o la sua era solo una scommessa con il fato?!” A parlare era stato il Re in persona, giunto sino ai suoi piedi per dargli il benvenuto, “E faccia come se fosse a casa sua”, aggiunse prima di voltarsi e dirigersi verso la stalla.
Il misterioso marinaio non disse nulla, chinò la testa e proseguì al fianco di Sua Altezza, accompagnandolo lungo il percorso. Il Re si volse a scrutarlo e domandò: “Noto che la sua tunica è sgualcita. Vuole che la faccia rammendare dalla sarta di corte? La buona Adalgisa è una vera artista dell’ago e filo, il cucito è la sua forma per esprimere l’allegria e le sue dita conoscono la gioia dei segreti dell’esperienza tramandata, di volta in volta, da varie generazioni.”
-”No, grazie. E’ gentile da parte sua, ma preferisco di no…”
-”Va bene. Non capisco perché si ripara dietro questo enorme cappuccio, non scorgo nemmeno il suo viso, forse è ricercato dalle guardie di altri Imperi? Guardi che in questo posto nessuno verrà a importunarla…” e, dopo una breve pausa, sibilò “…oppure ad arrestarla. Nella mia isola non abbiamo neanche le prigioni.”
-”No. No…” si affrettò a chiarire Billy il marinaio. “Non desidero far vedere il mio volto perché…”
-”Su, su… Parli pure, si fidi, ne abbiamo viste di tutti i colori. Siamo da sempre i fedeli custodi dei segreti dell’ Oceano Sconosciuto e non credo che la sua storia, allorchè fantastica, possa sconvolgere le nostre orecchie.”
Dopo un breve minuto in cui il silenzio fu l’indiscusso padrone della scena, il solitario marinaio trovò il coraggio e parlò.
-”Vede Sire, sono obbligato a viaggiare lontano dalle coste. Nella nera notte lambisco i porti e scendo a terra per rifornirmi delle provviste necessarie per percorrere il mio viaggio. Nel buio mi aggiro evitando contatti con la gente e poi riparto prima che il gallo canti il venire del nuovo giorno. Quando le persone si svegliano sono stato solo un’ombra immaginata e nulla più…”
-”Perbacco,” disse bruscamente il saggio Re, -”e tutta questa ‘discrezione’ a cosa è dovuta?”
-”Al semplice fatto che sono brutto. E’ la maledizione che mi trascino dietro. E, come se non bastasse, è una cosa contagiosa. Se una persona guarda il mio volto, anche per un solo secondo, dapprima viene investita da un velo di tristezza, come una grave forma di depressione, poi è colta dai primi segni di contagio. Si comincia con un diffuso pallore, seguito da un generale imbruttimento del viso; le vene affiorano in superficie e gli occhi vengono contornati da un rossore che nessun sapone può lavare via. La vergogna si impadronisce dell’intera anima del malcapitato di turno fino a farlo sfiorire, del tutto, come avviene a una pianta privata dai luminosi raggi del sole, una pianta che lentamente si secca, raggrinzisce e muore.”
-”Come possiamo aiutarla?” Disse premuroso il Re, accarezzandosi la folta barba.
-”Non vi è rimedio. L’unica mia salvezza da questa tortura è quella di girovagare con le bende ben avvolte al viso, incappucciato, senza mai avere contatti diretti con altre persone. La curiosità di taluni individui è costata loro troppo cara. E questo, sinceramente parlando, è un fardello troppo grande da portare sulle mie esili spalle.”
-”Ma tutto questo è impossibile,” disse con voce grave Sua Altezza e, pensieroso, aggiunse -”Su questa isola troverà la cura, ne stia certo. Devo confessarle una cosa; anche mia figlia, la Principessa Manù, sembra colta da un maledetto incantesimo. Nel reame è bandita la sofferenza, la gioia e il rispetto sono le uniche due leggi che seguiamo, e tutti gli abitanti vivono felici. L’unica persona che non riesce ad essere allegra è lei, la Principessa. Di giorno vive spensierata. Ma la notte…” Lasciò cadere la frase così, a metà, spezzata in due. Quando riprese a parlare diresse il suo sguardo versa la torre.
-”Ogni notte sale le ripide scale della torre e canta il suo amore verso il Principe Azzurro, una persona che tutti chiamano Gigi. Lui ci ha abbandonati per altri lidi. Ho provato a renderla felice cercando per lei un vero uomo, scegliendo tra i più baldanzosi e valorosi giovanotti dell’isola, ma nessuno di loro ha ancora trafitto il suo cuore. Credo che lei aspetti solo il suo amore, quello strano tipo dagli occhi pallati che un giorno è sparito, inghiottito dalle onde, desideroso di scoprire in altre braccia il segreto della felicità. La Principessa Manù dice che non vuole nessun altro al suo fianco. Ed è stata lei stessa a scorgerla, questa mattina, steso sulla soglia, quasi morente. E’ accorsa e voleva sbendarla, poi, al primo segno di un suo risveglio, è fuggita via, timida e rispettosa. Non sarà anche lei il frutto dello stesso incantesimo che si è impadronito del cuore di mia figlia?”
-”No. Io non ho mai provato amore in vita mia. Sono troppo impegnato a non causare danni agli altri che mi sono dimenticato cosa significhi questa parola. La supplico di concedermi riparo, solo qualche giorno per aggiustare la mia imbarcazione, ho visto che siete ricchi di legno pregiato e potrei adoperare gli attrezzi del maniscalco per rimettere in sesto la mia piccola barca.”
-”Concesso. Potrà dormire nel mio castello, la mia ospitalità è risaputa e genuina.” Concluse il generoso regnante.
Il brutto marinaio lavorò duramente tutta la giornata cercando di rimanere il più possibile al riparo dalla gente del posto. Andò nel bosco e tagliò la legna. Piallò i tronchi e sagomò i rami, martellò i chiodi e levigò gli smussi pungenti. Quando giunse sera la stanchezza si presentò puntuale e il suo corpo venne rapito dalla magia del sonno. Si destò nel mezzo della notte come se una musica celestiale avesse cancellato le tracce della stanchezza accumulata il giorno precedente. Una voce soave intonava un canto malinconico, accompagnata dell’eco del branco di balene giunto fino a lambire le rive della vicina spiaggia, come a fare da coro e a sorreggere quella stupenda voce. Attratto da tanta magnificenza, Billy il marinaio prese le scale come in preda a un folle sonnambulismo, affrontò i mille gradini e giunse fino alla vetta dell’antica torre e, appoggiate le mani al suolo, si fermò. Quello che vide gli provocò un’emozione incontenibile e mai provata sino a quel momento. Davanti ai suoi occhi vide la cosa più bella del creato. Incredulo, dovette strabuzzare gli occhi diverse volte per rendersi conto e convincersi che non stesse sognando: la Principessa Manù era di una bellezza disarmante, nessuna cosa vista prima dal brutto marinaio poteva essere comparata a lei. La sua sagoma incastonata nel fondo dell’argentea luna, e quel suo viso erano per lui la pura raffigurazione del significato della parola meraviglia, la sua unicità sembrava il profilo di un angelo, leggero e benevolo, e i suoi occhi erano due gemme, più trasparenti del puro cristallo. La sua voce, poi, risultava talmente abbagliante che il marinaio si perse nel suono delle note, dimenticandosi il tempo e lo spazio, dimenticandosi persino di respirare, e così, senza fiato, rimase immobile contemplando tutta la magnificenza racchiusa in un semplice corpo. Il brutto marinaio credeva che fosse il giusto dono del nostro Signore verso quella brava gente che da sempre viveva avvolta dalla pace, nell’armonia e nel rispetto verso il prossimo.
-”E lei cosa ci fa qui?” disse la Principessa Manù, come sorpresa nel punto più vulnerabile, voltandosi di scatto, interrompendo il suo canto e abbandonando di colpo il suo sguardo verso l’orizzonte.
-”Mi scusi”, bofonchiò Billy, attento a coprire il più possibile il suo orrendo volto. “Non volevo disturbarla, ma è stato più forte di me, ero come guidato da una forza superiore alla mia volontà, dovevo salire le scale…” e scappò via, di corsa, scivolando veloce attraverso i ripidi gradini percorsi anche tre alla volta, sapeva che non poteva sbagliare, non poteva essere egoista, doveva mettersi al riparo al più presto e solo quando giunse nella sua stanza riprese a respirare.
Un leggero soffio l’avvisò che c’era qualcuno appena fuori dalla porta. Era la Principessa che l’aveva inseguito, muovendosi leggera e silenziosa, in fondo incuriosita dalla presenza del misterioso ospite.
-”Mi ascolti, mia Principessa. Non posso permettermi di aprirle l’uscio, le farei del male, e credo che lei stia già soffrendo abbastanza le pene cantate dal suo cuore.” Disse con un filo di voce, ancora ansimava per la corsa. – “Se mi promette di non volermi vedere, le racconterò quello che desidera ascoltare”.
-”E lei cosa mi promette, oltre alle sue storie?”
-”Le prometto che… la penserò, per sempre, tutti i giorni, non sarà mai sola, ogni volta che la malinconia e la solitudine la verranno a trovare, saprà che c’è sempre un povero marinaio che la ritiene la persona più bella che ci sia nell’intero pianeta, e che quel brutto marinaio la starà pensando, proprio in quel preciso istante…” Non sapeva dove avesse trovato il coraggio per esprimere quelle parole, ma uscirono, così, innocenti e nel contempo spontanee, dalla sua bocca, forse più giù, provenivano dal profondo, le aveva sentite nascere dalla pancia, attraversare la gola e trovare da sole la naturale strada per l’esterno. Sentì un tonfo sordo, la Principessa si era seduta appena fuori la sua stanza e accarezzava la porta.
-”D’accordo. Vorrà dire che ci parleremo attraverso le assi di legno che formano la porta. Mi racconti dei suoi viaggi, dei paesi che ha visitato, sono curiosa di ascoltare le sue storie…” Propose inizialmente la Principessa, forse anche lei attratta dal rischio che la sua curiosità reclamava, il rischio al quale stava andando incontro con potenti falcate. E così, notte dopo notte, la Principessa Manù e il brutto marinaio Billy si incontravano a pochi centimetri l’uno dall’altra, entrambi appoggiati con la schiena alla porta. Vicini ma senza mai avere nessun contatto diretto. Lui le parlava dei posti dove era stato, delle diversità che popolano il mondo, oppure raccontava con impeto le scoperte fatte attraverso i suoi viaggi, dalle mille razze di animali sconosciuti alle varie specie di piante che aveva osservato, le descrisse le strane usanze delle genti di terre lontane che l’avevano ospitato e soccorso e non tralasciò di raccontare della perfidia che aveva intravisto negli agglomerati urbani moderni chiamati col nome di città. Spiegò cosa fosse la cattiveria e l’egoismo assoluto, strappandole la promessa di stare alla larga da suddetti posti e dalla gente che ci viveva.
La principessa Manù ascoltava silenziosa e, notte dopo notte, perse la triste abitudine di salire sulla torre. Il suo canto, quella sua affascinante serenata volta a richiamare il suo Principe Azzurro, cessò d’incanto. Anche il Re si accorse che la giovane Principessa aveva smesso di penare per il cieco Gigi e fu grato al brutto marinaio, offrendogli una fissa dimora e invitandolo a sostare con loro il più a lungo possibile. Aveva anche sguinzagliato i cani, “che vadano pure alla ricerca dell’erba magica, la quagliozza, l’erba che risolverà una volta per tutte il problema del mio illustre ospite”, disse allo stregone del reame, “colui che ha ridato il sorriso a mia figlia merita un dono.”
Ma la stagione dell’erba quagliozza era finita da tempo e nessun cane da riporto trovò neanche una minuscola briciola, impossibile per lo stregone preparare il siero magico e, poco alla volta, la Principessa Manù perse l’interesse per una persona che non poteva né guardare in volto né toccare con mano. E capì che non lo avrebbe mai amato per intero. Si ricordò che in fondo lei aveva già un Principe Azzurro e se si impegnava con tutte le sue forze riusciva anche a ricordare il sapore delle labbra di Gigi, meglio un ricordo reale che un sogno irrealizzabile, pensò.
Consapevole del suo ruolo, il brutto marinaio smise di appoggiare la schiena alla porta e, finite le riparazioni della sua barca, abbandonò furtivamente l’isola, come un ladro nella notte, felice di non aver arrecato danni a quelle splendide persone.
Quando spiegò le vele al potente soffio del vento una voce lo raggiunse e lo travolse riversando su di lui un’ondata di stupefacenti emozioni; era la Principessa Manù che, erta sulla cima della vecchia torre, cantava il suo triste canto verso l’amato Principe Azzurro, quello dagli occhi pallati, il fortunato e stupido principe che non si rendeva conto della sorte che aveva. Il vecchio Re gli aveva confidato che di quel dono ricevuto, l’amore incondizionato di sua figlia, il Principe non sapeva cosa farne, impegnato com’era nella sua illusoria ricerca di altri successi. Solo ascoltando per l’ultima volta il canto di Manù il marinaio Billy si accorse della verità; era innamorato pazzo di lei, aveva finalmente sperimentato questa cosa chiamata affetto, quel dare agli altri e ricevere dagli stessi un caloroso abbraccio. Consapevole del fatto che lei meritasse una persona dal suo stesso fascino e del suo nobile rango, il marinaio si allontanò dalla riva piangendo di gioia; al suo folle amore non poteva che donare bizzarre storie, alcune vere, altre infarcite da quello stupendo gioco che è il recuperare frammenti di memoria e mischiarli alla fantasia. Ascoltò per l’ultima volta la voce del suo cuore, a cantare quelle note era la ragazza più bella dell’intero creato e, come pegno d’amore, sparì per sempre dalla sua vita, sapendo che la Principessa adesso cantava per lui e ripensava ai bellissimi momenti passati insieme.
C’era una volta un marinaio. Il suo nome era Billy. Era brutto. Ma così brutto che appestava chiunque avesse visto il suo orribile volto. Ma era forte, aveva superato durissime prove e non si era mai arreso. In più era felice, ogni notte una Principessa cantava per lui, ringraziandolo per tutto l’amore ricevuto attraverso una voce soave, forse una serenata, a lui dedicata.
La piccola Milla, la stessa coraggiosa bambina che l’aveva interrotto più volte per domandare o colorare assieme a lui il racconto, si avvicinò e, innocente, chiese:
-Flavio, che bella… ma tu sei fidanzato?
Flavio le accarezzò la guancia e rispose:”No, stellina.”
-Allora sei triste come Billy il marinaio?
Quella domanda catapultò Flavio nei pensieri dei piccoli, anche lui da bambino credeva alle fate e ai folletti, non voleva deludere i loro sogni.
-No, neanche…
-Peccato, io preferisco il brutto marinaio al Principe Azzurro!
Flavio, completamente rapito dalla forza di quei cuccioli, estrasse dalla tasca del giubbotto il telefono cellulare e fece vedere alla piccola Milla una foto.
-Questa è la Principessa Manù, disse Flavio. E’ reale, esiste veramente. E’ vero che è la più bella di tutte? Escluso le vostre mamme, naturalmente…
-Ma è bellissima… anche lei è innamorata del Principe Azzurro? Disse la piccola Milla, sequestrando il telefono a Flavio e facendo vedere la foto alla piccola platea che riempiva quel salotto improvvisato in fondo al corridoio dell’ospedale. Flavio aveva molto da imparare da loro. Promise di tornare l’indomani a trovarli, sapendo che alla fine della battaglia alcuni di loro non ce l’avrebbero fatta. Questo pensiero lo straziava. Si domandava come la vita potesse essere così crudele… La notte seguente sognò la Principessa Manù, bellissima nella sua spontanea genuinità. Flavio aspettava che gli dicesse che sarebbe salita a bordo di un treno per correre da lui, ma sapeva che non avrebbe mai preso quel convoglio e che la sua attesa sarebbe stata vana. Forse era innamorato di lei, oppure, molto più semplicemente, anche lui aveva un innocente bisogno di credere alle favole…